Bamenda, al Papa le storie di coraggio e speranza in una terra sfibrata dalla violenza
Lorena Leonardi - Città del Vaticano
«Non tutti i mali vengono per nuocere»: sono parole che, pronunciate di fronte a Leone XIV nell'ambito dell'incontro per la pace che si è tenuto nella cattedrale di San Giuseppe a Bamenda, potrebbero sorprendere per la loro apparente dissonanza rispetto al contesto. Eppure sono le prime che Denis Salo ha rivolto al Papa stamani, 16 aprile, con una voce che non nasconde il peso della sua storia. «Non avrei mai potuto nemmeno sognare che un giorno della mia vita avrei parlato al Santo Padre», ha confessato, ma «grazie alla sventura che ci è capitata, eccomi qui». Mentre l’uomo riassume, in inglese così come gli altri testimoni, la triste vicenda che l’ha portato con la famiglia a vivere da sfollati interni, la moglie e i figli gli stanno accanto, a mani giunte, nella vicinanza composta e consapevole di chi ha conosciuto lo sconforto dell’incertezza, e coltivato la speranza anche contro ogni evidenza.
Quando il quotidiano vivere va di colpo in frantumi
Originario di Mbiame, nella diocesi di Kumbo, Salo ha raccontato una vita spezzata. Lavorava come venditore all’ingrosso di bevande, una quotidianità costruita con fatica e dignità, fino al 2017, quando «è scoppiata la guerra». «Quelle attività sono state vietate e noi commercianti siamo stati presi di mira», ha detto, rievocando un tempo in cui la normalità si è improvvisamente frantumata. La voce trema al ricordo di «cinque vicini uccisi» e del volto sbiadito di «un amico tra i più cari», perduto in modo tanto ingiusto. Un lampo attraversa lo sguardo di Salo, quando ripensa ai soldati governativi che incendiavano le case «mentre noi eravamo sotto il fuoco dei combattenti separatisti». Nello stesso anno arriva la fuga. Una scelta necessaria, ma dolorosa: lasciare Mbiame insieme alla famiglia, interrompere la scuola dei bambini e «abbandonare tutto: la casa, le fattorie, gli animali» per tentare la sorte a Bamenda. Tutto ciò che era stato costruito, in un attimo, non c’è più.
Inizia così, percorrendo cento chilometri di strade polverose, un nuovo capitolo, fatto di precarietà e resistenza. Prima il passaggio a Douala in cerca di lavoro, poi il ritorno a Bamenda, dove oggi Salo vive «in una piccola casa in affitto con tutta la famiglia». Per mantenerla, lavora come guardiano all’ospedale Maria Soledad e come giardiniere nella parrocchia dell’Immacolata Concezione a Ngomgham. In fin dei conti, sul dramma del distacco prevale la forza della resilienza e nonostante lo strappo resta spazio per la gratitudine. Prima di concludere, Salo ha guardato il Papa e gli ha rivolto un ringraziamento semplice ma carico di significato: «Grazie di essere venuto a consolarci».
L'evangelizzazione e la promozione della riconciliazione
Della crisi anglofona, vissuta dai capi tradizionali come «un crollo dell’autorità» che li ha resi «facili bersagli», uccisi o lontani dai loro regni e dai palazzi in fiamme, ha parlato Fon Fru Asaah Angwafor IV, rivolgendo il benvenuto al Papa a nome dei capi tradizionali e custodi delle tradizioni della terra delle regioni del Nord-Ovest e del Sud-Ovest. Definendo «grande onore» la presenza del Pontefice, il capo tradizionale supremo di Mankon, con indosso caratteristici abiti colorati, ha rimarcato il «ruolo molto importante» ricoperto dai fon «nella diffusione e nella crescita del cristianesimo» a ovest del fiume Mungo.
Furono loro, ha riferito, ad accogliere i missionari giunti a Bonjongo nel 1894, nei primi anni di diffusione del cattolicesimo in Camerun. Ed erano di proprietà dei capi tradizionali «la maggior parte delle terre sulle quali vennero costruite le chiese e le scuole», ha spiegato, rimarcando con orgoglio che in qualche modo, «per estensione, anche noi siamo stati evangelizzatori». Fon Fru Asaah Angwafor IV si è detto «felice» in modo particolare di accogliere il Papa in terra Mankon, dove la cattedrale è stata costruita nel 1935 «su un terreno donato da mio padre», ha confidato. Ha quindi ringraziato il Vescovo di Roma «per la grande opera di evangelizzazione svolta dalla Chiesa negli anni passati e ancora oggi», nonché «per i servizi sociali che essa ha offerto alla nostra gente». Il capo ha inoltre fatto riferimento ad alcune pratiche «tradizionali» — incompatibili con i valori cristiani — scomparse a mano a mano con l’educazione e la civilizzazione, e allo studio in corso sulla poligamia avviato dai vescovi africani su input del Sinodo sulla sinodalità: «Stiamo attendendo i risultati, di modo che i capi tradizionali e le persone che vivono quella situazione possano rendere liberamente culto a Dio in chiesa senza essere giudicati o rifiutati». Infine, Fon Fru Asaah Angwafor IV ha assicurato l’impegno a «lavorare per promuovere pace e riconciliazione» e a «sperare nel ripristino dell’autorità nel nostro Paese».
