Leone XIV: la Chiesa pronunci parole chiare per le vittime di violenze e guerre
Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
Sospesa tra il “già” dell’inizio del Regno di Dio in Gesù e il “non ancora” del compimento promesso e atteso, la Chiesa è chiamata a prendere posizione con decisione contro tutto ciò che mortifica la vita e ne ostacola lo sviluppo, schierandosi a favore dei più deboli e interpretando i dinamismi della storia alla luce del Vangelo. È inoltre esortata a non assolutizzare le proprie istituzioni, ma a considerarle come realtà vive “nella storia e nel tempo”. Così Papa Leone XIV legge la natura del popolo di Dio alla luce della sua dimensione escatologica nella catechesi di questa mattina, 6 maggio, pronunciata in Piazza San Pietro durante l’udienza generale del mercoledì, davanti a circa 30mila fedeli.
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L’essenziale dimensione escatologica
La riflessione prosegue nel solco del ciclo dedicato ai documenti del Concilio Vaticano II e, in particolare, alla Costituzione dogmatica Lumen gentium, analizzando l’orientamento “verso la meta finale”, la patria celeste, che deve sempre contraddistinguere la Chiesa.
Si tratta di una dimensione essenziale che, tuttavia, spesso trascuriamo o minimizziamo, perché siamo troppo concentrati su ciò che è immediatamente visibile e sulle dinamiche più concrete della vita della comunità cristiana.
Volgere lo sguardo all’orizzonte finale
Il popolo di Dio, spiega il Pontefice, ha infatti “come fine di tutto il suo agire il Regno di Dio”, quello di amore, giustizia e pace annunciato da Gesù
Siamo pertanto chiamati a considerare la dimensione comunitaria e cosmica della salvezza in Cristo e a volgere lo sguardo a questo orizzonte finale, per misurare e valutare tutto in questa prospettiva.
Il servizio nella storia
Annunciare le parole di questa “promessa” è il servizio che la Chiesa compie nella storia, afferma il Papa, ricevendone una “caparra” nella celebrazione dei Sacramenti, in particolare dell’Eucarestia, e attuandone la logica nelle relazioni di amore e di servizio
Essa, inoltre, sa di essere luogo e mezzo dove l’unione con Cristo si realizza più strettamente, riconoscendo al contempo che la salvezza può essere donata da Dio nello Spirito Santo anche al di fuori dei suoi confini visibili.
La Chiesa, “germe e inizio” della promessa divina
“La Chiesa è sacramento universale di salvezza”: così scrivevano i padri conciliari. Leone lo ricorda identificando la comunità ecclesiale come “segno e strumento” della pienezza di vita e di pace promessa da Dio. Essa, quindi, non ne è il riflesso perfetto, ma “germe e inizio”.
I credenti in Cristo, perciò, camminano in questa storia terrena, segnata dalla maturazione del bene ma anche da ingiustizie e sofferenze, senza essere né illusi né disperati; essi vivono orientati dalla promessa ricevuta da Colui che fa nuove tutte le cose.
Il popolo di Dio non annuncia sé stesso
Tesa tra “già” e “non ancora”, la Chiesa è custode di una speranza “che illumina il cammino”, prosegue il Papa, ma è anche investita “della missione di pronunciare parole chiare per rifiutare tutto ciò che mortifica la vita e ne impedisce lo sviluppo”. In questo modo diventa “segno e sacramento” del Regno, interpretando le dinamiche della storia alla luce del Vangelo, “denunciando il male in tutte le sue forme” e annunciando la salvezza “che Cristo vuole realizzare per tutta l’umanità”.
La Chiesa, dunque, non annuncia sé stessa; al contrario, in essa tutto deve rimandare alla salvezza in Cristo.
Non si assolutizzino le istituzioni
Questa prospettiva, ammonisce Leone, non deve però far dimenticare “l’umana fragilità e caducità” delle istituzioni ecclesiali, che, “pur essendo al servizio del Regno di Dio, portano la figura fugace di questo mondo”.
Nessuna istituzione ecclesiale può essere assolutizzata, anzi, poiché esse vivono nella storia e nel tempo, sono chiamate a una continua conversione, al rinnovamento delle forme e alla riforma delle strutture, alla continua rigenerazione delle relazioni, in modo che possano davvero corrispondere alla loro missione.
La sollecitudine fraterna tra i credenti
L’ultimo aspetto su cui si concentra la catechesi è la relazione tra i cristiani che compiono la loro missione sulla terra e quanti hanno già concluso la loro esistenza terrena. Lumen gentium, infatti, afferma l’unità della Chiesa anche sotto questo profilo, riconoscendo “una comunione e una compartecipazione dei beni spirituali fondata sull’unione con Cristo di tutti i credenti”. Si tratta di una fraterna sollicitudo tra la Chiesa pellegrina e quella celeste, che si sperimenta in modo particolare nella liturgia, attraverso la comunione dei santi.
Pregando per i defunti e seguendo le orme di coloro che hanno già vissuto come discepoli di Gesù, siamo sostenuti anche noi nel cammino e rafforziamo l’adorazione di Dio: segnati dall’unico Spirito e uniti nell’unica liturgia, insieme a coloro che ci hanno preceduto nella fede lodiamo e diamo gloria alla Santissima Trinità.
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