Alla Biblioteca Vaticana, Pasini riapre il "caso Galbiati" dell'Ambrosiana
Paolo Ondarza – Città del Vaticano
Un’autentica passione per la ricerca storico-documentaria, rigorosa e al servizio dell’umano. È quella che comunica monsignor Cesare Pasini, prefetto emerito della Biblioteca Apostolica Vaticana, che ha guidato dal 2007 al 2023. «È così bello ricercare, fare piccole e grandi scoperte. Trovi una lettera in un'istituzione, poi vai nell'altra e trovi la risposta; poi vai in un'altra e trovi il commento. Interessantissimo! Vuol dire che c'è una trama: all’inizio sono solo frammenti, in parte non comprensibili, alla fine è una trama di vita parlante».
Così è accaduto per l’elaborazione del volume Una vita per l’Ambrosiana: Giovanni Galbiati Prefetto (1924-1951). Contatti e tensioni tra Milano e Roma nella vicenda delle sue dimissioni, pubblicato nella collana Studi e testi della BAV e presentato lunedì 16 febbraio nel Salone Sistino in Vaticano.
Pasini che in Ambrosiana ha lavorato per sedici anni, dodici dei quali come vice prefetto, affronta una vicenda che, come scrive, era stata «sinora sobriamente raccontata e commentata (…) solo da voci di ambito milanese».
La riforma dell’Ambrosiana
Succeduto nel 1924 alla guida della Veneranda Biblioteca su nomina di Papa Ratti, che lo aveva preceduto nello stesso incarico, per ventisette anni Galbiati portò avanti un piano di riforma interna del prestigioso istituto. Con un occhio particolarmente attento alla Pinacoteca, all’Accademia e alle collezioni museali, dispose l’ampliamento dei locali, il riordino delle raccolte, la catalogazione, gli arredi, l’istituzione di un Gabinetto di restauro e la fondazione della collezione Fontes Ambrosiani, con la rivista scientifica Anthologia Ambrosiana.
La Guerra
Durante la Seconda guerra mondiale dovette affrontare il difficile compito di mettere al sicuro la preziosa collezione e di riorganizzare la Sala Federiciana, colpita dalle bombe nel 1943. A seguito di polemiche sulla sua gestione fu costretto a lasciare la direzione dell’Ambrosiana nel 1951
«Giovanni Galbiati diede tutte le sue energie per l’Ambrosiana, trovando fondi e coinvolgendo le persone, la città… Poi – ricorda monsignor Pasini – fu accusato di non stare alle regole, di amministrare le cose senza renderne conto». Il periodo bellico rappresenta uno spartiacque nella sua storia. Pio XI, morto nel 1939, aveva sempre avuto un occhio di riguardo per l'Ambrosiana. «Ci fu chi, come Agostino Gemelli, sostenne che Papa Ratti non fosse contento di Galbiati, ma sono cose difficilmente verificabili dai documenti».
Le critiche
Le critiche nei confronti di Galbiati divennero accuse forti per il fatto che non mise in salvo tutti i beni. «Fece uscire i quadri, i manoscritti, ma non la Federiciana, una collezione di particolare pregio e valore». Fu inoltre biasimato «per essersi assentato da Milano e non essere rimasto a reggere l’istituzione».
Gli eventi che portarono alle dimissioni
Non andò meglio nel dopoguerra. «Nonostante la sua grande capacità organizzativa, Galbiati non teneva in considerazione il parere dei dei suoi collaborator, i Dottori (il collegio di esperti; ndr.) dell'Ambosiana. Aveva la tendenza ad essere un primo uomo, a comandare e questo portò a una deriva». Pio XII incaricò l’allora cardinale bibliotecario di Santa Romana Chiesa, Giovanni Mercati di vigilare sull’Ambrosiana. «Mercati rimase frastornato dalle scelte di Galbiati e si convinse che non potesse fare il prefetto».
Ma come farlo ritirare da una carica a vita? «In una lettera», riferisce Pasini, «molto ingenuamente, Galbiati comunica a Mercati l’entusiasmo di aver inviato in mostra al Palazzo Reale di Milano la Canestra di frutta di Caravaggio. Non avrebbe potuto farlo. Così come non avrebbe potuto fare uscire codici senza il previo consenso pontificio. C’era infatti una norma che, sotto pena di scomunica, lo proibiva. L’unica via di uscita che gli venne proposta furono le dimissioni. Dovette accettare».
L’irregolarità formale di certe decisioni assunte da Galbiati fornì il pretesto per un discredito ulteriore nei suoi confronti: «Uno dei due Dottori dell’epoca, il futuro vescovo Agostino Saba, andava a Roma a confidarsi da Mercati. La situazione precipitò».
Le carte e la fragilità umana
La ricerca è stata intrapresa da monsignor Cesare Pasini negli anni a cavallo della pandemia tra i libri e le carte della Vaticana, dell’Ambrosiana, dell’Archivio Apostolico e di quelli milanesi, per citare solo qualche istituzione. Emerge la fragilità umana delle persone coinvolte, come l’amarezza e lo sfogo di Galbiati. Si distinguono poi personalità capaci di grande diplomazia e di «creare comprensione reciproca». È il caso ad esempio di Giovanni Battista Montini che all’epoca era sostituto alla Segreteria di Stato.
La paternità di Montini e Schuster
Il futuro Papa e santo, riferisce Pasini, «si presenta in queste vicende, talvolta tese e tormentate, con un animo di pace». Ricevendo il prefetto della Veneranda Biblioteca a Roma infatti gli comunica la decisione presa. «Galbiati digerisce la pillola amara. Tornato a casa scrive una lettera a Montini per ringraziarlo dell’umanità con la quale lo aveva accolto». Sul versante milanese emerge invece la statura morale del cardinale Ildefonso Schuster.
Documenti che «parlano»
«La mia convinzione – confida Pasini – è che bisogna accogliere e comprendere queste vicende con animo pacato, pacificatore, comprendendo anche le fragilità umane. Se lo ascolti con pazienza, e se lo intersechi con altri testi, un documento parla».
L’esigenza di umanesimo
«In un mondo sollecitato da continui cambiamenti, c’è un’esigenza di umanesimo e le biblioteche – conclude – hanno il compito di aiutare sempre più ad aprirsi e a conoscere. Tu ricercatore puoi trovare di tutto: cose curiose, meschine, strane. Ciò che ricerchi non è finalizzato a fare colpo, ma a comprendere l'uomo, la società. E più si comprende, più si è sostenuti ad andare avanti!».
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