Ambrosini: il Papa interpella l'Europa ad accogliere l'umanità in cerca di riscatto
Antonella Palermo - Città del Vaticano
Tornare a riflettere sulle parole e i gesti del Papa sull'isola di Lampedusa lo scorso 4 luglio significa alimentare la fiducia nell'altro, un approccio che faccia vincere la fraternità, unico antidoto contro le correnti politiche a favore della cosiddetta 'remigrazione'. Il professor Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle Migrazioni alla Statale di Milano, rimette a fuoco alcuni momenti salienti della visita papale, a 13 anni da quella di Papa Francesco, e il cambio di paradigma auspicato per una efficace gestione del complesso fenomeno migratorio.
Professore Ambrosini, la visita di Leone XIV a Lampedusa è destinata a diventare una vera e propria icona del suo magistero. Lei, in qualità di studioso del fenomeno migratorio, come l’ha vissuta personalmente?
Io credo che le migrazioni siano un fenomeno che interpella molto a livello emotivo e simbolico. Purtroppo, spesso le emozioni prevalenti sono negative: la percezione di un’invasione, i legami, i nessi che vengono proposti tra migrazione e sicurezza. Invece, questa visita del Papa ha richiamato un'altra visione delle migrazioni e credo che abbia costretto l’opinione pubblica a interrogarsi sui grandi drammi che si consumano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per cercare scampo dalle guerre, dall’instabilità e dall’insicurezza di molti paesi d’origine, nella speranza di un futuro migliore per sé stessi e per i propri figli, molti minori, come sappiamo, come il Papa ci ha ricordato. A livello emotivo, la visita di Papa Leone mi ha fatto pensare molto a Papa Francesco, che ha dedicato il suo primo viaggio proprio a Lampedusa. E aver voluto ricordarlo mi sembra un gesto molto significativo di continuità e di stretta connessioni, anche ideale e simbolica, tra i due pontificati. Durante il primo anno, mi è sembrato che molti cercassero di 'tirare per la tonaca', per così dire, Papa Leone sperando di poterlo arruolare su posizioni più moderate, se non addirittura di apertura a visioni conservatrici. E un tema come questo è uno dei più sensibili, in cui credo che alcuni si aspettassero una certa presa di distanza dal forte impegno di Papa Francesco a favore dei migranti. Papa Leone, invece, si è decisamente palesato come erede e continuatore di Papa Francesco. Lo si è visto anche nei gesti: la visita al cimitero dei morti senza nome, che io stesso ho visitato, alla Porta d’Europa, al molo dove attraccano le barche e le imbarcazioni dei migranti o di chi li soccorre. Tutto ciò ci parla di un papato che interpella l’Europa perché sia fedele ai propri valori fondativi e capace di accogliere l’umanità sofferente in cerca di riscatto.
A proposito di Europa, le parole del Pontefice sull’isola sono state di chiaro indirizzo politico: “Si passi da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise”. Questa responsabilità epocale che il Papa attribuisce al vecchio continente, e ai singoli Stati, come dovrebbe esplicarsi, tenendo conto che oggi sembra si stia andando in tutt'altra direzione?
Io credo che politiche organiche vorrebbero dire prendere le distanze da una retorica che equipara le migrazioni agli sbarchi, e gli sbarchi a una minaccia esiziale per l'identità e la stabilità sociale europea. Le migrazioni sono un fenomeno articolato, differenziato, che spazia dai medici agli infermieri e agli studenti, ai ricongiungimenti familiari, ai lavoratori che contribuiscono all’economia e alle famiglie e, infine, ci sono anche i rifugiati, che rappresentano comunque una frazione minoritaria rispetto al fenomeno migratorio nel suo complesso. Una vera politica dovrebbe quindi essere in grado di articolare risposte adeguate a queste diverse componenti dell’immigrazione, diverse delle quali, oltre a quelle che ho citato, sono in realtà richieste dagli stessi paesi riceventi. Altre ancora sono comunque accettate, penso ai ricongiungimenti familiari. E poi c’è una parte di arrivi che rientra nei nostri obblighi umanitari. Credo che, invece di inseguire logiche elettorali di corto respiro, sarebbe molto importante che, sull'onda di quanto il Papa chiede, l’Europa fosse in grado di pianificare l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati, tenendo conto di queste diverse componenti del fenomeno migratorio. Oggi, fondamentalmente, l’Europa chiude, in particolare nei confronti dei rifugiati, cercando di incrementare i rimpatri degli immigrati, definiti «irregolari», essenzialmente per ragioni elettorali, perché i principali governi e forze politiche hanno paura dell’avanzata dell’estrema destra. Per fermarla, ne stanno adottando il linguaggio, la visione e le soluzioni. Ma non credo che riusciranno a raggiungere questi loro obiettivi con questo approccio.
