I “gol” di Madrid contro discriminazione e razzismo raccontati al Papa al Bernabéu
Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
Allo stadio Santiago Bernabéu, “casa” del Real Madrid, molto spesso risuona una parola che più di mille unisce: “Gol!”. Quelli dei Blancos brillano sotto i LED dei riflettori puntati, immortalati da telecamere piazzate in ogni angolo, rilanciati poi per settimane, se non anni nei casi di partite leggendarie. Ma esistono anche reti che non entrano negli archivi del calcio spettacolo, segnate nel silenzio e nella discrezione, eppure forse ancora più decisive: una persona che ritrova la strada di casa, una famiglia che riscopre la speranza, un giovane che intuisce un senso nuovo per la propria vita, un migrante che smette di sentirsi invisibile, un anziano che torna a sentirsi accompagnato. Sono i “gol della Chiesa”, invisibili ai tabellini ma decisivi nel cuore della storia, narrati questa sera, 8 giugno, come in una vera e propria telecronaca a Papa Leone XIV nelle testimonianze che accompagnano il suo incontro con la comunità diocesana locale.
Non temere il silenzio, ma la dissonanza
L’appuntamento pubblico che conclude il terzo giorno del viaggio apostolico nel Paese iberico è una vera immersione nelle “azioni di gioco” che prendono forma non solo sul prato del Bernabéu, ma in tutta Madrid, talvolta all’ombra di una parpusa bianca, il tradizionale cappello madrileno che il Pontefice riceve in segno di benvenuto. Le prime parole sono quelle del cardinale arcivescovo di Madrid, José Cobo Cano, che riprende l’invito di sant’Agostino a “cantare con la vita”, armonizzando le diverse voci di una Chiesa che, nella capitale spagnola, non teme di avviare processi e preferisce “accordare il tono”, anziché alzarlo. Un buon canto, inoltre, prosegue l’arcivescovo, lascia spazio anche al silenzio, tanto lodato dallo stesso Pontefice nei suoi precedenti discorsi, che permette di scoprire “il sussurro dello Spirito che risuona nella libertà e nell’interiorità di ogni voce”. Non è il tacere a porre problemi, secondo Cobo Cano, ma la dissonanza: “una Chiesa dove ogni realtà canta per proprio conto può essere molto attiva, ma non è necessariamente significativa”. Ecco la filosofia “discreta” della Chiesa madrilena, in cui “qualcuno potrà riconoscere, senza bisogno di troppe spiegazioni da parte nostra, che quel canto non nasce soltanto da noi, ma da Dio, e che in esso abita una speranza che vale la pena ascoltare”.
Sinergia tra laici e consacrati
Dopo il saluto del cardinale, e la proiezione di un video che racconta proprio “la realtà di Madrid”, essa prende forma nel primo racconto, quello di Susana Aregui, rappresentante del Consiglio diocesano dei laici. Racconta di sentire con forza la missione universale della Chiesa, chiamata a crescere in “corresponsabilità e comunione”, nella convergenza di pastori e consacrati con movimenti, associazioni e nuove realtà. Essi saranno fecondi “solo se, nella comunione, porremmo i nostri carismi al servizio della Chiesa e dell’evangelizzazione”.
Prende poi parola Jesús Moure, membro dei consigli pastorali, padre di famiglia con due figli affetti da disabilità. “Nei momenti di gioia e di difficoltà della vita, mi sono appoggiato alla famiglia, alla Chiesa, e ho sentito la forza del Signore al mio fianco per vivere la mia fede”. La realtà dei consigli pastorali, racconta Moure, si propone “in uscita, in missione”, perché vuole raggiungere tutti, promuovendo l’unità di intenti tra laici e sacerdoti attraverso la presenza di coordinatori voluti proprio dal cardinale Cobo Cano.
La terza testimonianza è quella di un presbitero, Fausto Calvo, che racconta degli incontri che i sacerdoti dell’arcidiocesi tengono in quello che viene definito Convivium. Attraverso di esso, spiega, si sperimenta che, come affermato da san Giovanni Paolo II, “il ministero sacerdotale ha una radicale forma comunitaria”. Un’armonia espressa non solo attraverso il racconto, ma anche attraverso il canto, l’inno ufficiale del Convivium, eseguito dinanzi al vescovo di Roma.
