Ep. 58 - Oltre la paralisi del lamento e della maldicenza
Gesù ci ha insegnato a invocare e a praticare la remissione dei debiti. C’è però un patrimonio che ci dobbiamo l’un l’altro, senza restarne imprigionati: è il debito di un amore vicendevole. Tutta l’attenzione, la cura e il bene che abbiamo ricevuto ci rendono più liberi e capaci di responsabilità. Nel Vangelo di questa domenica, Gesù suggerisce a ogni comunità cristiana almeno due modi di esercitare l’amore vicendevole. Il primo è diventare capaci di correzione fraterna. È un’arte delicata e troppo spesso dimenticata, che chiede franchezza e gradualità. Parlarsi sinceramente – dapprima a tu per tu, poi se necessario fra due o tre persone, infine, quando occorre, con l’intera comunità – significa affrontare la realtà e trasformare problemi e conflitti in passaggi di crescita. Il lamento e la maldicenza sono più facili, ma non generano nulla e paralizzano molte situazioni. Il Vangelo, invece, ci educa alla libertà, nella carità. (Papa Leone XIV, Angelus, 6 settembre 2026)
All’Angelus di domenica 6 settembre Leone XIV ha parlato ancora una volta della testimonianza evangelica che i cristiani sono chiamati a offrire a tutti con la loro vita prima che con le loro parole. E ha spiegato come vivere concretamente quell’amore vicendevole che è all’origine di ogni vera testimonianza cristiana. Innanzitutto attraverso la “correzione fraterna”, che non significa certo occultare o dimenticare i problemi fingendo che tutto vada bene, ma significa affrontarli con sincerità e amore, nella comunione fraterna. Rifuggendo due atteggiamenti così purtroppo diffusi: il lamento e la maldicenza. Il lamento, che porta ad atteggiamenti di chiusura e all’incapacità di vedere il mondo attorno a noi come a un campo di messe: è l’atteggiamento di chi vede sempre tutto nero e tutto male, e vive magari nella nostalgia di un passato che non ritornerà. E la maldicenza, così diffusa in chi si abitua a guardare gli altri sulla base dei propri pregiudizi, sulla base delle chiacchiere; o – peggio – di progetti di potere che per affermarsi hanno bisogno di denigrare colui che è diventato “l’avversario” del momento, anche se è un fratello nella fede.
C’è poi un secondo modo di amare fraternamente, che per Gesù trasforma persino la preghiera: mettersi d’accordo. Non soltanto quando c’è un conflitto, ma per chiedere a Dio qualche dono. Dice il Signore: «Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà». Questa promessa suggerisce che possiamo avere desideri comuni, dolori comuni, speranze comuni e attraverso la preghiera crescere nell’unità. Senza fede, ognuno potrebbe sentirsi solo e sospettare degli altri, vedendoli come estranei e nemici. Per grazia, siamo invece fratelli e sorelle che possono andare d’accordo: incontrandosi, perdonandosi e ascoltandosi nel Signore. (Papa Leone XIV, Angelus, 6 settembre 2026)
Sottolineando il “mettersi d’accordo” nel chiedere a Dio qualcosa, nel pregare, Leone XIV all’Angelus del 6 settembre ha così evidenziato un aspetto fondamentale, essenziale della fede cristiana e della nostra umanità: l’essere in relazione. Ascoltarsi, perdonarsi, chiedere insieme… Non siamo isole, non dobbiamo essere auto-centrati su noi stessi, né gonfiare a dismisura il nostro ego… Siamo donne e uomini in relazione, siamo comunità: pregare, chiedere, condividere dolori e speranze per ottenere la promessa di Dio e allo stesso tempo diventare “spettacolo” di unità per il mondo. L’amore vicendevole fa crescere l’unità e diventa testimonianza.
Andrea Tornielli