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2026.05.04 copertina edizione speciale leone dixit

Ep. 46 - Leone XIV, un anno di pace disarmata

È trascorso ormai un anno dall’elezione di Papa Leone e in questa puntata speciale del podcast Leone dixit ci concentreremo in particolare sul tema che è stato dominante in questi primi dodici mesi di pontificato, quello della pace. Il successore di Francesco, eletto dopo un brevissimo conclave il pomeriggio dell’8 maggio 2025, si è infatti trovato a guidare la Chiesa in un’ora drammatica nella storia dell’umanità per il moltiplicarsi dei conflitti. Per questo, di fronte a un mondo sempre più caratterizzato dall’odio e dalla violenza, Leone XIV ha voluto presentare la Chiesa come segno di unità e di comunione, fermento per un mondo riconciliato di fronte alle guerre e alle divisioni. Così si era presentato il nuovo Papa un anno fa:

La pace sia con tutti voi! (…) Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. (…) Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta ad accogliere, come questa piazza, con le braccia aperte tutti,. tutti coloro che hanno bisogno

Una Chiesa, ha detto nell’omelia della Messa per l’inizio del pontificato il 18 maggio 2025

unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato. In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità.

I cristiani infatti, ha detto il Papa all’udienza generale del 3 settembre 2025, sono testimoni di un Dio che sulla croce:

non appare come un eroe vittorioso, ma come un mendicante d’amore. Non proclama, non condanna, non si difende. Chiede, umilmente, ciò che da solo non può in alcun modo darsi (…) Questo è il paradosso cristiano: Dio salva non facendo, ma lasciandosi fare. Non vincendo il male con la forza, ma accettando fino in fondo la debolezza dell’amore. Sulla croce, Gesù ci insegna che l’uomo non si realizza nel potere, ma nell’apertura fiduciosa all’altro, persino quando ci è ostile e nemico.

Dopo averlo fatto in quel primo saluto il giorno dell’elezione, Leone XIV ha parlato moltissime volte di pace, invitando i cristiani a testimoniarla concretamente. Ai vescovi italiani il 17 giugno 2025 ha chiesto

che ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro.

Allo stesso tempo, il Successore di Pietro ha alzato più volte la sua voce contro il riarmo, come ha fatto alla fine dell’udienza il 18 giugno 2025

Non dobbiamo abituarci alla guerra! Anzi, bisogna respingere come una tentazione il fascino degli armamenti potenti e sofisticati.

Il 26 giugno, ricevendo i partecipanti della ROACO, la Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali il Papa ha detto:

Come si può credere, dopo secoli di storia, che le azioni belliche portino la pace e non si ritorcano contro chi le ha condotte? (…) Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta? La gente è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli che sono già costruiti!.

Il disarmo chiesto dal Vescovo di Roma riguarda sia i governanti sia ciascuno di noi, perché l’invito di Gesù è a disarmare la mano ma prima di tutto il cuore. Come Leone ha affermato al termine della Veglia mariana per la pace sabato 11 ottobre 2025:

Metti via la spada è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo! Ed è rivolta al tempo stesso a ciascuno di noi, per farci sempre più consapevoli che per nessuna idea, o fede, o politica noi possiamo uccidere. Da disarmare prima di tutto è il cuore, perché se non c’è pace in noi, non daremo pace”.

È l’invito “ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi.

Nel suo primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, pubblicato il 12 dicembre 2025, Leone ha dedicato parole inequivocabili contro il riarmo e il clima che lo sta favorendo. Ecco un primo estratto, che insiste sulla radice evangelica della non violenza:

Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore». Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero». La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici.

In un altro brano dello stesso Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, Leone XIV ha messo in guardia dal rischio del diffondersi di una logica di contrapposizione, che fa consistere la sicurezza nella forza armata e nella deterrenza. È la logica che soggiace alla corsa al riarmo, per giustificare la quale si esalta la pericolosità dei “nemici”…

Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. (…) Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza.

Il messaggio di Papa Leone per la Giornata Mondiale della Pace che si celebra il 1° gennaio 2026 contiene anche dei dati altamente significativi, dai quali si evince la crescita costante degli investimenti negli armamenti. Ma il Successore di Pietro denuncia anche una certa propaganda che tende a dimenticare la lezione della storia:

Oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

La guerra è una barbarie ed è urgente educare alla pace invece di far crescere nell’opinione pubblica la paura per giustificare l’impiego di ingenti capitali per sofisticati strumenti di morte…

Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico.

