A tavola con gli ultimi: nell’incontro con l’altro si rivela il volto del Vangelo
Lorena Leonardi – Città del Vaticano
«Una casa da abitare insieme, dove la bellezza del creato ci ricorda che siamo parte di un’unica famiglia umana, chiamata a custodire la Terra e, soprattutto, a prenderci cura gli uni degli altri». Con queste parole il cardinale scalabriniano Fabio Baggio, pro-prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, con incarico speciale per il Centro di Alta Formazione Laudato si’, ha dato il benvenuto a Leone XIV oggi, sabato 11 luglio, al Borgo che porta il nome dell’enciclica di Papa Francesco del 2015 sulla cura della casa comune. L’occasione è stata l’iniziativa «A pranzo con il Papa» che — nel solco del precedente dell’agosto 2025 dedicato ai poveri della diocesi di Albano — ha riunito circa 200 persone in condizione di vulnerabilità sociale, provenienti dalla diocesi di Roma, per un pasto condiviso con il Pontefice nei giardini delle Ville Pontificie di Castel Gandolfo.
Una casa per tutti
Accogliendolo «con profonda gioia e sincera gratitudine», il porporato ha raccontato al Papa «il volto più autentico» di un luogo la cui vocazione, ispirata al Vangelo, è essere «una casa dove ciascuno possa sentirsi accolto, riconosciuto e amato nella propria dignità», costituendo un «piccolo segno di speranza» in un tempo che facilmente relega ai margini «tante persone — i poveri, i migranti, gli anziani, chi è fragile o semplicemente considerato “non utile”».
Lo stile di Gesù
L’intento, ha riferito Baggio, è ricordare con la vita, prima ancora che con le parole, «che nessuno è superfluo agli occhi di Dio» e «ogni persona è un dono per tutta la comunità». E quando ci si riunisce nello «stile» di Gesù, che ha fatto della tavola «il luogo privilegiato dell’incontro, della riconciliazione e della fraternità», arriva la scoperta: «Le differenze non ci dividono, ma ci arricchiscono», e la comunione cresce per davvero «quando nessuno rimane fuori».
Ecco che la presenza di Leone XIV — oltre a essere «motivo di gioia e di incoraggiamento» — conferma il cammino di una Chiesa desiderosa di «farsi prossima», «capace di incontrare le ferite del nostro tempo» e «riconoscere il volto di Cristo in ogni persona», ha aggiunto il porporato: è davvero casa «quando ogni persona trova il proprio posto attorno alla stessa mensa», nell’incontro, nell’ascolto, nella condivisione del pane, nel «riconoscersi figli dello stesso Padre».
Incontro a chi soffre
Gli ha fatto eco il cardinale Baldassare Reina, vicario generale per la diocesi di Roma, riferendo l’impegno quotidiano profuso nell’Urbe da uomini e donne che non temono di farsi prossimi e «consumare le proprie energie per incontrare le persone, soprattutto quelle più fragili, là dove vivono», in risposta all’invito evangelico «a non rimanere fermi, a non attendere che gli altri vengano a noi, ma ad avere il coraggio di uscire, di attraversare le strade della città, di abitare le periferie dell’esistenza e di raggiungere chi è solo, chi soffre, chi ha perso la speranza».
Quando il Vangelo prende carne
Si tratta di persone che vivono il Vangelo «con discrezione», lavando i piedi ai fratelli e alle sorelle nei «gesti semplici della cura, dell’accoglienza, dell’accompagnamento e della condivisione» ogni giorno, spesso lontano dai riflettori, nelle parrocchie, alla Caritas, nelle comunità religiose e le mense, negli ostelli e nei centri di ascolto, nelle case famiglia, negli ospedali, nelle associazioni e in tutti i luoghi in cui ci si fa carico di chi ha bisogno. Una comunità «che serve, che si china sulle ferite dell’umanità, che non cerca privilegi ma prossimità». E che con ogni carezza permette che risuoni l’esortazione di Gesù all’ultima cena — «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13, 15) — «ogni volta che qualcuno apre una porta, tende una mano, visita un malato, accoglie una famiglia, consola una persona sola». Il pensiero corre all’asfalto infuocato nelle estati sempre più calde, alle abitazioni vuote di chi può permettersi di lasciare la città, allo sconforto di chi invece fa i conti con la propria malinconia: ed è lì, nella carezza quotidiana, che il Vangelo, ha concluso il cardinale vicario, «continua a prendere carne nelle strade di Roma rinnovandola nella vocazione di essere Chiesa che presiede nella carità e nell’accoglienza».
