Il cardinale Cobo: a Madrid viaggio oltre le aspettative, il Papa autorità morale per tutti
Salvatore Cernuzio e Patricia Ynestroza – Inviati a Madrid
Giorni intensi e un bilancio estremamente positivo, con tanti compiti per il futuro ma anche vie ben precise da seguire. Così il cardinale José Cobo Cano, arcivescovo di Madrid, descrive i tre giorni del viaggio di Papa Leone XIV nella capitale spagnola, prima tappa di un itinerario che prosegue oggi, 9 giugno, a Barcellona e nelle Isole Canarie. Cobo Cano sarà ancora a fianco al Papa, ma, prima di imbarcarsi in aereo al seguito del Pontefice, accetta di commentare con i media vaticani il grande evento che è stata la visita papale che ha “superato” ogni aspettativa, in particolare per la risposta della società. Con il Papa che ha parlato pure ai rappresentanti della politica e toccato temi caldi e complessi come quello degli abusi: problematica drammatica per la quale, spiega il porporato, “stiamo cercando di compiere passi avanti per generare una cultura diversa rispetto al passato e garantire che nessuna vittima si senta esclusa”.
Eminenza, può darci un bilancio di questi giorni che ha vissuto Madrid con la visita di Papa Leone XIV?
Sono stati giorni di intensa preparazione. Una preparazione meticolosa perché non volevamo che questo viaggio fosse solo un evento, ma piuttosto un percorso. E in effetti sono stati giorni intensi e siamo rimasti sorpresi dalla risposta che abbiamo ricevuto e che ha ricevuto il Santo Padre, non solo in termini di numero, ma anche per il calore della Chiesa di Madrid. Siamo rimasti sorpresi anche dal calore dell’accoglienza in Parlamento.
Sì, è stato qualcosa che ha sorpreso tutti. In particolare l’applauso unanime da parte di tutti i politici, durato quasi dieci minuti, e la standing ovation di “Viva il Papa!”. Sono il segno che forse la politica e la società hanno sete di discorsi di questo genere? Cosa ne pensa?
È un discorso a cui partecipa la Chiesa, un discorso che invita sempre ad elevare lo sguardo, cioè andare oltre le nostre differenze. E credo che il Papa sia cresciuto come autorità morale e modello etico, con le sue proposte, con le proposte della Chiesa sulla scena politica europea. Il Papa ci ha invitato a non guardare al passato, a non affidarci esclusivamente al patrimonio culturale cattolico spagnolo, ma a guardare al futuro.
Come interpreta questo appello del Pontefice?
Credo che, proprio come dice lui, la Chiesa abbia la sfida di crescere sempre di più, e questo è in continuità con quanto ha detto Papa Francesco. In quest’epoca di cambiamento, in questo momento così particolare, la Chiesa ha una tradizione ben precisa, esperienze ben precise, ma non è obbligata a ripeterle. Significa imparare dalla storia, ma cambiare il nostro linguaggio, le nostre strutture e continuare a rispondere alle nuove sfide che si presentano. L’enciclica del Papa è, in questo senso, una luce e una guida per comprendere questa affermazione nell'ambito delle vocazioni laicali e della loro integrazione nel cammino della Chiesa.
Quali difficoltà potrebbero sorgere in questo ambito e come affrontarle?
Innanzitutto dobbiamo accettare la sfida, cioè riconoscere che stiamo vivendo un momento di crescita, ma un momento che dobbiamo plasmare e plasmare con la partecipazione dei laici, con la loro formazione e confidando in loro. È un’assunzione graduale di responsabilità ... Credo che l'intero cammino sinodale offra una luce per questo, ed è la strada che abbiamo intrapreso: vale a dire che ciascuno, secondo la propria vocazione, prenda il proprio posto nella Chiesa e si assuma le sue responsabilità. Questo è un tema ricorrente in tutti i discorsi che il Papa ci ha rivolto in questi giorni a Madrid.
