Testimoni del bene ricevuto: le storie di migranti che a Tenerife hanno ripreso vita
Francesco Ricupero – Città del Vaticano
Una città caratterizzata «dall’assenza di mura, espressione del suo carattere di città aperta e senza barriere, come anche la nostra Chiesa diocesana cerca di essere». Così monsignor Eloy Alberto Santiago Santiago, vescovo di San Cristóbal de La Laguna, a Tenerife, ha descritto a Leone XIV l’essenza del territorio. Stamani, venerdì 12 giugno, il presule ha accolto il Pontefice a Plaza del Cristo de La Laguna a Santa Cruz de Tenerife, in occasione dell’incontro con le realtà di integrazione dei migranti.
Camminare con quanti camminano
Una sfida, quella dell’integrazione, ancora presente “sia nella società, sia nella Chiesa”, ha spiegato monsignor Santiago, illustrando poi al Papa l’impegno portato avanti in tal senso dalla Chiesa locale: accompagnare, accogliere, integrare dal punto di vista sociale e lavorativo, condividere la fede. In breve: “Camminare con quanti camminano”.
Siamo strumenti al servizio del bene
Quindi, il presule ha lasciato spazio a don Darwin Rivas, sacerdote venezuelano migrante, il quale ha affermato: “non siamo eroi, né pretendiamo di esserlo; desideriamo semplicemente essere, e siamo convinti di esserlo, strumenti al servizio del bene”. Da 7 anni don Darwin ha sperimentato in prima persona i quattro verbi con cui Papa Francesco riassumeva l’azione verso i migranti: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. “Ho ricevuto tutto ciò gratuitamente e, allo stesso modo, ho cercato di donarlo ai più svantaggiati”. Il prete, che esercita il suo ministero sacerdotale nell’isola di El Hierro, insieme a due confratelli sacerdoti, è parroco di quattro comunità: San José de Isora, San Andrés, San Antón a El Pinar e San Juan a La Restinga, qui continuano ad arrivare molti fratelli africani.
Una splendida avventura di aiuto iniziata nel 2021
Nel 2021, in piena sfida migratoria, i sacerdoti hanno iniziato quella che don Darwin ha definito una “splendida avventura di aiuto”, contando su “la bella famiglia di uomini e donne di buona volontà, presenti oggi qui: Corazón Naranja, la Polizia Nazionale e Corpore Sano, insieme al sindaco del comune”. “Abbiamo dato tutto – ha spiegato il parroco - e continuiamo a dare tutto, senza aspettarci nulla in cambio, per alleviare questo dramma umanitario”. Don Darwin non ha nascosto al Papa che “ci sono stati momenti molto difficili per il gran numero di migranti che arrivavano in un’isola così piccola”. Ha confessato di aver vissuto giorni e notti in cui avrebbe voluto restare a casa ma poi pensava a cosa avrebbe fatto il Signore al suo posto. “Così rinnovavo il servizio che mi veniva chiesto. E lì, in mezzo al dolore e alla sofferenza, c’era sempre un motivo di speranza, un sorriso, un volto riconoscente che dava senso alla nostra dedizione”.
“Tu vali, puoi farcela!”
Un ringraziamento al Papa per “non aver guardato dall’altra parte” è giunto da Mbacke, migrante senegalese, che ha parlato a nome della Fondazione canaria El Buen Samaritano, a Tenerife. “Grazie per aver accolto giovani come me, che arrivano soli, senza famiglia, e cercano soltanto un’opportunità per ricominciare”. Il migrante senegalese ha raccontato di essersi trovato molto bene a El Buen Samaritano, dove “ho trovato molto più di un tetto e del cibo. Ho trovato rispetto, pazienza e persone che mi hanno detto: 'Tu vali, tu puoi farcela'. Mbecke è in attesa dei documenti. “Con i miei compagni ho imparato molto in tutte le attività formative, ciò mi fa sentire di avere un posto e una famiglia. Tenerife – ha aggiunto - mi ha insegnato che la fraternità esiste al di là dei legami di sangue. Qui ho visto che quando una persona ti tende la mano senza chiedere nulla in cambio, la paura scompare e nasce la speranza”. Infine la preghiera al Papa di “ricordare al mondo che dietro ogni giovane migrante c’è un sogno, una madre che prega e una vita che merita un’opportunità”.
Sentirsi parte integrante della comunità
Come Mbecke altri migranti hanno dovuto lasciare casa, famiglia e amici nella speranza di poter costruire un futuro migliore e lontano da violenze e soprusi. Qui, il marocchino Khalid Allad, dopo tante peripezie e il rischio di finire in strada, ha conosciuto la fondazione Don Bosco. “Sono diventati la mia seconda famiglia. Mi hanno offerto un luogo dove vivere, mi hanno insegnato lo spagnolo, mi hanno aiutato a leggere e scrivere meglio e mi hanno dato fiducia per andare avanti”. Ha raccontato di essersi formato e di aver ottenuto, grazie ad un precontratto, il permesso di soggiorno e di lavoro. “Con il mio primo impiego ho sentito di iniziare a costruire il mio futuro con le mie mani”. Adesso collabora all’interno di un collegio salesiano. “Faccio parte del gruppo di manutenzione e sono anche assistente nella mensa scolastica. Mi piace lavorare con i bambini, aiutarli a convivere, a rispettarsi e a giocare insieme. L’affetto che ricevo ogni giorno mi fa sentire parte di questa comunità. Ora ogni mattina, quando esco di casa, vado a lavorare felice”. Khalid ha definito la fondazione Don Bosco e la comunità salesiana, “un dono di Dio” con loro – ha affermato - ha imparato il valore della solidarietà, della convivenza, dello sport e anche della cura della natura.
Ritrovare la dignità
Un’altra storia con un lieto fine riguarda la colombiana Johana Saldarriaga Diago (Thalia) 48 anni, arrivata tre anni fa, lasciando la famiglia e un figlio, portando con sè “l’illusione, i sogni e la speranza, come tutti quelli che emigrano, di avere una vita un migliore”. La realtà è stata diversa. “All’inizio – ha raccontato - ho avuto un tetto grazie a un fratello che vive qui da diversi anni. Poi le circostanze sono cambiate e ci siamo ritrovati, da un giorno all’altro, senza un posto dove stare. Sono arrivata prima a CEAR e poi a Caritas, che non mi hanno offerto solo un tetto, ma anche l’opportunità di essere accolta, di tornare a sperare, di riconquistare a poco a poco la mia indipendenza e ritrovare la dignità che la vita a volte ci toglie”. Pian piano con l’aiuto della fondazione Don Bosco ha ottenuto l’indipendenza. La migrante colombiana oggi è una volontaria della Caritas, perché ha compreso che la sua esperienza può essere “ponte per altre persone” nella stessa situazione. Infine, ha chiesto con umiltà al Papa “di benedire tutte le persone che sono costrette a migrare, a lasciare la propria terra e la propria famiglia, affinché possano sempre trovare sostegno e non sentirsi sole”.
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