Ramolo, vescovo in Ciad: ogni visita del Papa in Africa fa bene alla Chiesa universale
Salvatore Cernuzio – Inviato a Yaoundé
Nella famiglia Ramolo, proveniente da un piccolo paesino del Molise, i figli erano sei: tre femmine e tre maschi. I tre maschi sono diventati tutti frati cappuccini e tutti e tre sono partiti missionari in Africa. Tutti in Ciad. Una bella prova anche per i genitori: “Beh, non volevano che io partissi ma poi sono stato contenti”, racconta uno di loro, monsignor Rosario Pio Ramolo, dal 1999 vescovo della Diocesi di Gorè, nella punta meridionale del Ciad, al confine con il Camerun e la Repubblica Centrafricana. Settantatré anni, un percorso religioso legato alla figura di Padre Pio (“Quando è morto, è iniziato il mio noviziato”), Ramolo ha vissuto quasi la metà della sua vita nell’Africa subsahariana. “Ci sono da 44 anni, inviato dopo l’ordinazione in Francia. In Ciad ho visto davvero tutto il percorso compiuto da questo popolo sempre”, racconta il vescovo a margine degli eventi legati al viaggio di Papa Leone XIV in Africa. Il presule è in questi giorni a Yaoundé, capitale del Camerun, per vivere da vicino la visita del Successore di Pietro. “È il terzo Papa che vedo qui”, spiega ai media vaticani, ai quali offre una panoramica della realtà del Continente e del Paese in cui è pastore.
Cosa significa per il continente un viaggio del Papa?
La venuta dei Papi è veramente uno slancio enorme per la Chiesa africana perché, anche se vive in profondità la sua fede, a volte si sente un po’ scartata dall’insieme della Chiesa. Ormai l’Africa è diventata una Chiesa autonoma, piano piano, e quindi ha necessità anche di manifestare agli altri continenti, alle altre Chiese, quello che vive, come lo vive, perché ha cercato di inculturare il Vangelo più che copiare quello che si faceva altrove. Per esempio i canti, le danze durante le celebrazioni sono una cosa naturale per il popolo africano. Quello che, secondo una certa mentalità, potrebbe invece sembrare una mancanza di rispetto... Ciò che noi cerchiamo di insegnare, un certo modo di vivere la fede, di celebrare alla maniera europea, sono cose che qui non corrispondono. E quindi piano piano si stanno inculturando e diventano “più padroni” della loro Chiesa, possono esprimere al loro modo la fede cristiana.
Qual è la realtà dei giovani in Africa? Che tipo di movimento nota nelle nuove generazioni?
Per i giovani ora c’è un periodo che abbiamo vissuto già anni fa in Italia e cioè il passaggio dai paesini e la voglia di andare in città. Ad esempio, per il lavoro: si vogliono abbandonare i campi o i lavori più duri per andare a cercare impieghi dove c’è la poltrona, dove ci si può sedere. Insomma, questo spirito qui è entrato anche nella gioventù attuale dell’Africa, per cui stiamo cercando di dare la possibilità a chi non ha i mezzi di studiare o a chi non ha parenti nella grande città, di abbracciare delle attività che possono assecondare i loro bisogni. La difficoltà dei giovani è che sono senza mezzi e quindi non possono essere autonomi. E quindi la sfida che stiamo portando avanti è proprio questa: aiutare ragazzi e ragazze a trovare soldi e mezzi necessari, almeno in parte, per dare un significato alla loro vita.
E anche per evitare l’ondata migratoria, no?
Eh sì, anche questo. Anche se in Ciad è una questione strana… Noi siamo un Paese molto più povero del Camerun e di altre nazioni e, sì, purtroppo anche i nostri giovani partono ma non sono tanti. Pochissimi quelli che vanno in Europa. Sono piuttosto gli altri che vengono, per esempio, dal Senegal e si avventurano nel deserto del Ciad per andare in Libia e poi altrove. La difficoltà in Ciad è, invece, che molti ragazzi del sud cercano di andare al nord, dove hanno trovato l’oro e si impiegano negli scavi di miniere grezze. Non si tratta cioè di un’impresa dello Stato… Quindi spesso questi giovani finiscono incarcerati, scacciati. Soffrono, ma tentano comunque l’avventura.
Eccellenza, in un Paese come il Ciad in cui si registrano queste difficoltà, come si vive questo tempo di guerra, di minacce, di violenze in Medio Oriente e in altri posti del mondo?
Mah, la maggior parte non sa neanche di cosa si tratta, di chi si parla. Ci sono già tante difficoltà lì, soprattutto tra allevatori e contadini con i pastori che mettono i buoi nei campi dei contadini e li distruggono. E noi cerchiamo di allargare un po’ la visione delle difficoltà, di “comparare” le sofferenze spiegando cosa succede altrove con Paesi che aggrediscono i territori degli altri. Però, ripeto, ci sono tante difficoltà in Ciad. Alcune davvero ancestrali… Il deserto ora sta avanzando, i pastori non hanno più abbastanza territorio per pascolare e stanno tentando a tutti i costi di invaderne altri. Poi, aggiungiamo il fatto che i pastori sono musulmani e i contadini cristiani… Noi cerchiamo di aiutarli per evitare che vengano tolte loro le terre. Siamo lottando anche noi come Chiesa con queste leggi del governo che non favoriscono affatto il popolo intero, ma solo una parte.
Che aspettative ci sono da questa visita di Leone XIV in Africa?
Ogni visita del Papa è una spinta a rinforzare la fede, il rispetto per l’uomo e per la natura. Questo è il risultato di ogni visita papale in Africa e fa bene anche alla Chiesa universale perché il Papa stesso, scoprendo le cose belle che ci sono qui in Africa, può condividerle con le Chiese altrove, nelle altre visite, negli altri viaggi. E, in questo senso, può far conoscere meglio l’espressione di fede degli africani che, non è identica a quella che si vive altrove, ma è colma di ricchezze.
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