Processo d’appello, chiusa la fase preliminare. La Corte rimanda per deliberare
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
Il più citato (dopo il Codice di Diritto canonico) è stato San Tommaso d’Aquino nella settima udienza di questa mattina del processo d’appello per la gestione dei fondi della Santa Sede. Le riflessioni sulla natura ed efficacia della “legge” formulate dal teologo domenicano – che da uno degli affreschi nel Tribunale vaticano ‘osservava’ tutti i presenti in aula - sono state richiamate da parti civili, accusa e difese nelle loro controrepliche lungo le circa cinque ore di dibattimento. Al centro, ancora questioni preliminari sulle quali la Corte d’Appello – come annunciato da monsignor Alejandro Arellano Cedillo a fine udienza – “si riserva di deliberare”. Rimandata, dunque, l’ottava udienza prevista domattina. “Le parti saranno riconvocate”.
La discussione sui rescritti papali
Tra le tematiche affrontate, in primis, la vexata quaestio dei rescritti di Papa Francesco che hanno ampliato i poteri del promotore di giustizia nel corso delle indagini sfociate poi, due anni dopo, nel cosiddetto century trial. Le difese degli imputati continuano ad eccepire ancora l’invalidità di questi provvedimenti papali a motivo della loro mancata pubblicazione. “Non stiamo giudicando un’azione del Santo Padre, quello che doveva pubblicarli è il promotore di giustizia: dobbiamo discutere se ha commesso un errore nel non pubblicare tali atti”, ha affermato Luigi Panella, difensore di Enrico Crasso. Che ha citato, appunto, San Tommaso quando affermava nella Mirabilis Deus che “la promulgazione è essenziale alla legge… perché la legge abbia forza di obbligare è necessaria la sua conoscibilità”.
Ma san Tommaso insegna pure che “lex est quaedam rationis ordinatio", "la legge è innanzitutto ragionevolezza", ha ricordato l'avvocatessa Elisa Scaroina, patrocinante la parte civile per conto della Segreteria di Stato, che ha richiamato il fondamento giuridico e morale sotteso alla scelta di non rendere pubblici i rescripta, a partire da quello datato 2 luglio 2019. Una decisione, ha precisato, dettata da “ragioni di segretezza” connesse alla particolare delicatezza del momento storico in cui i provvedimenti furono adottati: ovvero, i giorni immediatamente successivi alla denuncia presentata dallo IOR, a seguito della richiesta della Segreteria di Stato di un prestito per estinguere l’oneroso mutuo sull’immobile di Londra e porre fine a ogni rapporto col broker Gianluigi Torzi (condannato in primo grado). Ovvero la denuncia da cui ha preso avvio l’intera istruttoria.
"Qualora il rescriptum pontificio fosse stato reso pubblico - ha osservato Scaroina - si sarebbero potute determinare conseguenze di non lieve entità sull’andamento stesso delle indagini in corso. Era in gioco una vicenda che toccava il cuore dell’operatività finanziaria dello Stato della Città del Vaticano. Cosa sarebbe accaduto, in quel frangente, all’equilibrio istituzionale e alla stabilità dell’ordinamento?". In tale contesto, ha proseguito la legale, "è apparso non solo equo, ma anche doveroso che il Pontefice abbia sentito l’urgenza di interrogarsi sul principio di ragionevolezza e sulla necessaria ponderazione tra interessi contrapposti, chiedendosi quali fossero le scelte più opportune da compiere in un momento di così straordinaria delicatezza". Si trattava, infatti, di una circostanza del tutto inedita nella storia giuridica dello Stato vaticano: "La prima volta in cui si presentava una questione di tale portata", ha sottolineato Scaroina.
Per nulla d’accordo gli avvocati della difesa che hanno parlato di affermazioni dalla “gravità inaudita”: “Fatico a credere alla giustificazione fornita sulla mancata pubblicazione dei rescritti che sposta in capo al Pontefice la volontà di non pubblicazione, pur senza un provvedimento espresso in tal senso”, ha esordito Massimo Bassi, avvocato di Fabrizio Tirabassi. “La pubblicazione è venuta meno per l’incomprensibile negligenza di qualche funzionario che ora cerca di ascrivere ad altri la responsabilità”. Per Panella, invece, sposando questa tesi “si chiede a questa eccellentissima Corte di dichiarare che in questo Stato unico al mondo, che dovrebbe essere speculum iustitiae, le persone possono essere arrestate e i diritti umani limitati sulla base di leggi tenute segrete”. Un riferimento all’arresto di Torzi nel giugno 2020, quale conseguenza – secondo le difese – dei “poteri straordinari” conferiti al promotore di Giustizia dai rescritti papali.
