Il Papa: la Spagna sia accogliente per tutti, nel rispetto della dignità
Antonella Palermo – Inviata a Barcellona
“L’any de Gaudí, el Papa és aquí!” [Nell’anno di Gaudí, il Papa sta qui!]. È il ritornello del coro potente dei giovani che hanno animato fin dal primo pomeriggio la preparazione dell’incontro con Papa Leone nello stadio che ha ospitato le Olimpiadi 34 anni fa, e in cui si rinnova stasera un agonismo fisico e spirituale, un allenamento del cuore a guardare in alto e a scommettere su Gesù.
È il pensiero a chi subisce le conseguenze della guerra a ispirare un gesto significativo che precede l’ingresso allo stadio: la benedizione da parte del Papa di 33 ambulanze pronte per essere inviate in Ucraina. Poi il lunghissimo giro in papamobile: la commozione visibile del Successore di Pietro sul canto che ripropone il motto del viaggio Alça la mirada. Tanti i bambini che hanno ricevuto la carezza del Papa, diversi neonati. L’accoglienza riservata a Leone si esprime con un Castell, una torre umana, tra i simboli culturali unici e più caratteristici di questa bella e nobile terra di Catalogna, riconosciuta patrimonio immateriale Unesco, come ricorda il cardinale Juan José Omella, metropolita di Barcellona.
La torre umana
Si compone dinanzi al Papa, questa meraviglia: uno sull’altro, i piedi sulle spalle dell’altro, fino a raggiungere circa sette metri di altezza, con un bambino che conquista la vetta e si erge come un faro, come una cupola. È il modello “tre di otto”, eseguito dal gruppo di Vilafranca del Penedès. “Una bella manifestazione di ciò che siamo capaci di fare noi esseri umani quando lavoriamo uniti per un obiettivo comune”, sottolinea il porporato. È l’omaggio a una tradizione radicata che fu di ispirazione allo stesso Gaudí per la realizzazione della Sagrada Familia. Un preludio di quella Torre di Gesù Cristo progettata dall’architetto catalano e che domani sera il Papa inaugurerà.
Stasera non è la fiamma olimpica ad essere accesa, ma è la fiamma dello Spirito Santo di unità, invocato con il canto e la preghiera. È fiamma dei braceri posti sotto la grande croce di Gesù portata in spalla e intronizzata sul palco allestito in questo stadio.
També nosaltres som com Nicodem, peregrins en la nit. Aquesta icona evangèlica, sobretot, ens ofereix un missatge del camí de la vida.
Sintonizzarsi con il popolo giovane di Barcellona parlando nella stessa lingua. È quello che fa il Papa pronunciando in catalano le prime parole dell’omelia della veglia nello stadio Olimpico Lluís Companys. È un omaggio tanto atteso che arriva dritto nelle radici di questa gente:
Siamo anche noi come Nicodemo, pellegrini nella notte. Questa icona evangelica ci offre innanzitutto un messaggio sul cammino della vita.
LEGGI QUI IL TESTO DELL'OMELIA DEL PAPA NELLA VEGLIA DI PREGHIERA A BARCELLONA
Quella fatica di credere, l’amarezza dei fallimenti
Dopo il dialogo con chi si è fatto portavoce delle inquietudini delle nuove generazioni, il Papa invita ad assumere lo stesso atteggiamento di Nicodemo, il personaggio biblico che definisce “pellegrino nella notte”. Icona evangelica che dice anche ai contemporanei quanto per natura l’essere umano sia un “mendicante d’amore”, assetato di verità, in ricerca di una luce che illumini il cammino.
[…] a volte sperimentiamo la notte della fede, la fatica di credere, la stanchezza dello spirito, il senso di inadeguatezza di fronte alla chiamata del Vangelo, l’amarezza dei nostri fallimenti e la paura di non essere all’altezza.
Le “notti” ci tolgono le maschere
Il buio delle desolazioni può essere, incoraggia Leone, il punto di partenza per ribaltare l’esistenza, l’opportunità per aprire il cuore alla fantasia insospettabile di Dio su ciascuno.
Queste notti ci spogliano e ci riportano all’essenziale; ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno, per non essere riconosciuti o per dare un’immagine di noi diversa da ciò che siamo; ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre, riportandoci all’umiltà di saperci guardare nella verità, al di là della presunzione di pensare che il nostro cammino sia già compiuto e che avanziamo come se avessimo una luce chiara su tutto, su tutti e persino su Dio.
I fallimenti, inizio di una nuova vita
L’invito del Successore di Pietro è ad abbandonare l’immagine di un Dio giudicante. Come Dio non giudica i presunti fallimenti, così non deve farlo l’uomo, la donna. Questo è presupposto per cambiare davvero prospettiva. Nulla è vuoto infecondo, tutto concorre a far crescere in umanità. Sofferenza, insoddisfazione, delusione, incredulità non possono, scandisce Leone, frenare la voglia di vita. Il Papa propone così un esame di coscienza, lanciando stavolta lui qualche domanda per aiutare nel percorso: “cosa siamo chiamati a cambiare?”.
Siamo chiamati a non giudicare le “notti”; né le notti della nostra vita, né quelle della Chiesa, né quelle della società che ci circonda. Nella notte, dobbiamo invece metterci in cammino come fa Nicodemo, continuare a interpellare il Signore, aprirci al vento dello Spirito per accogliere la notte non più come segno di un fallimento, ma come inizio di una nuova vita.
Camminare nella fede che armonizza le diversità
L’esortazione finale del Pontefice è a rafforzare la fratellanza, a valorizzare le differenze che non sono ostacolo ma ricchezza umana e spirituale. Dio vuole la felicità senza fine, “che nulla vada perduto”.
Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è.
La benedizione finale dell’omelia riprende ancora la lingua catalana:
Que el Senyor ens concedeixi, per intercessió de la Mare de Déu, obrir-nos a Ell i deixar-nos sacsejar pel vent del seu Esperit. [Ci conceda il Signore, per l’intercessione della Vergine Maria, di aprirci a Lui e di farci scuotere dal vento del Suo Spirito].
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