Plaza de Cibeles gremita di fedeli per la Messa del Papa Plaza de Cibeles gremita di fedeli per la Messa del Papa

Religiosità popolare e attenzione agli ultimi

Nelle parole di Leone ai fedeli spagnoli un’indicazione per tutta la Chiesa

Andrea Tornielli

Non devozioni private che ci chiudono nell’intimismo, né un museo da visitare e rivisitare con sentimenti nostalgici per la rilevanza sociale che aveva la Chiesa nel passato, ma una vera e propria scuola. Una scuola che ci apre all’impegno, all’incontro, all’accoglienza, alla gratuità. Così Papa Leone, nell’omelia per la Messa del Corpus Domini celebrata in Plaza de Cibeles a Madrid, ha parlato della religiosità che ha plasmato il volto della Spagna. Una religiosità fatta di processioni, di pietà, di arte, di musica e di architettura.

“Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio”, ha detto il Pontefice, “è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati”. Non è casuale dunque che in questo Paese la Chiesa abbia unito per anni la solennità del Corpus Domini con la Giornata della Carità. Leone XIV ha lasciato una consegna alla Spagna, dove la religiosità popolare è ancora viva e presente, chiedendo che essa “non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune”.

Sono parole che entrano nella carne viva dell’esperienza cristiana spagnola, in una società fortemente polarizzata, dove divisioni e polemiche anche molto accese sono all’ordine del giorno. Il Papa invita innanzitutto i cristiani a cogliere e a mettere in pratica il cuore del messaggio contenuto nella festa del Corpus Domini: quello di un Dio che si fa prossimo e ci chiede di farci prossimo e di riconoscerlo nel fratello che soffre, che non ha cibo o tetto, che è immigrato. La rilevanza sociale della Chiesa, in quest’ottica, è una rilevanza nel servizio, nel venire incontro al bisogno degli ultimi, nella riconciliazione, nel superamento delle polarizzazioni, nell’impegno per la giustizia, nella costruzione di una società inclusiva. 

“Gesù Eucaristico”, ha detto il Papa, è “quell’eterna fonte nascosta: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare”. Per questo celebrare pubblicamente il Corpus Domini “non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo”.

Anche i cristiani non sono esenti dal rischio di rimanere invischiati nelle contrapposizioni polarizzanti, nelle sterili semplificazioni, negli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici. Per questo è importante che la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lasci “imprigionare da un ricordo nostalgico” ma diventi “un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società”. Diventi cioè servizio per rispondere alla sete del cuore umano che cerca riconciliazione e pace.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

07 giugno 2026, 11:30