Interessante vedere le nuove generazioni, la Gen Z come viene chiamata, che per libera scelta stanno tracciando la rotta per una Chiesa rinnovata …
Sì, chiaramente credo che ci sia un risveglio in atto, ma dobbiamo essere cauti, perché questo risveglio ha bisogno di essere guidato. Alcuni rapporti ci riferiscono che la gente ha un desiderio di trascendenza, ma dobbiamo anche offrire loro un risveglio all’essenza di Gesù Cristo, del Vangelo, della tradizione della Chiesa, cioè aiutare a non allontanarsene. Credo che in questo momento ci troviamo di fronte a una grande sfida con ciò che il Signore ha posto alle porte della Chiesa: condurre le persone all’esperienza della fede in Gesù Cristo, all’esperienza della fede nella Chiesa. Non dobbiamo lasciarci prendere solo dai numeri o dall'entusiasmo del “quanto siamo numerosi!”, “quanti arriveranno?”. Tutto questo va bene, ma è solo l'inizio. È una chiamata alla responsabilità per tutta la Chiesa in questo momento e, in particolare, per la Chiesa in Spagna.
Abbiamo visto quasi un milione e mezzo di persone alla Messa del Papa a Cibeles e alla processione del Corpus Domini e, la sera prima, 600 mila giovani alla veglia in Plaza de Lima inginocchiati, in preghiera e in silenzio davanti al Santissimo. Ma la Spagna è davvero così secolarizzata come si dice oppure no?
No, no, la Spagna è un Paese emergente. C’è una grande ricerca di Dio. Molte persone, e lo abbiamo visto anche nella veglia con i giovani che sono alla ricerca di Dio. Credo che sia una responsabilità, in questo momento, della Chiesa, della Chiesa spagnola, e in particolare di Madrid. Come possiamo accompagnare tutta questa sensibilità? Noi accompagniamo personalmente le ferite e le ricerche di ciascuna delle persone che vengono da noi. Certamente questo viaggio è stata un'esperienza molto intensa, non solo vedere le persone piangere dopo la Messa, ma anche provare un forte senso di appartenenza al popolo di Dio. È stato un momento in cui noi e il Papa abbiamo dato alla gente l’opportunità di sentirsi parte di un popolo. Ora dovremo accompagnarli anche in futuro.
C’è poi la questione degli abusi. Il Papa ieri ha incontrato alcune vittime in Nunziatura. A che punto siete nella lotta contro questa piaga?
È una piaga del passato, ma è una piaga che stiamo cercando di prevenire per il futuro. È una prova che la Chiesa si trova ad affrontare e credo che, almeno nell’Arcidiocesi di Madrid, ci stiamo lavorando da dieci anni, accompagnando le vittime. Abbiamo avuto anche momenti in cui abbiamo chiesto perdono, perché stiamo generando una cultura diversa da quella che abbiamo ricevuto. La Chiesa spagnola, pur essendo diversificata, sta davvero cercando di fare passi avanti per generare questa cultura diversa, per generare sostegno e per garantire che nessuna vittima si senta esclusa. Il fatto è che si tratta di un panorama molto, molto variegato. Non ci sono solo “vittime”, ma ogni vittima è unica e ogni vittima ha bisogno di cure speciali. No, non si può parlare di vittime in generale. Credo che stiamo facendo progressi e, in questo momento, anche il Governo è coinvolto. Gli accordi con il Governo, con la Conferenza Episcopale e le Diocesi, sono una strada abbastanza positiva.
Papa Leone si è rivolto anche ai vescovi riguardo alla situazione delle vittime di abusi e ha incoraggiato ognuno di voi ad accoglierle sempre di più…
Credo che il Papa abbia colto il ruolo della Chiesa Samaritana, che è una chiamata e una vocazione che la Chiesa ha sempre avuto. La Chiesa è nata ai piedi di una croce, ai piedi di una vittima, e credo che la Chiesa debba sempre essere identificata come quella che sta accanto ai vulnerabili, a coloro che vengono crocifissi. Il Papa ha posto questo concetto in ogni realtà, parlando dei vulnerabili, parlando delle vittime di tante problematiche. Ci ha dunque ricordato che questa è la posizione della Chiesa: accompagnamento, sostegno, mai dimenticare.
Eminenza, cosa spera che accada dopo questa visita di Leone XIV? Possiamo dire che il viaggio apostolico ha rivitalizzato la Chiesa spagnola o ha dato una spinta a una Chiesa già viva?
No, l’ha rivitalizzata. Il Santo Padre ci ha lasciato molti compiti per il futuro, ma ci ha anche mostrato la via da seguire. Credo che in ogni ambito – cultura, politica, economia e vita della Chiesa, come ha detto anche alla comunità diocesana di Madrid – il Papa abbia lasciato linee di lavoro e posizioni concrete, punti di convergenza, e di questo gli siamo profondamente grati.
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