Parolin: la credibilità della Chiesa nasce non dal potere ma dalla testimonianza
Lorena Leonardi - Città del Vaticano
“La Chiesa resta credibile non grazie al potere, ai numeri o alle strategie, ma quando la fede diventa testimonianza vissuta, espressa e tradotta in atti concreti di liberazione, giustizia e misericordia che restituiscono dignità e aprono cammini di vera libertà”. L’ha detto il cardinale Pietro Parolin, presiedendo ieri, domenica 25 gennaio, la Messa nella Cattedrale di Copenaghen in qualità di legato pontificio alle celebrazioni del XII centenario dell’inizio della missione di Sant’Ansgar in Danimarca. Era il IX secolo quando il monaco benedettino giunse in Nord Europa per una missione fondata non su “strategie o successo, ma sulla fedeltà a Gesù”, ha ricordato il segretario di Stato, e per prima cosa riscattò la libertà di alcuni schiavi. Eppure il suo gesto, in un mondo “ferito da nuove forme di schiavitù – economiche, culturali, spirituali – e segnato dall’esclusione e dall’indifferenza”, parla ancora oggi con “rinnovata attualità".
Portare con sé la Buona Notizia
Dopo aver portato i saluti di Leone XIV, assicurandone la vicinanza spirituale, il porporato ha rimarcato la forza di un legame forgiato nel passato e la presenza ancora viva della sollecitudine pastorale e dello slancio evangelico che animarono la missione di Ansgar dodici secoli fa. Missione che nacque da una “straordinaria esperienza di liberazione” nella sua stessa vita, ha detto Parolin prendendo spunto dalla lettura da Isaia (52,7-10): questi, infatti, non si sofferma tanto sul messaggio quanto sul messaggero, i cui piedi “sono belli non per le idee o le spiegazioni che porta, ma perché portano la buona notizia, capace di salvare le persone trasformando il cuore di chi l’ascolta e rendendolo libero”. Allo stesso modo Ansgar aveva incontrato la gioia di essere perdonato da Dio e desiderava “condividere quella gioia con gli altri”, perché questa era “la buona notizia che portava con sé”.
Il coraggio di seguire Gesù
Parlando nel tempio dedicato al monaco benedettino che fu primo missionario cristiano presso le popolazioni delle attuali Danimarca e Svezia, il porporato ne ha ripercorso le principali tappe biografiche, dall’ingresso, ancora bambino, nel monastero francese di Corbie, al trasferimento, ventenne, nel monastero di Corvey da poco fondato, nell’attuale Germania. Poi, la coraggiosa scelta della missione evangelizzatrice in Danimarca quando l’imperatore Ludovico il Pio chiese dei sacerdoti per accompagnare il neobattezzato re danese Harald Klak.
Al momento di lasciare luoghi e persone familiari per seguire Gesù, Ansgar non vacillò mai, manifestando “coraggio e fiducia” tali da impressionare i coevi: il discepolo e biografo di Ansgar, san Remberto, annotò infatti nella “Vita Anskarii” la meraviglia di quanti lo vedevano compiere scelte dolorose per amore di Cristo. Nel suo operato, il benedettino dava prova del cristianesimo vivendo da cristiano, in linea con il Vangelo che, ha rimarcato il segretario di Stato, non offre “soluzioni astratte”, ma una “visione della persona umana la cui dignità precede ogni calcolo”.
Con i cuori trasformati
Nella sua missione, sant’Ansgar “affrontò un’enorme opposizione e sembrò un fallito, ma il successo non era ciò che cercava”: il lui si realizzava, ha sottolineato il segretario di Stato facendo riferimento alla Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, il paradosso paolino della “stoltezza della croce”, per cui in un mondo che insegna a dare valore al potere, all’influenza e al successo, Cristo crocifisso appare un fallimento. “Ma questa stoltezza – ha chiarito – è la sapienza di Dio, perché mostra un amore capace di donarsi completamente”. Parimenti la storia della vita di Ansgar ricorda che la Chiesa cresce “non principalmente nei numeri, ma in uomini e donne che vivono vite di fedeltà, perseveranza e amore: la missione inizia con i cuori trasformati”.
Da Parolin l’invito, nelle celebrazioni giubilari dedicate al santo, a “rinnovare l’audacia evangelica” e “custodire la speranza là dove la storia appare stanca” per testimoniare che la fecondità “nasce dall’amore che unisce e dalla fiducia nell’azione continua di Dio, anche nelle situazioni più fragili”.
Camminare con Cristo
Oggi la Danimarca non è più il luogo pagano che Ansgar incontrò al suo arrivo, la storia del Paese “è indelebilmente segnata dalla sua eredità cristiana” e la comunità cattolica, insieme ai luterani e a tutte le persone di buona volontà, contribuisce “attraverso il servizio, la solidarietà e il rispetto della dignità umana”, ha evidenziato il porporato. Citando il motto episcopale del Papa – In Illo uno unum – il cardinale ha concluso evidenziando come Ansgar sapesse che la missione dei seguaci di Gesù Cristo comincia con “un cuore trasformato” e che la salute della Chiesa si misura non dai numeri o dai successi ma dalla capacità di “camminare con Cristo e di restargli vicini in ogni circostanza”.
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