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Montserrat, padre Fossas: "Il secolarismo? Chiediamoci se annunciamo Cristo"

L'abate presidente della Congregazione Sublacense-Cassinese, di origini catalane, racconta la sua esperienza nel monastero dove sarà in visita Leone XIV il 10 giugno. Parla del tributo di martiri durante la guerra civile, di vocazioni, calo del senso religioso in Spagna, animazione liturgica dei giovani. "Oggi sono cambiati gli scopi delle virtù: si continua a praticare la disciplina, per desiderio di pienezza, ma si è spostato il bersaglio, che è vivere trecento anni o restare sempre connessi"

Antonella Palermo - Città del Vaticano

Mille anni di storia per uno dei centri spirituali più caratteristici della Spagna. A Montserrat l'attesa del Papa, che qui si recherà da Bercellona il 10 giugno per pregare il Rosario e pranzare con la comunità benedettina, è forte. Custodi del Santuario della Vergine, accanto al monastero, i monaci presidiano un luogo di suggestiva bellezza visitato da migliaia di pellegrini tutto l'anno, devoti alla Vergine di Montserrat, patrona della Catalogna. È un luogo storicamente di grande accoglienza verso tutti, come sottolinea dom Ignasi M. Fossas, abate presidente della Congregazione Sublacense Cassinese, che ora risiede a Roma. Nato nella provincia di Barcellona, ha iniziato la sua formazione in teologia proprio a Montserrat, qui ha insegnato, è stato priore, maestro dei novizi. 

Ascolta l'intervista a padre Ignasi Fossas

Padre Fossas, che effetto le fa pensare alla visita di Papa Leone in quello che è un po' ancora il suo monastero? 

È una gioia immensa, mi fa pensare alla visita di Giovanni Paolo II, io non ero ancora monaco. Ma allora c'erano i miei genitori, sotto la pioggia. Ora ci saranno i miei confratelli di comunità. Un grande dono del Signore è la visita del Papa, un grande onore per Montserrat.

In un tempo di violenze e guerre che sembrano non trovare una soluzione, la preghiera del Rosario si profila come un momento in cui, immaginiamo, affidare alla Vergine il buio e il desiderio di pace...

Pregare il Rosario a Montserrat è una cosa che si fa ogni giorno. È bello pensare che il Papa si unirà alla preghiera che facciamo insieme ai pellegrini. È un gesto di fede, di speranza, una delle virtù che manca di più, di amore. Può diventare un gesto profetico.

Montserrat è un luogo dove, durante la guerra civile spagnola, alcuni monaci furono costretti a fuggire. E diversi morirono. Come ricorda quel periodo?

Fu un momento duro per l'intera società, una guerra è sempre un dramma. La comunità dovette abbandonare il monastero, c'era il pericolo di essere trucidati. Poi il monastero, che rischiò di essere bruciato, si salvò dalla distruzione. I monaci erano perseguitati perché erano cattolici e perché ce n'erano alcuni che difendevano la cultura e la lingua catalana. Ho conosciuto monaci sopravvissuti a Montserrat. Faceva molta impressione ascoltarli. Chi ha vissuto una guerra resta segnato per sempre. Il 'tesoro' più grande è quello di 21 monaci martiri beatificati a Tarragona sotto il pontificato di Benedetto XVI. Di questi abbiamo recuperato solo undici corpi, gli altri non si sa dove siano. Mi ha sempre colpito molto la volontà della comunità di Montserrat di far tesoro di questa tragedia per seminare il dialogo, la pace, la riconciliazione. Mai hanno usato questa vicenda come arma contro qualcun altro, ma sempre come occasione per creare un ambiente di convivenza sociale.

Uno scorcio del monastero di Montserrat
Uno scorcio del monastero di Montserrat

È un luogo con mille anni di storia...

Due milioni di pellegrini arrivano ogni anno a Montserrat. La tradizione molto radicata nel luogo è quella di uno spiccato atteggiamento di accoglienza. I monaci, mi ricordo, raccontavano che un signore che aveva lottato a fianco degli anarchici, andò una volta in monastero. A un certo punto cominciò a piangere. Un monaco gli chiese come mai fosse così commosso. E lui pare che abbia risposto: "È vero, io non sono credente, ma è la Madonna di Montserrat! Non posso fare altrimenti". Non aveva il dono della fede, ma aveva avuto evidentemente una intuizione...

La vostra tradizione canora è molto spiccata e all'incontro con il Papa ci saranno tantissimi bambini...

La presenza di una corale di giovani è una tradizione per noi, è prevista dalla Regola di Benedetto nei monasteri. Per noi monaci di Montserrat è normale aiutare questi ragazzi a crescere nella fede e in umanità. Le arti musicali sono una grande gioia, è una delle cose che mi mancano di più perché personalmente amo molto la musica e il canto. 

Il motto del viaggio apostolico di Leone XIV è Alzate i vostri occhi. Oggi si fa fatica ad alzare lo sguardo al trascendente?

Non so, le generalizzazioni mi fanno sempre un po' di paura. Una volta, ero a Montserrat, avevo ricevuto un gruppo di sacerdoti italiani con i loro vescovi per un corso di Esercizi spirituali. Nella piazza del santuario, mi dissero: "Sa, padre, qui capita una cosa curiosa. Di solito quando si arriva su una montagna, si guarda giù. Quando si viene qui, invece, si continua a guardare su". Ed è proprio così, quando si è là, c'è ancora uno scorcio di montagna a salire, si guarda necessariamente anche su. In effetti, guardare in alto, cercare il trascendente, è un movimento antropologico. La sfida per noi è condividere con i nostri contemporanei la fede in Cristo Gesù, un uomo morto e risorto per noi e dire che questo trascendente non è una nozione astratta ma è una una persona viva.  

