Il quartiere Raval a Barcellona, volto dell'emarginazione che il turismo non vede
Antonella Palermo - Inviata a Barcellona
A pochi metri dall’eleganza dei palazzi modernisti, imboccata una traversa della rambla, si entra nel barrio del Raval, lo spaccato di una umanità che si trascina ai margini, vive di espedienti, in uno stato di povertà ed esclusione sociale. È una delle zone più multiculturali con molte persone immigrate, soprattutto dall’America Latina, dalle Filippine e dal Pakistan. È qui che la Chiesa si fa prossimo, con varie iniziative di sostegno. Ed è proprio qui, nella chiesa di San Agustí, che il Papa agostiniano incontrerà nel pomeriggio del 10 giugno le realtà di carità e assistenza diocesane.
La Chiesa a Barcellona, hospital de campaña
Un’espressione molto viva a Barcellona, riferita all’opera della Chiesa, è hospital de campaña [ospedale da campo], di bergogliana memoria. È infatti spiccata la sua connotazione fortemente sociale che si manifesta generalmente nelle forme di ascolto e accompagnamento degli ‘scartati’. Il benessere diffuso e la vitalità catalana spesso nascondono un volto diverso: “L'80 per cento delle persone che assistiamo vive con tutta la famiglia in una stanza, in un appartamento condiviso. Sono persone che incontriamo nei negozi aperti 24 ore su 24, che puliscono le case o si prendono cura degli anziani, che non hanno contratti di lavoro in regola e che vivono al di sotto della soglia di povertà”, racconta Eduard Sala, direttore della Caritas diocesana. È il rostro [volto] che il turismo non vede.
Suor Jordan, “libertà e dignità umana sono diritti”
È il volto di chi arriva da altri paesi per cercare nuove opportunità di vita, in fuga da situazioni di violenza e conflitti, e che si ritrova nell’abbandono assoluto. “Li rendiamo invisibili perché ci danno anche fastidio”, dice suor Encarna Jordan, coordinatrice, per la Fondazione Amaranta, del progetto sociale a favore delle donne vittima di tratta e di e in situazioni di vulnerabilità. Porterà la sua testimonianza al Papa, frutto di un servizio iniziato nel 2002 per aiutare queste persone a far valere i propri diritti. “Offriamo un'accoglienza in modo integrale, di fronte a un mondo che a volte si chiude così tanto, che è così frammentato e che mostra anche tanto razzismo nella nostra città”. Perché “la dignità e la libertà sono diritti, non sono in discussione”, scandisce la religiosa, preoccupata e indignata perché per tante, troppe persone non è per nulla facile riprendersi, ritrovare fiducia in se stesse: “è un processo lungo e costoso”.
“Importante che il Papa si immerga nei margini della città”
“Mi ricordo di una donna che credo sia stata trattata talmente come un oggetto da dimenticare chi fosse, letteralmente. Ci è voluto parecchio tempo prima di poter recuperare la propria biografia, chi fosse la sua famiglia, come fosse arrivata qui. E ci è voluto molto dolore, ma anche molta pazienza e dedizione da parte di tutto il team che le sostiene giorno per giorno”. L’arrivo del Papa, proprio in queste carrer, “è un impulso importante. Che si immerga anche un po’ nei margini di questa città per ricordarci che è possibile alzare lo sguardo per poter continuare a vivere e a convivere con questa umanità così spesso maltrattata”.
A Casa Betania, dove le detenute si reinseriscono in società
Anche per Lourdes Ginesta, responsabile, per la Caritas diocesana, dei progetti di reinserimento sociale delle donne detenute, la speranza è che la venuta di Leone inneschi un maggior desiderio di creare ponti tra la società e i gruppi che si trovano in una situazione di massima discriminazione. Sono 60 mila le persone aiutate dall’organismo caritativo, grazie al coinvolgimento di tremila volontari che si spendono in maniera prodigiosa: basti pensare che il 70 percento degli aiuti proviene da fondi privati, segno che la solidarietà in questa città è molto forte. Tra i progetti, ce n’è uno che dal 2023 trova anche il sostegno della basilica della Sagrada Familia: è quello di Llar Betania, proprio nel quartiere del Raval. È una casa dove per le donne in carcere è possibile avviare le pratiche per i permessi di secondo grado, che prevedono circa 6 giorni al mese o una volta ogni 5 settimane. “Da qui inizia la catena dei permessi: si passa al terzo grado, che consente alle donne di venire qui tutti i fine settimana e di avere una settimana di permesso al mese, poi si arriva al regime di libertà condizionale o a quello in base al quale si può scontare la pena in strutture educative come questa”.
Ricominciare, con speranza
Qui le donne vengono seguite individualmente dalla ricerca di un alloggio, alla ricerca di un lavoro. Dopo tanti anni di prigione devono ricominciare a destreggiarsi con i cellulari, con gli appuntamenti online, con le difficoltà delle nuove tecnologie. Si tratta di ricostruire reti familiari, amicali, sociali. Molte vengono da storie di prostituzione, di povertà. Quelle straniere sono circa il 40 per cento. Vengono seguite a livello sanitario, sportivo. “Alla fine l’obiettivo è che il tempo che trascorrono qui lo vivano in un ambiente il più familiare possibile”.
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