Alette Engelhart, leader dell'Associazione delle casalinghe norvegesi, 1950, Gjettum, Bærum Alette Engelhart, leader dell'Associazione delle casalinghe norvegesi, 1950, Gjettum, Bærum  (Museo di Oslo)

“Donne Chiesa Mondo”, la parte assegnata

Sul numero di febbraio del mensile de L’Osservatore Romano un’indagine su donne, lavoro e cura alla luce della dottrina sociale

di Emilia Palladino*

Il lavoro delle donne, pur essendo un argomento trattato da tempo e in molti modi, mantiene un’attualità cogente, che si riflette direttamente sulla vita concreta della metà della popolazione del mondo e indirettamente sull’altra metà. Il peso della differenza di genere si inscrive nella divisione del lavoro, nell’accesso alle professioni e alla loro responsabilità, nel “divario retributivo di genere”, il notissimo salary gap, nelle dinamiche di conciliazione lavoro-famiglia, nell’impatto sul benessere economico personale e sociale. A livello sovranazionale, è l’ILO (International Labour Organization) l’organismo delle Nazioni Unite che si interessa delle misurazioni relative al lavoro e al lavoro femminile. Ad esempio, nel 2025 sono ben 718 milioni le donne nel mondo per le quali il lavoro di cura non retribuito (prevalentemente carichi familiari) allontana dall’assumere qualunque tipo di incarico lavorativo retribuito.

Tuttavia, la lettura del fenomeno del lavoro delle donne non è scevra da una sua interpretazione ideologica: a seconda, infatti, di come si intendano le rappresentazioni sociali (e religiose) dei generi, che hanno una carica simbolica ben definita, il lavoro delle donne è più o meno accettabile e accettato, è o meno un valore da difendere e per cui lottare, è una posizione di libertà e giustizia, oppure un arbitrio illecito che deteriora la coesione familiare e sociale.

Anche lo spazio ecclesiale non sfugge al rischio di una lettura ideologica del lavoro delle donne. Ne costituiscono un esempio anche i documenti della dottrina sociale cristiana, cioè il corpus del Magistero che dalla fine del XIX secolo si occupa di come politica, economia, diritto, giustizia, lavoro, ambiente, cittadinanza, etc. influiscano sulla fede dei credenti, inserendo saggiamente la dimensione storica ed evolutiva nel rapporto Chiesa-Mondo (cfr. Gaudium et spes).

Il nodo principale è rappresentato in questo caso, ma anche in altri, in una sclerosi dell’impostazione dei contenuti, che non rende possibile inserire il lavoro delle donne in un pensiero ecclesiale consapevole, aperto e necessariamente in divenire, oggi necessario per non danneggiare e anzi promuovere le donne e, con esse, le società di riferimento, sia nell’affermazione delle dignità proprie, sia per uno sviluppo umano etico e sostenibile.

Per comprendere meno superficialmente se e come la dottrina sociale cristiana abbia raccontato il lavoro delle donne, credo sia possibile porre l’attenzione alla delicata questione della divisione di genere del lavoro.

Va detto doverosamente che un riferimento essenziale, dirimente la divisione di genere del lavoro, lo può e lo deve offrire la riflessione biblico-teologica alla comprensione del primo capitolo di Genesi nel quale si legge il racconto del peccato originale. Fatta questa precisazione, lasciando da parte l’approfondimento teologico, guardiamo direttamente al magistero sociale.

Proprio all’inizio del suo percorso, identificabile nell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (1891), si parla di “giusto salario”. Si riconosce, cioè, all’operaio (il “lavoratore” dei testi attuali) il diritto di guadagnare abbastanza per sostentare sé e la sua famiglia, in modo da poter anche risparmiare, e divenire e a sua volta, proprietario di beni. Questo concetto verrà ripreso da quasi tutti i papi che gli succedono, attraversando indenne anche il Concilio vaticano II. Giovanni Paolo II, nella Laborem exercens (1981), unica enciclica sociale dedicata esplicitamente al lavoro, lega le parole lavoratore, salario, famiglia nello stesso modo di Leone XIII.

