Le tessere della storia dei Papi
Paolo Ondarza – Città del Vaticano
Tante piccole tessere, di forma e colore diverso, che giustapposte creano l’insieme. La metafora del mosaico esprime bene il background del lavoro che ha portato alla realizzazione del ritratto di Papa Leone XIV da poco installato lungo la navata sinistra di San Paolo fuori le Mura. Il tondo musivo è l’ultimo tassello, in ordine di tempo, ad essere collocato nei clipei - cornici circolari - predisposti ad accogliere le effigi di tutti i Pontefici, da Pietro ai nostri giorni. E un mosaico di professionalità diverse è quello costituito dall’equipe che in tempi rapidissimi, dopo ogni Conclave, deve consegnare alla cristianità e alla storia l’immagine del nuovo Vescovo di Roma.
La tradizione inaugurata da Leone Magno
La tradizione dei ritratti nella basilica che conserva i resti mortali dell’Apostolo delle genti risale al V secolo, ai tempi di Papa Leone Magno. Sotto questo Pontefice infatti ebbe inizio l’antica serie, originariamente costituita da pitture e documentata nel Codice Vaticano Latino 4407, in gran parte distrutta dal rovinoso incendio del 1823. Di quei dipinti se ne salvarono solo quarantuno, oggi custoditi nella clausura dell’Abbazia di San Paolo fuori le Mura.
L’incendio e la nuova decorazione a mosaico
L’avvio della nuova decorazione, che doveva ripristinare quella precedente, fu decretato nel 1847 da Pio IX che affidò allo Studio del Mosaico Vaticano della Reverenda Fabbrica di San Pietro, l’incarico di eseguire nuovamente tutti i ritratti dei Papi. «Pio IX – spiega Paolo Di Buono, direttore dello Studio del Mosaico – fece istituire una commissione di pittori che realizzarono cartoni dipinti da trasporre in mosaico». Tra maggio e ottobre di quell’anno furono realizzati i primi 262 quadri. Terminati negli anni Quaranta del secolo, i dipinti ad olio, oggi conservati nei depositi della Fabbrica, furono quindi tradotti in grandi tondi musivi dal diametro di 137 centimetri. Imponenti per essere ammirati da un’altezza di 13 metri dal pavimento: «Il lavoro si protrasse fino al 1876».
Nell’atelier del pittore
Coniugare rapidità di esecuzione, meticolosa precisione e arte monumentale rappresenta tutt’oggi una grande sfida. Commissionato nel giugno scorso, il ritratto a mosaico di Leone XIV è stato concluso a metà gennaio. Il dipinto ad olio è stato realizzato nelle stesse dimensioni del mosaico, in poche settimane nel mese di luglio, dal pittore Rodolfo Papa dopo un attento studio degli antichi ritratti custoditi dalla Fabbrica di San Pietro.
È stato il Pontefice a scegliere tra i quattro bozzetti presentati. Il Maestro ce li mostra con emozione, accogliendoci proprio nel luogo in cui ha lavorato: il suo studio romano in cui oltre a dipingere, presiede l’Accademia Urbana delle Arti, fondata nel 2006 per formare nuove generazioni di pittori.
Un lavoro di squadra
«Non me l'aspettavo, un incarico così importante! Ho dovuto mantenere la calma per riuscire a gestire la cosa», confida il pittore ricordando l’attenzione dedicata alla coerenza con il ciclo storico degli altri ritratti, alle inquadrature, alle misure: «La tela misura 137 centimetri, è grande, si corre il rischio di gestirla male. Inoltre si tratta di un ritratto ufficiale che deve essere poi tradotto in mosaico. Quindi ho dovuto fare in modo di facilitare il lavoro dei mosaicisti. Alcuni giorni ho dipinto anche quattordici ore di seguito».
L’incontro con Leone XIV
Osservando il mosaico è piena la soddisfazione: «I mosaicisti hanno fatto veramente un lavoro egregio, stupefacente nel tradurre la mia pittura: le ombre, la tridimensionalità, le luci… tutto è reso in modo splendido». Indimenticabile per Papa la giornata del 14 gennaio scorso quando l’opera finita è stata presentata a Leone XIV: «Il Santo Padre è rimasto contentissimo. Oltre che emozionante, l’incontro è stato anche simpatico, quando incontrandomi ha sottolineato il mio cognome!»
15 mila tessere in tre mesi
Dunque una fatica ricompensata anche per le maestranze dello Studio del Mosaico Vaticano che in soli tre mesi, a ritmo serratissimo, da fine ottobre, hanno composto le circa 15mila tessere che compongono il ritratto. «Abbiamo calcolato che in tutto sono servite circa 150 giornate lavorative suddivise tra tre persone che lavoravano contemporaneamente», ci svela Paolo Di Buono. «Un artista ha realizzato il volto, che è la parte più complessa, un altro il panneggio, un terzo invece l'amitto, ovvero il paramento liturgico indossato dal Papa. Allo sfondo d’oro abbiamo partecipato quasi tutti», aggiunge indicando la foto del team composto da 11 mosaicisti e 3 tirocinanti, scattata il giorno in cui Leone XIV ha visitato a sorpresa lo Studio.
Le tessere che compongono il mosaico
Le tessere sono state realizzate sia con l’antica tecnica romana del mosaico tagliato che con quella del filato. Le prime, della dimensione di circa 1x2 cm, sono ottenute sezionando tramite la martellina una piastra di smalto, costituita da vetro, ossidi metallici e altre sostanze chimiche che generano il colore. I dettagli più minuti, come i capelli, sono invece ottenuti ricorrendo alla tecnica del mosaico filato: in questo caso le tessere di piccolissime dimensioni derivano da sottilissime bacchette di smalto create a temperature molto elevate nella fornace presente nello Studio Vaticano, tagliate con una lima a base di polvere di diamante. Una tipologia ancora diversa è quella delle tessere dorate dello sfondo, realizzate secondo le antiche metodologie medievali: «Sono così brillanti per la loro struttura particolare, “a sandwich”: una sottilissima lamina d’oro è contenuta all’interno di due strati di vetro».
130 chili di peso
Dunque è come se il tondo con il ritratto del Papa fosse una grande lastra di vetro. A questo peso si aggiunge quello del vassoio metallico in cui le tessere sono applicate tramite uno stucco a base di olio di lino, a lento indurimento. L’intero disco musivo ha un peso di circa 130 chili che rendono l’elevazione tramite un sistema di carrucole e il fissaggio alla parete un’operazione particolarmente delicata.
Una staffetta di maestranze nei secoli
Prima di lasciare il Vaticano ed essere caricato sul furgone che lo ha trasportato nella Basilica Ostiense al mosaico sono stati applicati tre fori finalizzati all’inserimento di enormi stop o perni metallici. «Permettono un ancoraggio sicuro – aggiunge il direttore Di Buono - e consentono anche che all’occorrenza l’opera possa essere rimossa». Non accade quasi mai. Anche l’aggiunta di aureole, in caso di canonizzazioni dei Pontefici, viene eseguita sul mosaico installato. «Non possiamo immaginare se però tra due secoli ad esempio dovesse presentarsi l’esigenza di operare uno spostamento. Ci muoviamo nel solco dei nostri predecessori, abituati a pensare ad un arco temporale molto ampio». Comprendiamo da queste parole che la Fabbrica di San Pietro è anch’essa un mosaico in cui generazioni di maestranze si avvicendano e il presente è parte di una storia bimillenaria.
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