Il rettore della Sagrada Familia: la visita del Papa ci invita ad "alzare gli occhi"
Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
“Alzad la mirada”. Alzate i vostri occhi. Non è solo il tema del viaggio apostolico in Spagna che Leone XIV compirà dal 6 al 12 giugno. È l'invito che la Sagrada Família di Barcellona sussurra a chiunque varchi la sua soglia, in un linguaggio che non ha bisogno di traduzione e racconta la storia del mondo anche a chi non ha ancora imparato a leggerla. Perché ognuno, nelle guglie di questa “Bibbia in pietra” che forano il cielo della città catalana, ritrova qualcosa di ciò che ha vissuto, sempre diverso: castelli di sabbia, rami, dita tese verso la Torre di Gesù Cristo. 172 metri: la Torre più alta della monumentale basilica, progettata e in parte eretta dal venerabile Antoni Gaudí, che il Pontefice inaugurerà e benedirà mercoledì 10 giugno.
“Opera di Dio”
Don Josep Maria Turull, rettore della basilica, spiega in un’intervista ai media vaticani di poter rivelare solo in parte i dettagli della visita del vescovo di Roma. Parla con la calma paziente di chi sa che le cose grandi richiedono tempo. Una placidità che ben si addice a chi custodisce un luogo che, per essere ultimato, ha già impiegato più di centoquarant’anni e non è ancora compiuto. D’altronde, come affermò lo stesso Gaudí, per il quale è in corso il processo di beatificazione e che ha sempre dichiarato come la sua fosse “opera di Dio”, “il mio cliente non ha fretta”.
“Ritornare all’origine”
Il Papa, spiega don Turull, inaugurerà la Torre sulla cui sommità si ergerà una croce visibile da tutta la città: “Un invito a ritornare all’origine, a Gesù Cristo che unisce la terra e il cielo”. Gaudí, “l’architetto di Dio”, non poté completare l’opera a causa dell’incidente mortale che lo travolse all’età di 73 anni. Venne investito da un tram, ma nessuno fu in grado di riconoscere la sua identità, considerato anche il suo abbigliamento piuttosto trasandato. “Prima era un dandy, amava vestire bene”, spiega il rettore. “Poi, venne sempre più coinvolto nella realizzazione della Sagrada Familia, arrivando a dedicarle la sua più completa attenzione”. Non essendo stato riconosciuto, venne trasportato all’Ospedale della Santa Creu, il ricovero dei poveri della città, dove morì tre giorni dopo. “Non conosciamo le cause dell’incidente. Forse era distratto, come capita a tutti noi, immerso nel suo mondo creativo, che nel suo caso era un vero universo”.
La “via pulchritudinis”
Nella cripta che custodisce le spoglie di Gaudì, la tomba, una lastra di pietra senza fronzoli, è circondata da una cappella sobria, segnata da un neogotico essenziale: il fondamento su cui l’architetto catalano innalzò, e dopo di lui generazioni di continuatori, la Sagrada Família. Don Turull si sofferma sui dettagli, anche i più eccentrici, come le acquasantiere realizzate con grandi conchiglie delle Filippine. “Credo”, dice, “che uno dei miracoli più eloquenti sia questo: chi vede quest’opera per la prima volta, soprattutto all’interno, resta stupito, con la bocca aperta davanti a tanta bellezza”. È questa la soglia: una teologia concreta che Gaudí ha impastato nella pietra. Non un ornamento, ma una via d’accesso. La via pulchritudinis, il cammino della bellezza verso Dio, che don Turull richiama ricordando la visita di Benedetto XVI nel 2010 per la consacrazione della basilica: “Capì che la Sagrada Família è un capolavoro della via dello splendore. E l’arrivo di Leone si inserisce in questo solco”.
“Non mi abituo mai a questa bellezza”
Il passaggio dalla cripta alla navata non è restituito davvero da nessuna fotografia o racconto. “La gente resta a bocca aperta e, da quello stupore, arriva ad aprire il cuore all’autore di questa bellezza, che è Dio”. Se Gaudí aveva un universo dentro, lo ha tradotto in luce e vetro. Sul lato est, quello della Natività, dominano gialli, arancioni e verdi: i colori dell’alba e della vita che comincia. Sul lato ovest, quello della Passione, prevalgono blu, viola e grigi: i colori del tramonto e del mistero. Al centro, sopra l’altare, il bianco, come se tutta la luce convergesse e trovasse lì il suo riposo. “Non mi abituo mai a questa bellezza”, ammette don Turull.
I segreti della Sagrada Famillia
Ogni facciata è un Vangelo scolpito. Quella della Natività, da cui ci si affaccia riemergendo dalla metropolitana cittadina, trabocca di vita; quella della Passione è ugualmente brulicante di visitatori ma spigolosa come un lamento: le figure squadrate, quasi cubiste, trasmettono in pietra il peso del dolore. “Non conosco neppure io tutti i segreti, non saprei dire neanche una percentuale”, confessa don Turull, che è però ben felice di spiegare cosa significhi una forma piena di numeri accanto alle scene dell’agonia di Gesù: il “quadrato magico”, un crittogramma nei pressi della statua del Bacio di Giuda. In esso, la somma dei numeri, sulle righe, sulle colonne, sulle diagonali, nelle caselle centrali e negli angoli, è sempre 33: un chiaro riferimento all’età di Gesù al momento della crocifissione.
Tra stelle e castelli
C’è poi un elemento particolarmente caro al rettore: la Torre di Maria, con la stella a dodici punte inaugurata nel 2021. “Ha cambiato lo sguardo di chi vive qui. Ricordo anziani malati che ogni mattina alzavano gli occhi verso quella stella e la sera la salutavano prima di dormire”. “L’originalità consiste nel tornare all’origine”, era una frase di Gaudí ricordata da don Turull: “Tornare alla creazione, che è il miglior maestro”. Costellazione che orienta gli anziani nel dolore, gioco d’infanzia dilatato su scala monumentale, la Sagrada Família non ha bisogno del tema di un viaggio apostolico. “Alzad la mirada” lo dice già, in pietra. A tutti.
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