Leone XIV: l’università dia frutti di progresso solidale formando in modo integrale
Daniele Piccini – Città del Vaticano
Se il sapere può essere accostato all’immagine di un albero - con “radici profonde”, la “solidità del suo tronco” e l’”ampiezza dei suoi rami” – è auspicabile che si tratti dell’albero della Croce, ben piantato nella verità, e non di quello della conoscenza del bene e del male, che deviò per sempre Adamo ed Eva verso “un’intelligenza che non cerca più di corrispondere alla realtà, ma di piegarla alle proprie misure”. È l’indicazione che Leone XIV dà all’approccio di ogni sistema educativo, intervenendo questo pomeriggio, 21 aprile, all’inaugurazione del Campus Universitario dell’Università Nazionale della Guinea Equatoriale, nella città di Malabo, che l’ateneo ha voluto intitolare a suo nome. “Un gesto cortese”, come lo definisce il Pontefice nel suo discorso in spagnolo dicendosene onorato, che “va oltre la persona” rimandando ai valori che insieme vogliamo trasmettere”. Inaugurare “spazi dedicati allo studio”, sottolinea ancora il Vescovo di Roma in questo incontro con il “mondo della cultura”, rappresenta sempre un “gesto di fiducia nell’essere umano”, uno “spazio per la speranza, per l'incontro e per il progresso”.
Due alberi simbolo di due approcci alla verità
Il Papa, sceso dalla sua auto, percorre un lungo viale per raggiungere il luogo dove viene accolto dal rettore: un pianerottolo intermedio di una lunga scalinata, dove sono state posate delle poltrone su tappeto rosso, sotto un baldacchino bianco. Migliaia di bandiere bianche e gialle, i colori dello Stato Città del Vaticano, vengono sventolate da fedeli e studenti, intervenuti per accogliere il Pontefice. Al termie del viale, all'ingresso della struttura universitaria, viene svelato un busto di Leone XIV, cui il Campus, la cui costruzione è stata completata solo lo scorso febbraio, è intitolato.
Ispirato dal logo dell’Università Nazionale della Guinea Equatoriale – dominato dalla figura di un arbusto locale, la ceiba – il Papa, al nono giorno del suo viaggio apostolico in Africa, invita a leggere la “storia dell’uomo” a partire dalla “simbologia di alcuni alberi biblici”. Il primo albero di cui la Bibbia racconta è quello dalla conoscenza del bene e del male, piantato nel Giardino dell’Eden, di cui i primi uomini consumarono il frutto che corruppe la loro visione del reale.
Lì la conoscenza cessa di essere apertura e diventa possesso; cessa di essere cammino verso la saggezza e si trasforma in orgogliosa affermazione di autosufficienza, aprendo la strada a smarrimenti che possono arrivare a diventare disumani.
LEGGI IL DISCORSO INTEGRALE DEL PAPA AL MONDO ACCADEMICO E DELLA CULTURA
Per redimere questa distorsione, fu necessario “un altro albero, quello della Croce”, “segno della redenzione”.
Lì l’essere umano è invitato a lasciare che il suo desiderio di conoscere sia sanato: a riscoprire che la verità non si fabbrica, non si manipola né si possiede come un trofeo, ma si accoglie, si cerca con umiltà e si serve con responsabilità.
Privilegiare la qualità delle persone, non il numero di laureati
Ma Cristo, aggiunge il Papa, non è per questo “una via d’uscita fideistica” che sospende la “fatica intellettuale”, privilegiando una fede che disattiva e marginalizza la ragione. “Al contrario – aggiunge - in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà”. La fede “purifica” la ragione della sua autosufficienza e la apre ad una pienezza cui l’intelligenza umana tende senza poterla abbracciare completamente. L’albero della Croce “ci insegna che conoscere significa aprirsi alla realtà, accoglierne il senso e custodirne il mistero”, argomenta ancora Leone XIV. L’efficacia di un’università la si misura dunque dalla qualità delle persone formate che immette nella comunità, e non dal suo prestigio, tarato sul “numero dei laureati” o sull’”estensione delle sue infrastrutture”.
Questo è il sincero desiderio che la Chiesa cattolica esprime nel suo impegno plurisecolare nell’ambito dell’educazione: che i professionisti siano validi grazie alla conoscenza e alla tecnica; frutti maturi per un’autentica fecondità, capaci di andare al di là della mera apparenza del successo.
Da qui il Pontefice fa derivare la direzione verso la quale il nuovo Campus universitario deve lavorare.