Il dialogo interreligioso e la mediazione per la pace
Su come il conflitto abbia avuto l’inaspettato merito di avvicinare le Chiese cristiane e la religione musulmana si è soffermato Fonki Samuel Forba, moderatore emerito della Chiesa presbiteriana in Camerun. «La persecuzione e la sofferenza non conoscono né fede né razza, né lingua né colore», ha detto. «La persona che soffre ha bisogno di conforto, e l’essere umano che è in guerra ha bisogno di pace, qualunque sia il suo credo», ha proseguito, evidenziando come proprio a causa delle «comuni sofferenze» affrontate i leader religiosi anglofoni «si sono uniti e hanno fondato un movimento di pace attraverso il quale abbiamo cercato di mediare la pace e il dialogo tra il governo del Camerun e i combattenti separatisti». Definendo quella nella regione una «crisi dimenticata», Fonki Samuel Forba ha citato davanti a Leone XIV l’antico proverbio africano «Quando due elefanti combattono, a soffrire è l’erba» per porre in evidenza i patimenti delle «persone comuni», tra cui donne e bambini. «In pratica, tutti noi qui riuniti siamo traumatizzati e abbiamo bisogno di guarigione sia psicologica sia spirituale», ha sintetizzato, chiedendo al Papa un aiuto «a trovare una soluzione duratura a questo conflitto» e a «sostenere le iniziative di pace».
Fame di pace
La fame di pace è il comune denominatore in Camerun: credenti di ogni fede, uniti al di là delle appartenenze religiose, condividono il peso di anni segnati da sofferenza e violenza. In questo solco si è inserita anche la testimonianza dell’imam Mohamad Abubakar della Moschea Centrale di Buea, che ha ripercorso l’ultimo doloroso periodo vissuto dalla comunità islamica. In particolare ha rievocato l’assalto alla moschea di Sagba il 14 novembre scorso, quando sono state uccise tre persone e ferite nove, e le violenze consumate il 14 gennaio successivo da uomini armati che hanno aperto il fuoco su allevatori di bestiame della comunità etnica Mbororo, provocando almeno quindici morti, tra cui otto bambini. Anche tra le 23 vittime del massacro di Ngabur, ha tristemente annotato il leader religioso, c’erano civili musulmani. Molti hanno subito la perdita del bestiame e le loro attività sono state chiuse a causa della crisi che, ha notato Mohamad Abubakar, per fortuna «non è degenerata in una guerra religiosa», dal momento che uomini e donne di vari culti continuano con forza «ad amarsi gli uni gli altri».
I rapimenti, la resilienza e il coraggio, l'affidamento a Dio
Ha infine preso la parola suor Carine Tangiri Mangu, giovane religiosa delle Suore di Sant’Anna, della provincia ecclesiastica di Bamenda, impegnata nella cura pastorale di persone indigenti in ambito ospedaliero, educativo e sociale. Tutte «circostanze molto difficili» che, ha detto sorridendo, rendono la presenza del Papa «un incoraggiamento ancora più forte» specialmente da quando, con lo scoppio delle violenze, sono aumentate «paura e insicurezza».
La suora lo ha sperimentato in prima persona quando, il 14 novembre, rientrando con una consorella da Bamenda a Elak-Oku, dove insegna alla scuola primaria, sono state rapite e portate nella boscaglia, rimanendovi ostaggio per tre giorni e tre notti. «Non abbiamo mai dormito né mangiato», ha ricordato, voltandosi e sfiorando per un attimo la spalla a suor Mediatrix appena dietro di lei. In quei giorni di tribolazione e svariati spostamenti «fatti di notte per evitare di essere localizzati», le due hanno coraggiosamente intrapreso uno sciopero della fame e spiegato ai rapitori «che stavamo semplicemente svolgendo il nostro lavoro per i poveri e non avevamo niente a che vedere con la politica». Private della libertà, della possibilità di lavarsi, mangiare, bere e riposare, le consorelle recitavano continuamente il Rosario, «l’unico modo a disposizione per mantenere viva la speranza» fino al momento della liberazione, avvenuta grazie all’intervento dei cristiani di quella zona. Rivolgendosi a Leone XIV, suor Carine Tangiri Mangu ha evidenziato come siano proprio queste le condizioni in cui «molte donne consacrate svolgono il proprio lavoro in questa zona di guerra», alcune subendo esperienze ancora più drammatiche e più traumatiche, ma sempre, ha concluso, «confidando nell’aiuto di Dio».
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