Un'immagine del Papa durante la tappa equatoguineana del suo viaggio apostolico in Africa Un'immagine del Papa durante la tappa equatoguineana del suo viaggio apostolico in Africa

Il "pellegrino di pace" torna a Roma, l'arrivederci di Leone ai popoli dell'Africa

Il Papa conclude oggi il suo lungo viaggio apostolico durante il quale ha visitato Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale. Undici giorni, undici città, circa venti voli in aereo ed elicottero, in grandi città o piccoli centri feriti da povertà e violenze. Ed una folla multicolore che lo ha seguito e accompagnato in ogni tappa e in ogni evento, mostrando affetto e riconoscenza

Salvatore Cernuzio - Inviato a Malabo

“La pioggia è una benedizione di Dio”, diceva ieri pomeriggio, quando si è abbatutto un acquazzone tropicale nella prigione di Bata. E allora Dio l’ha benedetto fino alla fine questo viaggio in Africa di Leone XIV che si conclude oggi, 23 aprile, dopo undici giorni che hanno visto il Papa visitare l’Algeria, il Camerun, l’Angola e la Guinea Equatoriale. A Malabo, la Messa dentro lo Stadio dinanzi a 30 mila fedeli, riuniti dall’alba nonostante il diluvio che ha lasciato poi il posto a un cielo plumbeo e minaccioso. È stato questo l’atto finale di una visita che già si annovera nella storia come la più lunga e intensa del primo anno di pontificato di Robert Francis Prevost.

Papa Leone celebra la Messa nello stadio di Malabo
Papa Leone celebra la Messa nello stadio di Malabo   (@Vatican Media)

Undici città in undici giorni

L’ultimo gesto, dalla scaletta dell’Airbus di ItaAirways, del Pontefice è stato una benedizione a mani giunte e un saluto a braccia aperte. Braccia aperte come quelle con cui il Continente ha atteso e accolto il Papa, "pellegrino di pace, speranza, riconciliazione" in mezzo a grandi metropoli e piccoli centri, bagnati di petrolio, depredati nelle loro risorse, sfigurati dalla povertà endemica o da guerre intestine, ricolmi tuttavia di quella joie de vivre, joy of life, alegría de vivir, che solo questi popoli hanno la capacità di rappresentare plasticamente. Canti, danze, salti, bandiere, striscioni, cappelli, ombrelli: tanti se ne sono visti in queste undici giornate in quattro nazioni, undici città, raggiunte attraverso diciotto voli in aereo ed elicottero, percorrendo oltre 18 mila chilometri. I fotogrammi del viaggio rimangono impressi nella mente e nelle gallery degli smartphone, così come le parole, le indicazioni, gli appelli del Pontefice alla pace, alla fratellanza, alla giustizia - quella "vera" - e l'etica del potere, all'equa distribuzione delle risorse, allo sviluppo integrale e il protagonismo dei giovani, ai diritti umani e la difesa della dignità dei poveri e delle donne. Spunti e spinte per il Continente africano camminare a testa alta verso quel futuro di cui i suoi popoli hanno “fame”.

L'accoglienza allo  stadio per il Pontefice
L'accoglienza allo stadio per il Pontefice   (@Vatican Media)

L'ultimo tassello di un grande mosaico

L’ultimo bagno di folla il Papa lo ha assaporato nello Stadio di Malabo, con la celebrazione della Messa che è stata un ulteriore tassello al grande mosaico costruito lungo il viaggio apostolico. E a questa ultima distesa umana di fedeli nel centro del campo sportivo, con i piedi nudi dentro al fango e il sudore sulla fronte, il Pontefice ha guardato con occhi che tradivano visibile commozione. Sia durante il giro in papamobile, sia quando ha raggiunto il palco maestosamente allestito per la celebrazione: una tenda bianca, la moquette rossa, i fiori gialli, un tavolato di legno dietro le spalle con i rilievi dei baobab e altri alberi tipici della vegetazione guineana, il Crocifisso e ai lati le scritte incise in varie lingue: “Beati gli operatori di pace. Beati gli artigiani di pace. Beati coloro che lavorano per la pace”. A vegliare su tutti, intronizzata sul palco, la statua di una Madonna dalle fattezze indigene: la Nuestra Señora de Bisila, Vergine risalente ai secoli in cui in territorio africano non erano neppure arrivati i missionari cristiani, che salvò un intero popolo dall’epidemia di peste che uccideva soprattutto bambini. Inizialmente venerata come figura mitologica della tradizione locale, fu poi riconosciuta dalla Chiesa cattolica e proclamata patrona della isola di Bioko, dove sorge Malabo. A Lei rende omaggio il Papa, con qualche istante di preghiera silenziosa, al termine della liturgia animata dalle letture in spagnolo, da canti in bubi, da preghiere dei fedeli in diversi idiomi tra cui l’annobonese, il francese, l’inglese, il portoghese. Protagonista il coro, composto in gran parte da donne con tuniche e veli bianchi e mantelline gialle, e il gruppo di cantores indigeni coi corpi seminudi, dipinti e tatuati, coperti dai gonnellini di rafia.

Una delle giovani cantores
Una delle giovani cantores   (@Vatican Media)

"Ciao Leone!"

Si sono uniti tutti - dal palco agli spalti, fino al centro del prato melmoso – in un unico grande applauso collettivo e conclusivo al termine della Messa, quando il Papa ha dato la sua benedizione. Gridavano in coro, sovrastati dalla musica diffusa dagli altoparlanti. Frasi incomprensibili, ma in fondo il messaggio è solo uno: ciao Leone, l’Africa “t’aime”, “loves you”, “te gusta”, “te quiere”. Un addio, per ora, ma - per un Papa che, come ha detto sul volo d'andata, aveva espresso subito dopo l'elezione il desiderio di recarsi in Africa come primo viaggio internazionale - probabilmente un arrivederci.

In  abiti tradizionali davanti al Papa
In abiti tradizionali davanti al Papa   (@Vatican Media)

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23 aprile 2026, 13:00