La Santa Sede: fermare l'uso di un linguaggio “carico di odio e vendetta”
Alessandro Di Bussolo - Città del Vaticano
La Santa Sede chiede “di porre fine all’uso di un linguaggio carico di odio e vendetta e di impegnarsi in un dialogo sincero”, con l’obiettivo di trovare soluzioni giuste e durature alle crisi che colpiscono il mondo. E accoglie con favore gli sforzi dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) per “collegare l’assistenza umanitaria con lo sviluppo e la costruzione della pace, in stretta cooperazione con gli Stati e gli attori locali”. Lo ha sottolineato l’arcivescovo Ettore Balestrero, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali a Ginevra, nella sua dichiarazione in occasione della 95.ma riunione del Comitato permanente dell’UNHCR, con l’aggiornamento sulle operazioni in Medio Oriente e Nord Africa, tenuta il 25 marzo.
Le risorse per i rifugiati calano, i bisogni umanitari crescono
L’arcivescovo ha ricordato la profonda preoccupazione con la quale la Santa Sede segue la guerra in Medio Oriente, con le parole di Papa Leone XIV all’Angelus del 22 marzo: “La morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio!”. E purtroppo, ha constatato Balestrero, “Tragicamente, mentre i bisogni umanitari aumentano drasticamente, le risorse destinate all’assistenza stanno diminuendo”. Le sofferenze di milioni di persone private “di una protezione adeguata, di assistenza e di prospettive per un futuro dignitoso”, ha aggiunto, sono aggravate ulteriormente dalla forte sproporzione tra le risorse utilizzate per le armi e la guerra e “quelle dedicate al servizio della vita”.
Fornire finanziamenti ai Paesi che accolgono i rifugiati
Inoltre, poiché la grande maggioranza dei rifugiati è accolta da Paesi in via di sviluppo, ha sottolineato il rappresentante della Santa Sede, “la comunità internazionale deve rinnovare il proprio impegno alla solidarietà, fornendo finanziamenti prevedibili e maggiori opportunità di reinsediamento”. Gli sfollati, ha ribadito, “non sono semplici statistiche da gestire; sono individui, uomini e donne, ragazzi e ragazze, ciascuno con un nome, un volto e una storia”. Purtroppo, in troppi luoghi del mondo, “intere generazioni non hanno conosciuto altro che guerra, sfollamento e incertezza”. I bambini che crescono nei campi, “sono privati di ambienti familiari stabili, dell’istruzione e persino della semplice gioia del gioco”. Come possono, si chiede l’arcivescovo, questi futuri adulti sperare di costruire un mondo migliore, “quando l’unica realtà che hanno mai conosciuto è l’orrore della guerra?”
Il ruolo delle organizzazioni religiose e cattoliche
Le organizzazioni ispirate alla fede, comprese molte istituzioni cattoliche, per Balestrero possono contribuire in modo specifico agli sforzi dell’UNHCR per collegare assistenza umanitaria e costruzione della pace, “promuovendo la riconciliazione, la convivenza pacifica e una cultura di solidarietà e fraternità”. L’arcivescovo ha ribadito che “è imperativo affrontare le cause profonde che costringono le persone a fuggire”, perché la guerra e la violenza “derivano sempre da politiche e decisioni che portano a conseguenze terribili come morte, ferite, distruzione e dolore”. La stabilità e la pace, ha ricordato Leone XIV all’Angelus del 1° marzo, “non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”. L’osservatore permanente della Santa Sede ha concluso con l’appello del Papa in quell’occasione a tutte le parti coinvolte nei conflitti in corso “ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia”.
Il diritto alla vita sia una priorità
L'arcivescovo Balestrero è inoltre intervenuto ad un’altra riunione dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) dedicata all’Europa: la Santa Sede – ha affermato in quell'occasione -, a oltre quattro anni dallo scoppio della guerra in Ucraina, continua a seguire "con grande dolore" l’impatto umanitario di questo conflitto che ha causato "lo sfollamento forzato di milioni di persone, devastato vite e famiglie e portato distruzione e sofferenza diffuse". Di fronte a queste sofferenze, la Santa Sede rilancia l’appello di Papa Leone XIV all’Angelus dello scorso 22 febbraio per un’immediata cessazione delle ostilità in quanto "la pace non può essere rimandata. È una necessità urgente che deve trovare una casa nei nostri cuori ed essere tradotta in decisioni responsabili". L'osservatore permanente a Ginevra ha elogiato poi la decisione dell’Unione europea di estendere lo status di protezione temporanea per i rifugiati ucraini fino al marzo 2027. "Attraverso le sue molte istituzioni – ha osservato il presule -, la Chiesa cattolica continua a dare il benvenuto, a proteggere, promuovere e integrare le persone bisognose di protezione, fornendo assistenza umanitaria e spirituale, occupazione e istruzione". "Diventare rifugiati non è mai una scelta", ha evidenziato il presule per sottolineare che "il diritto alla vita deve essere posto come priorità" e che "nessuna persona bisognosa di protezione dovrebbe morire in mare o ai confini terrestri a causa di assistenza negata, ritardata o condizionata".
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