I morti in mare sono vittime di decisioni prese e di decisioni mancate, ha detto Papa Leone a Lampedusa. Professore, quali sono le une e quali le altre?
La decisione principale che più incide sui destini è l'esternalizzazione delle frontiere, il tentativo di caricare sulle spalle dei paesi di transito la responsabilità di fermare i passaggi delle persone in cerca di asilo e di trattenerle sul loro territorio con i costi umani e le violenze che sappiamo: pensiamo alla Libia e alla Tunisia... Le decisioni non prese riguardano un approccio che, come abbiamo detto, è più in grado di onorare gli obblighi umanitari e rispettare i diritti umani e, in secondo luogo, di tenere conto dei reali interessi dell’Europa stessa, ovvero quelli di attrarre risorse professionali e competenze lavorative oggi drammaticamente necessarie per il futuro economico e per il benessere dell’Europa stessa.
Già nel suo viaggio apostolico nelle Canarie Leone aveva preso a cuore il dramma dei migranti, esprimendo anche un duro appello ai trafficanti di morte...
Sì, ma i trafficanti esistono perché ci sono le chiusure. Se ci fosse una maggiore possibilità di viaggiare, di venire in Europa, la gente non si affiderebbe ai trafficanti. Quindi, tra le decisioni non prese c’è anche quella di non consentire arrivi in condizioni legali e sicure alle persone che chiedono protezione.
Nei richiami del Papa emerge anche la preoccupazione per ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, il suo paese d’origine, dove le politiche anti-immigrati sono particolarmente aggressive. La decisione di andare a Lampedusa ha coinciso, si sa, con l’anniversario dell’indipendenza americana. E lo stesso giorno, lo ricordiamo, il Papa, in una lettera agli Stati Uniti, ha affermato che la difesa della vita significa accogliere, proteggere e assistere gli immigrati. Come commenta questa postura del Papa?
Mi sembra che il Papa non esiti a prendere le distanze, a prendere anche una postura critica nei confronti di certe politiche del suo paese. Certamente questo gli attira delle critiche, lo sappiamo, delle ostilità, ma mi sembra che questo coraggio sia una cifra indispensabile per poter continuare a svolgere questo ruolo di guida morale, così richiesto e necessario per il nostro tempo, e che, a mio avviso, gli viene riconosciuto anche da un’opinione pubblica più ampia di quella ecclesiale.
Che peso, dunque, dare alle critiche?
Mi sorprenderebbe il contrario, ovvero che non ci fossero le critiche. Credo che sarebbe preoccupante se il Papa non suscitasse discussioni e se ci fosse solo consenso. Vorrebbe dire che non dice nulla di significativo e nulla che incida sulla situazione politica e sociale contemporanea. Il fatto che riceva anche opposizioni mi sembra sia segno che il Papa tenga un discorso credibile, capace di invitare tutti i pubblici – politici, media, opinione pubblica, gente comune – a confrontarsi con i valori fondamentali e, per quanto riguarda i credenti, a confrontarsi con il Vangelo. Mi sorprende molto quando sento cristiani che si esprimono in modo ostile nei confronti del Papa su temi come quello delle migrazioni. Come dice mio fratello, devono aver trovato un quinto Vangelo e aver letto quello. Un Vangelo che non esiste.
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