2026.02.06 L'arcivescovo Ettore Balestrero

Balestrero: "Le difficoltà dell'Onu specchio della crisi del multilateralismo"

Dopo l'allarme su una possibile bancarotta finanziaria dell'Onu lanciata dal segretario generale,António Guterres, l'arcivescovo osservatore permanente della Santa Sede a Ginevra presso l’ufficio delle Nazioni unite e le altre organizzazioni internazionali, spiega ai media vaticani che la situazione si fa sempre più allarmante: "È una crisi strutturale. Doloroso pensare ai tagli agli aiuti umanitari che già sono stati effettuati in modo consistente"

Federico Piana - Città del Vaticano

Visto da Ginevra, dove l’arcivescovo Ettore Balestrero è osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio delle Nazioni unite e le altre organizzazioni internazionali, l’allarme lanciato dal segretario generale dell’Onu, António Guterres, su un possibile collasso finanziario dell’istituzione intergovernativa se gli Stati membri non verseranno celermente i contributi arretrati, suona come un preoccupante campanello d’allarme: "Non è la prima volta che Guterres attira l’attenzione su questo problema. Alla fine dello scorso anno aveva inviato un rapporto all’Assemblea generale proprio sulla precaria situazione finanziaria. Ma la crisi, con il passare del tempo, si è acuita. Cresce l’incertezza e si sta mettendo a rischio la realizzazione e l’implementazione dei programmi".

Una bancarotta dell’Onu la crede davvero possibile?

Non voglio pensare che ciò possa avvenire. Ma è un segnale d’allarme sempre più forte, è una crisi strutturale. Già adesso, ma ancor di più se non si rimedia al più presto a questa crisi, le più grandi sfide sono i ritardi nelle operazioni, sostenere la realizzazione dei programmi e mantenere le peacekeeping operation , le missioni di pace, pagare i salari dello staff e provvedere a nuove assunzioni. Ad esempio, già adesso sembra che ci si orienti ad un taglio del 15% al budget proprio delle peacekeeping operations. È doloroso pensare ai tagli agli aiuti umanitari che già sono stati effettuati in modo consistente e che diventerebbero ancor più draconiani.  Ma l’eccessiva dipendenza da pochissimi attori rende il problema della liquidità ancora più grave.

Non le sembra che la crisi finanziaria nella quale è incappata l’Onu sia in realtà lo specchio della crisi del multilateralismo?

Certamente. Rappresenta il sintomo di un grande disagio e di una profonda crisi, che è un prisma con tante, diverse, facce. Per esempio, la paralisi delle istituzioni multilaterali davanti alle guerre, una nuova corsa al riarmo, lo smantellamento del sistema di disarmo che era stato creato dall’Onu subito dopo la Seconda Guerra mondiale. Proprio il 5 febbraio scorso è scaduto il New Start, il trattato internazionale sulla riduzione delle armi nucleari firmato da Usa e Russia. E poi ci sono altre facce come l’erosione dello Stato di diritto a favore della legge del più forte, le politiche economiche di carattere protezionistico. Insomma, alla fine della Seconda Guerra mondiale emerse chiaramente un consenso che sancì l’illegittimità dei conflitti e un cambiamento di paradigma che ha funzionato fino ad ora. Ma dopo 80 anni gli equilibri sono cambiati: le nazioni scalpitano perché vogliono mantenere la propria posizione oppure perché vogliono guadagnare più potere, in tutte le sue dimensioni.  Attualmente, le Nazioni unite esprimono un mondo che non c’è più. E non riescono ad affrontare efficacemente le nuove sfide globali.

La crisi  del multilateralismo appare sempre più evidente e marcata. Se ne sa spiegare la ragione?

La principale motivazione è il cambiamento nei rapporti di forza e negli equilibri internazionali. E poi ci sono altre cause. Prima fra tutte, la progressiva perdita erosione della fiducia nella stessa idea di bene comune reciproca: le relazioni internazionali stanno diventando sempre più un gioco a somma zero. Quindi si sta scolorendo la convinzione che le regole condivise proprie delle istituzioni multilaterali possano davvero servire a tutti e prevale l’illusione che la sicurezza e lo sviluppo possano essere raggiunti da soli.

E poi ci sono le diseguaglianze…

Che si stanno ampliando sempre di più, non solo all’interno dei singoli Paesi ma anche tra nazione e nazione. E anche questo mina la fiducia nel multilateralismo. Quando ci sono tanti grandi segmenti della popolazione mondiale che sperimentano la globalizzazione come un’esclusione piuttosto che come un’opportunità allora le regole multilaterali appaiono molto distanti, sembrano fatte più per l’interesse di qualcuno che per il bene di tutti.

Qual è la posizione attuale della Santa Sede sulla necessità del multilateralismo?

È quella che Leone XIV ha espresso poco tempo fa nel suo discorso al corpo diplomatico. Come ha detto il Papa,  viviamo in un mondo dove ci sono sfide complesse. E in questo mondo le organizzazioni internazionali dovrebbero favorire il dialogo, aiutare a costruire un pianeta più giusto. Le Nazioni unite dovrebbero essere più efficienti nel perseguire non tanto ideologie o interessi a breve termine e unilaterali ma politiche mirate all’unità della famiglia umana. La posizione della Santa Sede è questa: il multilateralismo vuol dire offrire un luogo affinché le nazioni, possano incontrarsi e dialogare. Però per dialogare, come ha ribadito il Pontefice, bisogna intendersi sulle parole, sui concetti. Se le parole perdono aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile allora capirsi diventa impossibile.

Riformare l’Onu appare sempre più necessario. Ma chi dovrebbe farlo?

Spetta agli Stati membri dell’Organizzazione e soprattutto ciò che occorre è fondamentalmente la buona volontà ed il senso del bene comune. La diffusione del potere non deve avvenire senza una corrispondente condivisione delle responsabilità per il bene di tutti. La multipolarità richiede corresponsabilità e cooperazione nel rispetto anzitutto della dignità di ogni essere umano.

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06 febbraio 2026, 15:00