Cerca

Giovani gambiani al centro Las Raíces Giovani gambiani al centro Las Raíces

Tenerife: dall'isola del turismo esotico il grido dei cercatori di dignità

Dai volti di uomini, donne e bambini migranti nel centro di accoglienza Las Raíces, all'energia di padre José (per tutti Pepelu) che con la Fondazione Don Bosco soccorre i ragazzi di strada. Tenerife e il desiderio di una corrente di amore e fraternità, con il quale ha accolto Leone XIV

Antonella Palermo - Inviata a Tenerife

Poche ore di permanenza del Papa, nell'isola di Tenerife, la più grande dell'arcipelago Canarie, ma di una grande densità di incontri e messaggi, cominciata tra i tendoni rifugio dei migranti a Las Raíces e conclusa al porto di Santa Cruz. 

Las Raíces, Omar: “Il Papa viene qui per l’umanità”

“Hai due telefoni?”. “Solo per lavoro”. “Voglio fare il calciatore, aiutami!”. Omar viene dal Gambia come quasi tutte le circa trecento persone che al Centro di prima accoglienza “Las Raíces” trovano un sostegno di base per cercare di neutralizzare il trauma della traversata della rotta atlantica. La gran parte sono uomini, un po’ frastornati ma sentono che è un giorno speciale: “Io non sono cattolico, sono musulmano. Ma penso che il Papa arriva qui l’umanità”. I più fanno fatica a riannodare in pochi istanti i fili della propria storia, alcuni non sanno nemmeno più dove sono andati a finire i pezzi della propria biografia. Hanno un filo di voce, le parole ingoiate. In quale mare sono piombate? Arrivano le donne, grandi occhiaie. In quale mare sono piombati gli occhi? E i bambini, ridono. In quale mare sono piombati i giochi? Si avverte l’insondabilità di un mistero, la sua ineffabilità. Sì, il Papa è venuto per sottolineare la dignità dell’essere umano che supera ogni appartenenza geografica, culturale, religiosa. E loro lo hanno appreso, gli affidano le stanchezze, le grandi incognite. Sarà bene strappare uno scatto? 

Madre e figlia al centro Las Raíces
Madre e figlia al centro Las Raíces   (@Vatican Media)

Pepelu: la vita di strada “prosciuga”, l’amicizia salva

"Non rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime" è l'auspicio invocato da Leone. Lo sa bene padre José Luis Aguirre che qui tutti chiamano Pepelu. Sacerdote salesiano, è sull'isola da otto anni dopo aver lavorato nella pastorale dei migranti a lungo nella penisola. Qui è ormai un punto di riferimento consolidato per quanti hanno bisogno di un aiuto a neutralizzare i traumi delle traversate dall’Africa. È commosso e compiaciuto per il “suo” Khalid, giovane marocchino che racconta al Papa, in plaza del Cristo, la sua rinascita grazie al sostegno paterno della Fondazione Don Bosco. Ne parlava il giorno prima nella sede del suo ufficio, poco distante, indicando un mosaico di foto alla parete con le decine di volti di quanti negli anni hanno potuto riscattarsi da un destino segnato: “Lui ora fa il barbiere, lui il giardiniere, lei l’educatrice, lui il cocinero…”. “Solo il 10 percento si perde. Il resto ce la fa. Quasi tutti riescono a trovare una famiglia. La Fondazione aiuta un'ottantina di ragazzi di strada all’anno.  L’importante è dare loro amore, rassicurarli dicendo loro che non sono soli, che possono venire qui e trovare amicizia. La persona è quella che importa, non la nazionalità. La vulnerabilità non diminuisce la dignità. Il Papa ce lo dice”.

Padre José con il giovane marocchino al Centro della Fondazione Don Bosco
Padre José con il giovane marocchino al Centro della Fondazione Don Bosco

La corrente oceanica del bene

Al porto di Santa Cruz l'oceano appare nella sua portentosa bellezza. Le spiagge dorate e quelle vulcaniche si riempiono di turisti da ogni parte del mondo per godere di una natura energetica e incantevole. Dove si posa lo sguardo? Chi guarda i ragazzi che hanno voluto tentare l'attraversamento della rotta migratoria più pericolosa del pianeta e che passano la notte in case abbandonate, senza acqua, senza luce? “La calle usurpa [La strada prosciuga]”, dice Pepelu. Accade a un giovane, anche lui marocchino (la metà dei migranti che arriva alle Canarie sono marocchini che partono dal Sahara), che gli deve la vita. È partito solo diciottenne, ora ne ha 23. Lo hanno identificato come minore non accompagnato dalle sue ossa piccole, gli hanno assegnato all’epoca un'età ipotetica di 15 anni. Dopo un anno che è qui, avrebbe possibilità, sempre grazie a padre José, di avere un alloggio ma fuma colla, come tantissimi, per anestetizzarsi e sopportare i rischi della strada. “Non sappiamo se riuscirà ad affrancarsi da questa catena, in genere se non succede entro i 4-5 mesi, poi è molto difficile”. Oggi la corrente oceanica è favorevole all'amore, si può scommettere e pregare che il meccanismo si rompa, che gli inganni si smascherino, che ne nasca una vita nuova. 

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

Photogallery

Alcune immagini del Centro della Fondazione Don Bosco
12 giugno 2026, 13:55