Questa sottolineatura, che è senz’altro corretta, ha però contribuito e tuttora contribuisce (insieme ovviamente ad altri elementi dottrinali e culturali) a un’interpretazione del lavoro che ne giustifica e radica la divisione di genere. Implicitamente, infatti, richiede che alle donne spettino prevalentemente il lavoro di cura non retribuito, oppure professioni retribuite che però abbiano caratteristiche della cura (nel campo sanitario, educativo, manifatturiero, segretariale) da una parte; dall’altra, agli uomini spettino le professioni retribuite pubbliche e di responsabilità.

Il maschile sovraesteso, usato in tutti i documenti del Magistero per parlare di uomini e donne insieme, e l’idea, radicatissima anche nella morale cattolica, che la famiglia sia a carico del lavoratore (uomo, pagato), mentre la cura della famiglia sia a carico della lavoratrice (donna, non pagata e compagna, moglie, coniuge dell’uomo), favorisce un forte sbilanciamento culturale a favore di una visione tradizionale delle relazioni fra i generi, che si riflette anche sulle scelte di accesso alle professioni. Certamente in alcuni paesi del mondo tale sbilanciamento è meno marcato; tuttavia, a mio avviso, rimane implicito e strisciante il convincimento che una donna che voglia lavorare, soprattutto senza che vi sia un vincolo economico che la obblighi, occupi in realtà uno spazio che non le è proprio e tolga energie e tempo al suo compito primario, quello cioè di occuparsi della famiglia. È un esempio di tale convincimento, la richiesta, che non troppo raramente ricevono le donne, di firmare al momento dell’assunzione documenti in cui rinunciano ad avere figli per un certo periodo di tempo.

Se questo è vero, la problematica della divisione di genere del lavoro impatta direttamente sia sull’idea, mai del tutto passata di moda, che il lavoro delle donne è un elemento destabilizzante per la famiglia e per la società; sia, e di conseguenza, sulla necessità che la conciliazione dei tempi del lavoro e della famiglia sia un carico unicamente femminile.

Questa impostazione è figlia di un patriarcato di idea e di fatto, che si stabilizza anche nel discernimento ecclesiale e che legge la realtà non sulla base di libertà e giustizia, ma di potere (degli uomini) e sottomissione (delle donne), in un assetto culturale segnato da profonda ingiustizia.

Se nella Laborem exercens si legge che il lavoro restituisce, conferma e promuove la dignità dell’essere umano, tanto più se versa in condizioni di povertà, perché non deve essere vero anche per le donne? Perché l’uso del maschile sovraesteso è ancora applicato senza alcun controllo né censura, costringendo le donne a occupare condizioni di grave dipendenza economica, non solo affettiva, nella propria famiglia e nella società, favorendo così, come ben si sa, dinamiche di violenza e di oppressione domestica? Perché si fa ancora fatica a considerare sia il massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro a partire dagli anni ’50, sia il diritto che le donne lavorino anche per avere del proprio di cui disporre autonomamente, come un dovere di giustizia sociale e di libertà morale e politica?

Nel 2026 si celebrano 10 anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia di papa Francesco (19 marzo 2016). Non è un documento sociale di per sé, in quanto dedicato all’“amore nella famiglia”, tuttavia vi si legge significativamente che «C’è chi ritiene che molti problemi attuali si siano verificati a partire dall’emancipazione della donna [una delle conseguenze dell’accesso al lavoro, n.d.r.]. Ma questo argomento non è valido, “è una falsità, non è vero. È una forma di maschilismo” (Catechesi 29 aprile 2015)». Da allora è stato possibile denunciare a voce alta dinamiche discriminatorie ai danni delle donne e delle donne lavoratrici perpetrate nella lettura della realtà offerta dal magistero ecclesiale, anche sociale. Non sempre però alla denuncia è seguita l’azione, come Paolo VI chiedeva alla comunità ecclesiale e civile nella sua lettera apostolica sociale Octogesima adveniens (1971).

In definitiva, il lavoro è un campo primario di lotta per la giustizia di genere, sia per uno stesso accesso alle professioni e alle responsabilità professionali, sia per una corretta e uguale retribuzione, sia per la condivisione dei carichi familiari non retribuiti, sia per promuovere il decent job, il lavoro dignitoso; in modo che non diventi sfruttamento, concessione, pericolo, schiavitù, condanna all’insignificanza per le donne e gli uomini e all’invisibilità per le più povere e i più poveri della terra.

*Docente presso la Facoltà di Scienze Sociali  della Pontificia Università Gregoriana di Roma

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06 febbraio 2026, 16:16