Qui, negli spazi di questa sede, la ceiba della Guinea Equatoriale è chiamata a dare frutti di progresso solidale, di una conoscenza che nobiliti e sviluppi l’essere umano in modo integrale. È chiamata a offrire frutti di intelligenza e rettitudine, di competenza e saggezza, di eccellenza e servizio.
Formazione, motore di cambiamento sociale
Nel discorso di ringraziamento in lingua spagnola, che il rettore dell’Università Nazionale della Guinea Equatoriale, Filiberto Ntutumu Nguema Nchama, rivolge al Pontefice, c’è l’impegno a muoversi proprio sulla rotta tracciata dalle parole del Papa: la promozione dello sviluppo umano integrale. “Questo giorno rimarrà inciso a lettere d’oro nella storia della nostra Università”, esclama con entusiasmo l’accademico accogliendo Leone XIV. “L’inaugurazione di questo nuovo campus e l’incontro con il mondo accademico della Guinea Equatoriale simboleggiano un fermo impegno nella costruzione di una società della conoscenza, basata sull’innovazione, sulla ricerca scientifica e sullo sviluppo umano. La finalità di questo complesso educativo è chiara: contribuire allo sviluppo sociale ed economico del Paese mediante la formazione integrale dei giovani, la generazione e la trasmissione della conoscenza, la promozione della cultura scientifica e delle pari opportunità”.
L’educazione e la formazione, fornite dal sistema educativo, sono gli unici fattori in grado vincere le sfide sociali del lavoro e delle disuguaglianze. “Siamo consapevoli – assicura il rettore, alla presenza del presidente della Repubblica della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo - che l’università è formata principalmente da giovani, che costituiscono il motore di trasformazione della società. Tuttavia, essi affrontano anche importanti sfide come la disoccupazione, la mancanza di opportunità e diverse problematiche sociali. Di fronte a tali sfide, riaffermiamo che l’educazione e la formazione sono strumenti fondamentali per il cambiamento. Non sono le strutture da sole a trasformare il mondo – ha concluso - ma le persone formate e impegnate nel proprio sviluppo”.
Un sapere orientato allo sviluppo del Paese
Nell’incontro con Leone XIV c’è spazio anche per le testimonianze di chi ogni giorno vive l’università. “Ci assumiamo con responsabilità l’impegno di formarci non solo accademicamente, ma anche nei valori. Vogliamo essere una generazione caratterizzata dalla disciplina, dal rispetto, dalla responsabilità e dall’impegno per il bene comune”, promette lo studente Andres al Papa. “Una gioventù che non aspiri soltanto al successo personale, ma che contribuisca anche attivamente allo sviluppo della Guinea Equatoriale. Sappiamo che un’educazione integrale non significa solo acquisire conoscenze, ma anche coltivare valori umani ed etici, rafforzare la nostra coscienza sociale e prepararci ad affrontare le sfide del mondo attuale con responsabilità e senso critico”, conclude lo studente, che poi sale alcuni gradini della scalinata per salutare il Papa e stringergli le mani.
Un docente definisce i professori “costruttori di futuro”, poiché maneggiano la materia prima più preziosa di un Paese, i suoi giovani. Il loro lavoro, ammette, “implica formare persone, comprendere l’essere umano nella sua profondità e accompagnarlo nello sviluppo delle sue capacità, del suo senso critico e della sua responsabilità verso la società”. “La nostra missione è chiara – conclude il professore - formare generazioni capaci, critiche e impegnate, preparate ad affrontare le sfide del XXI secolo e a contribuire allo sviluppo sostenibile della Guinea Equatoriale”.
Il presidente del Consiglio per la ricerca scientifica e tecnologica dell’ateneo, Anacleto Oló Mibuy, sottolinea - nella sua testimonianza, letta dopo una coreografica danza tradizionale di benvenuto per il Pontefice - che viviamo “un’epoca di progressi straordinari”, in cui intelligenza artificiale e biotecnologia aprono opportunità inimmaginabili, ma pongono anche “interrogativi profondi” che interpellano l’etica, la dignità umana e il “senso delle nostre azioni”. Un labirinto nel quale solo i valori cristiani rappresentano il filo d’Arianna con cui trovare l’orientamento: “La scienza e la tecnologia sono strumenti potenti, ma la vera sfida sta nell’uso che ne facciamo. In tal senso, la tradizione morale cristiana ci offre un orientamento fondamentale: non si tratta di frenare il progresso – conclude l’accademico - ma di assicurare che sia sempre al servizio della persona e del bene comune”.
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