Non manca, nel Messaggio di Leone, un accenno al ruolo e alla responsabilità delle religioni.

Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. (…) In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». 

Nel Messaggio per la Quaresima 2026 Papa Leone ha invitato tutti a una forma un po’ speciale di digiuno. Un digiuno che non riguarda la tavola, ma le nostre parole. Quante volte usiamo toni sprezzanti, quante volte pronunciamo o scriviamo sui social media parole che deridono, puntano il dito in modo giudicante, e feriscono gli altri.

Vorrei invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

Nel pomeriggio di domenica 15 marzo, nell’omelia della Messa alla parrocchia Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo, Leone XIV ha ribadito che mai ci si può servire del nome di Dio per giustificare ciò che porta morte e distruzione, né usare la religione come pretesto per la soppressione di vite umane innocenti:

Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano.

Di fronte a un mondo incendiato da guerre devastanti, dalle quali sembra ogni giorno più difficile uscire, il Successore di Pietro il 29 marzo 2026 nell’omelia della Messa della Domenica delle Palme, ha ricordato ancora una volta da che parte stare se si è cristiani. Cristo si è presentato come Re della pace, ha rifiutato ogni violenza e guerra.

Guardiamo a Gesù, che si presenta come Re della pace, mentre attorno a Lui si sta preparando la guerra. Lui, che rimane fermo nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza. Lui, che si offre come una carezza per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni (…) Non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra. Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità. Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue».

Nell’omelia della Messa di sabato 28 marzo allo stadio Luis II nel Principato di Monaco, Papa Leone ha parlato della guerra come conseguenza dell’idolatria del potere e del denaro. Colpisce ancora una volta il realismo del Vescovo di Roma di fronte a quanto sta accadendo.

Dinanzi alle molte ingiustizie che feriscono i popoli e alla guerra che dilania le nazioni, si leva costante la voce del profeta Geremia, proclamata oggi come salmo: «Cambierò il loro lutto in gioia / li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni». La purificazione dall’idolatria, che rende gli uomini schiavi di altri uomini, si compie come santificazione, dono di grazia che rende gli uomini figli di Dio, fratelli e sorelle tra di loro. Questo dono illumina il nostro presente, perché le guerre che lo insanguinano sono frutto dell’idolatria del potere e del denaro. Ogni vita spezzata è una ferita al corpo di Cristo. Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra! La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere.

Anche nel messaggio Urbi et Orbi della Domenica di Pasqua, il 5 aprile 2026 Leone XIV ha rivolto un appello diretto e pressante ai “signori della guerra” che stanno insanguinando il mondo facendo strage di civili innocenti al di fuori di ogni legalità internazionale. A ciascuno di noi è chiesto di non rimanere indifferenti di fronte a quanto accade, e di non abituarci alla morte degli innocenti.

Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo! Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo. C’è una sempre più marcata “globalizzazione dell’indifferenza”, per richiamare un’espressione cara a Papa Francesco.

La sera di sabato 11 aprile 2026, Papa Leone XIV ha presieduto una Veglia di Preghiera per la pace in quella che ha definito un’ora drammatica della storia:

Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. (…) Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

Nell’omelia della Veglia per la pace di sabato 11 aprile, il Papa ha condannato l’idolatria del potere da parte di chi pretende di avere tutto il mondo ai propri piedi.

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. (…). Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Leone XIV durante la Veglia di preghiera ha allargato l’orizzonte chiedendo a tutti coloro che credono nella pace di unire le proprie forze e di prestare ascolto alle più innocenti tra le vittime, i bambini, purtroppo uccisi a migliaia…

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica.

E di pace Papa Leone ha parlato più volte anche durante il suo lungo viaggio in Africa. Nella conversazione con i giornalisti, il 23 aprile, sul volo di ritorno verso Roma, il Successore di Pietro ha detto:

Bisogna promuovere un nuovo atteggiamento, una cultura per la pace. Tante volte, quando valutiamo certe situazioni, subito la risposta è: bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando. In quello che abbiamo visto tanti innocenti sono morti. Ho appena visto una lettera, che forse voi avete visto, di alcune famiglie dei bambini che sono morti quel primo giorno dell'attacco. Loro parlano del fatto che ormai hanno perso i loro figli, le figlie, bambini che sono morti. E dico: [la questione non è] se è il cambio del regime, non è il cambio del regime… La questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti.

Andrea Tornielli

 

05 maggio 2026