Toccare il Risorto, contemplare il Bambino. Rubens e Caravaggio a Roma
Paolo Ondarza - Città del Vaticano
La bellezza del Giubileo continua a vivere nel cuore di chi ha vissuto nel segno della speranza l’Anno Santo appena concluso. Un segno concreto di questo “perdurare” è dato dalla splendida mostra allestita nella chiesa di Sant’Agnese in Agone a Piazza Navona, a Roma fino al prossimo 8 febbraio.
Due capolavori a confronto
Due capolavori del Seicento sono accostati all’interno della meravigliosa cornice dell'edificio di culto barocco, posto di fronte alla Fontana dei Quattro Fiumi di Gian Lorenzo Bernini. Il primo è La Madonna con il Bambino dipinta ad olio su tela nel 1617-18 da Peter Paul Rubens e proveniente da una collezione privata in Svizzera. Il secondo è invece una delle tre versioni della celebre Incredulità di san Tommaso realizzata da Michelangelo Merisi detto Caravaggio, con la collaborazione di Prospero Orsi tra il 1602 e il 1607. Anche quest’ultima è un olio su tela e appartiene ad una collezione privata austriaca a Firenze.
Catechesi artistiche
L’Incarnazione, la Morte, la Resurrezione del Figlio di Dio sono le catechesi al centro di queste due opere d’arte, eseguite da due tra i più grandi maestri della storia dell'arte, in stretta connessione con l’ambiente romano. Caravaggio infatti mise mano alla tela mentre si trovava nella Città Eterna, a partire dagli ultimi mesi del Giubileo del 1600. Rubens elaborò la sua composizione invece in seguito al suo viaggio romano, citando alcune sculture che proprio nell’Urbe aveva studiato e ammirato.
Dall'incredulità alla certezza
La luce e l’umanità dell’episodio evangelico sono come sempre protagoniste del potente quadro caravaggesco che descrive il momento in cui Cristo Risorto, già apparso alle donne, a Pietro, ai discepoli di Emmaus e agli apostoli riuniti nel cenacolo, si manifesta infine anche a Tommaso che dopo la morte in croce non lo aveva più visto. «Stendi la tua mano, metti qua il tuo dito», dice il Risorto secondo quanto riferito da Giovanni (Gv 20, 24-29). «Mio Signore e mio Dio», risponde stupefatto l'apostolo, passando dall'incredulità alla certezza!
Un'opera a due mani
La prima versione autografa di questo dipinto è in una collezione privata svizzera. Fu eseguita da Caravaggio per il cardinale Gerolamo Mattei tra il 1600 e il 1601 e presto donata ai principi Massimo. Fu tanto ammirata da un Giustiniani che ne chiese al pittore una seconda versione, pressoché identica, oggi a Potsdam, in Germania. A differenza delle prime due opere, quella esposta in questi giorni a Roma presenta il Salvatore con la gamba coperta e, secondo quanto rivelato da indagini scientifiche, mostra l'intervento di due mani: una prima identificata con quella di Caravaggio, una seconda riferita invece ad uno stretto collaboratore, presumibilmente Prospero Orsi, che completò la tela a seguito della fuga del Merisi da Roma, legata all’uccisione di Ranuccio Tomassoni.
Testimoni del fatto evangelico
Accostandoci alla tela siamo coinvolti nella scena, come fossimo tra gli apostoli testimoni del fatto: le figure infatti hanno le stesse dimensioni dei nostri corpi reali. Ci colpiscono da subito lo sguardo di Tommaso, la sua fronte increspata, il dito che s’addentra nella carne di Gesù. In un secondo momento cogliamo un elemento altamente commovente: la mano di Tommaso è afferrata e condotta da quella di Cristo. È il Signore a prendere l’iniziativa e invita ciascuno di noi a “toccarlo”, a fare esperienza del suo essere presente, risorto, nel nostro quotidiano.
Il destino del Bambino
Nella tela di Rubens invece la Vergine Maria presenta e offre, sorreggendolo con delicatezza, il Bambino: è in piedi, nudo sopra un panneggio abbandonato su una trabeazione in pietra. Gesù rivolge lo sguardo verso destra. Quest’opera infatti ricalca l’iconografia di un pannello laterale di un trittico eseguito da Rubens nel 1617. Al centro del polittico aveva rappresentato la Deposizione di Cristo. Dunque il Figlio di Dio, ancora piccolissimo, è già orientato verso il suo destino: dare la vita per l’umanità riscattandola dal peccato e dalla morte. In quest’ottica il panneggio richiama la sindone nella tomba vuota.
Contaminazioni artistiche
Calvinista di nascita, convertitosi al cattolicesimo all’età di quattordici anni, Rubens era molto devoto alla Madonna. Nella fisionomia del Bambino Gesù ritrae il piccolo Albert, uno dei suoi nove figli. Formatosi agli studi classici ad Anversa accanto al maestro Jan Brueghel il Vecchio, intraprese nel 1600 un viaggio per l’Italia lungo otto anni. In questo intenso periodo frequentò le corti e le collezioni d'arte di Venezia, Mantova, Roma e Genova, stringendo amicizia con i cardinali Del Monte e Scipione Borghese e visitando spesso il cantiere di Palazzo Farnese, dove stava lavorando Annibale Carracci. Dal contatto con gli artisti italiani scaturì l’esuberanza del suo linguaggio pittorico, sintesi dell’estro fiammingo, del colorismo veneto e della monumentalità michelangiolesca. La tela esposta a Sant’Agnese in Agone sembra una citazione della Madonna del Parto scolpita da Jacopo del Tatti detto il Sansovino per la basilica di Sant'Agostino in Campo Marzio a Roma nel 1516.
La mostra intitolata “Cristo nostra pace”, inserita nella rassegna «Il Giubileo è Cultura», promossa dal Dicastero per l’Evangelizzazione, è curata da don Alessio Geretti ed è aperta tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00 ad ingresso libero.
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