Il ruolo di Perlasca e le chat
La controversia sui rescripta continua, insomma, a rappresentare uno dei nodi più difficili da sciogliere. Oltre a questa, anche altre questioni dirimenti come il ruolo di monsignor Alberto Perlasca, ex direttore dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, per nulla “marginale” ma anzi “centrale” in tutta la vicenda giudiziaria. “Non si può marginalizzare Perlasca dicendo ‘ah, ma la sentenza ha detto…’”, ha affermato Fabio Viglione, difensore del cardinale Giovanni Angelo Becciu. “Non è solo quello che ha detto, ma quello che non ha detto proprio alla luce della centralità del suo ruolo all’interno dell’Ufficio amministrativo. Una centralità che non gli abbiamo riconosciuto noi, bensì per primo il promotore di Giustizia laddove ha individuato in lui le responsabilità, andando a sequestrare i suoi documenti, i dispositivi elettronici, indagandolo, sequestrandogli i conti”.
Poi c’è la faccenda delle chat con Francesca Immacolata Chaoqui e Genoveffa Ciferri che avrebbero “manovrato” lo stesso Perlasca. Per accusa e parti civili le chat sono inutili, perché la sentenza di condanna si è basata su solide prove, e “inammissibili”, considerando anche l’inattendibilità delle persone chiamate in causa. Per le difese dimostrano invece l’esistenza di un “triangolo delle Bermuda” che, ha evidenziato Viglione, ha portato al “famigerato memoriale dell’agosto 2020 tutto incentrato contro il cardinale Becciu”.
Gli omissis
Centotrentadue i messaggi che la Ciferri aveva inviato a fine novembre 2022 al promotore Diddi. Di questi, hanno asserito oggi gli avvocati, “solo 126” sono stati depositati e “118 sono stati completamente omissati”. Ecco, l’altra questione dominante anche nella settima udienza: il deposito parziale e gli omissis del materiale depositato da Diddi in Cancelleria. Gli avvocati hanno preso ad esempio il video-interrogatorio dello stesso Perlasca con 60 frame tagliati. “Non sappiamo cosa abbia detto!”.
Il motivo delle “parti omissate” lo spiegava una nota firmata da un rappresentante della Gendarmeria vaticana citata dai legali in aula: ragioni di interesse investigativo o di non rilevanza e non pertinenza. “Non abbiamo gli atti che il Codice impone” per l’esercizio della difesa, perché qualcuno “ci dice che non li possiamo avere?”, ha lamentato Viglione.
Richiesta di nullità
La richiesta da parte di tutti i difensori degli imputati è ancora quella della nullità: “Noi dal 27 luglio 2021 (prima udienza, ndr) abbiamo eccepito la nullità e abbiamo continuato a farlo tante volte... Doveva essere sanata nel primo grado, ma non è mai successo, ci trasciniamo una nullità non sanata”, hanno detto i legali.
Un’altra strada prospettata dagli avvocati della difesa, in particolare da Cataldo Intrieri, difensore di Tirabassi, è che i giudici consultino Papa Leone XIV. “Questo Pontefice – ha affermato il legale - è un raffinatissimo giurista che può dare un suo parere”. Dall’epoca dei rescritti, a suo dire, molto è cambiato: “Furono fatti nella speranza di stroncare un grave fenomeno criminale, di sventare la truffa del secolo. Di quella truffa oggi non c’è nulla”, ha assicurato Intrieri. “Penso che allora si può rivedere tutto, dopo i tristi episodi emersi forse può avere luogo un esame sereno e pacato. Voi avete il potere, come delegati del Papa e interpreti della legge, di chiedere un parere e una illuminazione per un momento di stasi del processo. Se c’è una strada, quella strada va percorsa”.
La replica dei promotori
Per il promotore di giustizia aggiunto, Roberto Zannotti, e il promotore di Giustizia applicato, Settimio Carmignani Caridi, tutte queste eccezioni sono “infondate” e “inutili”. Soprattutto quella dei rescritti: “Nulla depone a favore dell’illazione che Papa Francesco si sia sbagliato o sia stato indotto in errore. Lo dimostra il fatto che dopo sono seguite delle norme coerenti. Il Papa ha scelto la soluzione giusta. La situazione ce l’aveva ben presente".
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