Per comunità aperte
Sull’esigenza di costruire comunità sempre più aperte, dove ciascuno possa trovare un posto e sentirsi parte di una famiglia, ha insistito anche il prefetto del Dicastero per il Servizio della carità, l’arcivescovo agostiniano Luis Marín de San Martín. Quando la Chiesa mette al centro le persone più vulnerabili, «vero tesoro e cuore pulsante della Chiesa», non solo rende visibile il Vangelo ma «testimonia che nessuno è ai margini nel cuore di Dio. In contrasto con i criteri del mondo, in Dio tutto è bellezza». L’elemosiniere del Papa si è poi soffermato sul legame tra custodia del creato e della persona umana, rimarcando che «non può esistere una vera ecologia senza un’autentica attenzione agli ultimi» né ci si può prendere cura della casa comune senza aver cura, anzitutto, di coloro «che la abitano e più facilmente rischiano di essere esclusi».
Una dimensione essenziale
Alla luce della presenza «non in senso metaforico, ma sacramentale» di Dio nei più poveri, la preferenza per i più fragili e bisognosi «non è una scelta tra le tante», ma una «dimensione essenziale»: ascoltare il grido dei sofferenti, lasciarsi interrogare dal loro dolore e dalla loro speranza, farsi prossimi alle loro ferite, «significa rimanere fedeli al Vangelo e partecipare all’opera stessa di Cristo». Il prefetto ha inoltre rimarcato come gli esclusi non siano soltanto «destinatari della missione della Chiesa» bensì veri protagonisti: «Essi evangelizzano la Chiesa, la purificano, la richiamano all’essenziale e le ricordano che tutto è dono». Nel ringraziare il Papa, il presule agostiniano ha infine osservato che la fraternità si costruisce camminando gli uni accanto agli altri e che «il Vangelo diventa vivo quando diventa prossimità concreta, quando camminiamo, come oggi, gli uni accanto agli altri, come famiglia di Dio».
L’omelia dell’elemosiniere del Papa
Prima del pranzo con il Pontefice, i presenti hanno partecipato alla Messa con la liturgia della custodia della creazione, il cui specifico formulario era stato utilizzato per la prima volta da Leone XIV il 9 luglio 2025, proprio nel Borgo Laudato si’. Il rito di stamani, celebrato all'aperto, nel Giardino della Madonnina, è stato presieduto dal cardinale Baggio e concelebrato dall’arcivescovo Marín de San Martín, che nell’omelia ha riflettuto sulla cura del creato e la carità, “dimensioni inseparabili della vita cristiana” perché entrambe radicate nell’amore. Quanto al creato, non è “un semplice insieme di cose da usare” ma un “dono prezioso” da “custodire” e, ha rimarcato, “custodisce chi ama. Una madre custodisce il proprio figlio, un padre custodisce la sua famiglia, un amico custodisce la fiducia ricevuta. Così anche il cristiano è chiamato a custodire il creato, sapendo che esso appartiene a Dio e che è dono di Dio”.
In questa luce, “la vera ecologia nasce da un cuore convertito”, ha chiarito l’elemosiniere del Papa. Ed ecco il legame con la carità: “Ogni gesto di rispetto verso il creato diventa anche un gesto concreto di amore verso il prossimo, soprattutto verso i più poveri, che sono sempre i primi a subire le conseguenze dell'inquinamento, delle guerre e dei cambiamenti climatici. Sono i più fragili, che diventano per noi appello e richiesta di autenticità”. Di qui, l’invito «praticare la carità ogni giorno», in modo da vincere «l’inquinamento del cuore» che conduce «ad altre forme d’inquinamento materiale ed ambientale». Il mondo, ha concluso l’arcivescovo, «ha bisogno di cristiani che sappiano custodire il creato come dono di Dio e condividere i beni con cuore generoso».
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