Il secolarismo è un fenomeno che sta incidendo sulla pratica religiosa in Spagna. Quali sono le ragioni, secondo lei?

La fede è sempre un dono e ha una dimensione anche di lotta, non è scontata. La sfida per me forse non è tanto credere quanto annunciare. Io, da monaco, mi pongo sempre la domanda: 'Annuncio Cristo, parlo di Cristo? Con la mia vita, con la mia parola?'. Perché la mia convinzione è che, quando uno riceve chiaramente l'annuncio di Cristo, può dire di no, ma può dire anche di sì. E l'attrazione, la luce, la forza della verità è così forte che, per me, tanti problemi di mancanza di fede sono dovuti a una mancanza di predicazione. 

Una effigie della Vergine di Montserrat, la "moreneta"
Una effigie della Vergine di Montserrat, la "moreneta"

C'è tanto individualismo...

Sì, sarebbe una delle ragioni, secondo me. Non sono esperto di questo ma se penso alla mia gioventù, ricordo che tante volte i professori, e anche i preti, ci parlavano più dei problemi che del kerigma. Poi, per fortuna, ho incontrato altri preti che lo facevano. Poi, certo, ci sono elementi culturali, economici, che incidono. È una realtà complessa. C'è anche stata una visione critica sulle manifestazioni esteriori della fede popolare. Questo ha incentivato un certo intimismo nel modo di vivere la fede. Non è stato facile traghettare tutto questo... Quando ero adolescente, era ben visto l'essere cristiano da noi. La fede la conosce soltanto Dio. Forse c'era un ambiente che favoriva questo. Oggi, sembra che essere praticanti è considerata una cosa strana. Poi c'è un fenomeno curioso che ho vissuto in Belgio in questi giorni e che c'è anche molto in Spagna, soprattutto in alcune regioni della periferia del Paese, molto secolarizzate: le processioni in occasione delle feste del patrono. In quelle circostanze c'è una esplosione di fede. Questo mi fa pensare. Un sacerdote mi diceva anni fa che non ci sono persone grigie, ci sono persone che portano una vita grigia. Ovvero, non c'è un ateismo militante, ma soprattutto c'è un lasciarsi portare dalle mode...

Forse non si ha tanto la capacità di scegliere...

Sì, forse anche questo, non scegliere. Una cosa che mi fa riflettere è che si sono cambiati gli scopi delle virtù: si continua, per esempio, a praticare la disciplina, la virtù del desiderio di pienezza, ma si è spostato il bersagio, lo scopo ultimo. Oggi lo scopo è magari non ingrassare oltre i due chili oppure essere sempre connessi. E lo dico, attenzione, da persona che è molto interessata alle tecnologie, appena entro un monastero chiedo sempre se c'è il wifi... Insomma, per fare un altro esempio, per il cristiano il desiderio della vita eterna è, appunto, la vita eterna, non vivere trecento anni, nell'ideale di restare sempre giovani.

Montserrat è un luogo profondamente legato anche al cammino spirituale di Sant'Ignazio di Loyola...

Ho letto più di una volta la sua autobiografia e penso che Montserrat è stato per Ignazio il luogo e il momento della sua vita per far pubblica la sua decisione di convertirsi. Ha dato lì i vestiti a un povero, ha lasciato la spada, ha dato il cavallo alla comunità. E ha cominciato la sua vita di pellegrino. È stato un luogo fondamentale. Mi ha fatto sempre molta impressione pensare che abbia pregato davanti all'immagine dove preghiamo noi. Ha attraversato lo stesso portone. Avrà sentito cantare i ragazzi del coro. È un modo per riflettere: Ignazio ha lasciato alcune sue cose lì ma anche lasciato il peso dei suoi peccati ricevendo la grazia del perdono. E ha portato con sé la spiritualità della devozione moderna. Possiamo chiederci cosa noi portiamo come nostri fardelli, e i nostri pregi, cosa lasciamo e cosa portiamo con noi.

La benedizione abbaziale di padre Fossas
La benedizione abbaziale di padre Fossas

Come vanno le vostre vocazioni?

In Asia vanno bene - Vietnam, Filippine, Corea - in Europa sono molto diminuite. Del resto ci sono molti meno cristiani. Negli Stati Uniti c'è una certa ripresa. Detto questo, pur in numero molto minore rispetto a settant'anni fa, abbiamo comunque delle vocazioni. 

Come la vostra vita monastica fa i conti con le nuove tecnologie?

I monasteri vivono nel mondo. La tecnologia abbatte il muro della clausura. La clausura fisica, di fatto, sparisce. Io quando sono entrato in monastero portai la macchina da scrivere e chiesi al maestro se potevo tenerla in camera. Rispose che avrebbe dovuto rifletterci. Parlo del 1986! Alla fine mi è stato detto che potevo tenerla. Nel quotidiano del monastero è ovviamente impensabile non avere accesso alla rete o cose del genere. Ovviamente, bisogna sempre fare attenzione a che uso se ne fa. Io sono convinto che in pochi anni ci vergogneremo dell'uso che facciamo oggi della tecnologia, per fortuna qualcuno comincia ad accorgersi del fatto che per esempio si rischia di perdere il senso della realtà etc. In questo senso la vita monastica potrebbe dare un contributo alla riscoperta di un uso sano della tecnologia. 

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05 giugno 2026, 15:30