Parolin: Malta resti luogo di accoglienza, ponte tra le culture e voce di pace
Tiziana Campisi - Citàà del Vaticano
Un avvenimento che ancora oggi offre a tutti un insegnamento. Il naufragio di San Paolo a Malta è “una narrazione profondamente evangelica sulla fiducia, la responsabilità e la relazione, narrata in un momento di pericolo e incertezza”, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin lo sottolinea durante la Messa celebrata, questa mattina, 1 febbraio, festa del Naufragio di San Paolo, nella concattedrale di San Giovanni, a La Valletta, per il 60.mo anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Malta e la Santa Sede.
La vera autorità nasce dall’affidabilità
Nella sua omelia il porporato, da ieri in visita a Malta, ripercorre gli avvenimenti vissuti dall’Apostolo delle genti mentre era in viaggio verso Roma, “prigioniero, portato da forze al di là del suo controllo, sballottato dalle onde, soggetto alle decisioni degli altri”, ma “nel mezzo della tempesta” capace di vedere “chiaramente” le cose, di parlare “con autorità” e di incoraggiare equipaggio e passeggeri, infondendo speranza. "Non abbiate paura", afferma, non negando il pericolo ma proclamando “una verità ancora più profonda: che nessuna vita andrà perduta, perché Dio è fedele”. Il cardinale Parolin fa notare che “l'autorità di San Paolo qui non deriva dal rango, dal potere o dalla forza” bensì “dal suo rapporto con Dio e dal suo senso di responsabilità verso gli altri”, così, “pur essendo prigioniero, diventa una guida”, seppure “vulnerabile, diventa una fonte di forza”. E la lezione che ancora oggi offre è che “la vera autorità, che sia spirituale, pastorale o diplomatica, non nasce dal controllo, ma dall'affidabilità; non dall'imporre soluzioni, ma dal rimanere fedeli nei momenti di prova”.
L’ospitalità del popolo maltese
Rievocando il racconto evangelico, il segretario di Stato vaticano si sofferma, poi, sulla descrizione lasciataci da San Luca degli abitanti di Malta, che “mostrarono ‘una gentilezza insolita’ verso i naufraghi”. “Il primo atto cristiano sul suolo maltese è l'ospitalità”, osserva il porporato, rammentando che “fin dall'inizio, la storia cristiana di Malta è segnata da questa capacità di accogliere l'altro, di trasformare il pericolo in incontro e la paura in relazione”, tanto che “San Paolo arriva come uno straniero, ma se ne va come un padre nella fede”.
La vocazione della Chiesa nella comunità internazionale
Ma non è solo una rievocazione del passato quella del cardinale Parolin, che guarda anche al presente. “Il mare che portò San Paolo a Malta non è dissimile dal mare della storia attraverso il quale popoli e nazioni navigano ancora oggi” dice, tra “guerra, sfollamenti, frammentazione sociale e paura del futuro” che alimentano la tentazione “di abbandonare le proprie responsabilità o di cercare sicurezza con la forza”. Ma proprio San Paolo “mostra un'altra via”, rimanendo “attento”, ascoltando e parlando “quando necessario”. “Ricorda a tutti che la loro vita è importante e che sono nelle mani provvidenziali di Dio” rimarca il porporato, aggiungendo che “questa è anche la vocazione della Chiesa nella comunità internazionale” e che “la Santa Sede non pretende di placare ogni tempesta. Ma cerca, con umiltà e perseveranza, di mantenere viva la convinzione che nessuno deve essere perduto, che la pace è possibile e che il dialogo non è mai vano”.
Il legame tra Malta e Santa Sede
Dal porporato anche un accenno alle relazioni diplomatiche tra Malta e Santa Sede, iniziate sessant'anni fa, frutto “di un legame molto più antico, bimillenario”, cresciute nel corso degli anni e le quali hanno “dimostrato che Chiesa e Stato, quando ciascuno rispetta l'autonomia dell'altro, possono cooperare fruttuosamente per il bene comune”, se tutto viene fatto con “umiltà, chiarezza e perseveranza”. Ripercorrendo l’attività della nunziatura apostolica maltese, Parolin evidenziala sua “presenza attenta e in ascolto, in stretta sintonia con la vita della Chiesa locale e profondamente rispettosa delle istituzioni dello Stato” e che “dall'indipendenza all'integrazione europea” dell’isola “ha contribuito a sostenere canali di dialogo, a evitare incomprensioni e a promuovere soluzioni radicate nella ragione, nel rispetto reciproco e nella buona volontà”. Quanto agli accordi conclusi nel tempo fra Repubblica di Malta e Santa Sede, su istruzione, matrimonio, beni ecclesiastici e formazione, vanno visti non come “meri strumenti giuridici” ma come “segni di fiducia pazientemente costruita, espressioni di un desiderio condiviso di servire la società senza confusione di responsabilità”, che dimostrano relazioni tra Chiesa e Stato non conflittuali né clericali, ma dialogiche e realistiche.
Il primato della persona umana
Infine, nelle parole del cardinale, il ricordo delle visite dei successori di San Pietro a Malta, “momenti di grazia, in cui la dimensione istituzionale delle relazioni è stata illuminata da grande affetto, preghiera e fede condivisa”. “Ancora una volta, Malta ha accolto i Successori di San Pietro come aveva accolto San Paolo: non con timore, ma con grande entusiasmo e generosità”, conclude il segretario di Stato vaticano, esortando ad avere a cuore le persone, che “non devono mai essere abbandonate”. Un principio, quello del primato della persona umana, che è “al centro della missione della Chiesa e del suo impegno diplomatico” e che “Malta e la Santa Sede hanno cercato, ciascuna a modo suo, di mantenere vivo” con il dialogo e la cooperazione.
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