La telecronaca delle "azioni" di bene
Arriva poi la testimonianza meno convenzionale, sotto forma di telecronaca, da parte di due dei più celebri commentatori sportivi in patria, Manolo Lama e Paco González. “Santo Padre, ciao! Atmosfera di gala, stadio gremito all’inverosimile… ma attenzione, oggi la grande partita si gioca in tutta Madrid”, esordisce Lama, che insieme a González descrive la prima “azione”: le parrocchie aperte nei quartieri più difficili della città. Un “assist perfetto contro la solitudine”, per una rete segnata “senza riflettori, ma con tanto cuore”. E un gol vero e proprio lo segnano alcuni giovani che salgono sul palco e intrattengono i presenti, Leone compreso, che sorride divertito.
Altro schema: “mensa piena, nessuno ti chiede da dove vieni… ti accolgono con un sorriso e ti fanno sentire a casa”. Conclusione impeccabile e punto contro la disuguaglianza. Attacco, certo, ma anche difesa, quel “pressing alto” che non lascia soli i giovani che cercano Dio, ma non sanno da dove cominciare e sono attanagliati da dubbi, ferite e domande. A sostenere questo dispendio c’è la “squadra della parrocchia”, che non fa discorsi sugli spalti, ma ascolta, accompagna e cammina insieme, perché “nessuno è una riserva”, ma tutti sono titolari. Ancora: “Cambio di gioco… abbiamo una famiglia che accoglie senza etichette, senza paura… sono volontari della Caritas e hanno appena dato il benvenuto altre persone arrivate da poco in Spagna”. Controllo e gol contro il razzismo. Una squadra, quindi, che non si chiude in difesa, ma “alza lo sguardo”, senza stelle individuali e senza fermarsi fino al fischio finale.
Contro razzismo e discriminazione
A seguire, la testimonianza di chi beneficia direttamente di questi “gol”: una famiglia migrante, Jorge Barco e Liliana Torres, una coppia peruviana sposata da 29 anni e arrivata in Spagna da quattro anni con un obiettivo: “offrire a nostra figlia un luogo più sicuro in cui vivere e poter compiere studi superiori che le consentano di costruire un futuro migliore”. Al timore iniziale, alimentato dalle “storie che avevamo sentito sul razzismo e sulla discriminazione”, si è contrapposta un’accoglienza a braccia aperte che ha dato la possibilità ai due genitori di ricambiare attivamente il bene ricevuto. “Nella Caritas abbiamo l’opportunità di fare volontariato e di servire come supervisori di bambini in età preadolescenziale e adolescenziale all’interno del programma EASE (Spazio di accompagnamento socioeducativo). Inoltre, partecipiamo come supervisori al programma Mamartesanas, dove sosteniamo le madri, molte delle quali in situazioni di vulnerabilità, offrendo loro uno spazio tranquillo e accogliente”.
La risposta alle domande della vita
A chiudere, il racconto di Álvaro, trentatreenne neobattezzato, che per molto tempo ha “seguito un cammino totalmente estraneo a Dio, e non solo estraneo, ma rifiutando consapevolmente il Signore”. Le domande sul senso della vita, però, arrivano inevitabilmente, e le risposte mancano. “Da quella sensazione è nato un nuovo interesse per le cose di Dio; ho cominciato a vedere la bellezza e il perfetto disegno in tutte le cose di questo mondo, cose che prima non vedevo”. La Bibbia conservata a casa di sua madre lo ha attirato per oltre un anno, “finché un giorno, quando mi trovavo lì, ho deciso di portarla a casa. Le prime pagine della Genesi mi hanno affascinato e non vedevo l’ora di leggere la testimonianza di Gesù nel Nuovo Testamento”. A poco a poco, Álvaro racconta di aver “perso la paura” e di aver visto la propria vita cambiare. “Questa è stata la più grande benedizione che abbia ricevuto nella mia vita”. “Ora, tra meno di un mese, mi sposo e non si tratta più soltanto di me, ma di camminare insieme alla mia famiglia più vicino a Dio”.
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