Il Papa in Camerun, Sant’Egidio: “Lo aspettavamo da tanto"
Francesca Sabatinelli – Inviata a Yaoundé
Diventare protagonisti del futuro ed essere la buona notizia per il Camerun. È il mandato affidato dal Papa ai giovani durante la messa a Douala, venerdì 17 aprile, quando li ha invitati a seguire l’esempio del Beato Floribert Bwana Chui, giovane martire della Comunità di Sant’Egidio a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, funzionario doganale rapito e ucciso nel 2007, a 26 anni, perché non voluto cedere alla corruzione. Un incitamento, quello del Papa, che ha dato molta gioia alla Comunità del Camerun “perché da tempo – spiega Placide Essomba, responsabile di Sant’Egidio nel Paese – seguivamo l’esempio di Floribert. Qui i giovani si trovano spesso a un bivio, senza sapere quale strada imboccare. La figura di Floribert ci aiuta a guidarli verso la via della pace, combattendo soprattutto la corruzione, che tende ad essere un problema diffuso trai giovani, che rischia di portarli in prigione”. Floribert, dunque, esempio non solo per il Camerun, ma per l’Africa tutta, per i giovani e per gli adulti, “perché la corruzione colpisce tutti”.
Il sostegno ai vulnerabili
La Comunità di Sant’Egidio è attiva in Camerun in diverse aree del Paese, con base principale nella capitale Yaoundé con la priorità, sempre, di servire i poveri, che nel Paese africano include gli anziani, i rifugiati, i detenuti, i bambini, questi ultimi attraverso le ‘scuole della pace’, per i giovani che non hanno la possibilità di andare a scuola. “È lo stesso servizio che offriamo agli anziani nei quartieri più poveri della città, coloro che in Camerun, spesso, sono oggetto di pregiudizio, che in alcuni casi vengono addirittura accusati di stregoneria, o che vengono escludi dalla società perché malati. Noi con la nostra vicinanza ci impegniamo a restituire loro la dignità, li visitiamo a casa, nei loro quartieri, parliamo con loro. Siamo loro amici, e quando hanno piccoli problemi di salute, li aiutiamo nelle cure, così come per mangiare e per vestirsi”.
L’aiuto ai detenuti
Stesso impegno la comunità riserva a chi si trova in carcere, come quello di Douala e di Maroua, nel Nord del Paese. “Visitiamo i condannati a morte, la cosa più importante è sostenerli dal punto di vista sanitario. Incontriamo i detenuti incatenati, a volte feriti, e a volte facciamo venire degli infermieri per curarli. Per tutti gli altri, che non rischiano la pena di morte, avviamo procedimenti legali per accelerare il loro rilascio. Capita che ci si accorga che talvolta i casi non progrediscono, e che vengono solo rimandati, noi ci impegniamo affinché i detenuti possano trovare la libertà che è fondamentale”.
Il Papa ha portato a questo popolo un messaggio di pace e di speranza, di conforto per tutta la Comunità di Sant’Egidio che cerca di guidare e aiutare le componenti più vulnerabili del Paese a trovare un futuro migliore: “La sua visita è stata importantissima e noi la aspettavamo da tempo”.
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