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Camerun, il presidente dei vescovi: dal Papa un "catechismo per la pace"

L’arcivescovo di Bamenda Andrew Nkea Fuanya, presidente della Conferenza episcopale del Paese africano, descrive la gioia per la visita di Leone XIV e traccia l’impegno della Chiesa per il futuro. “Il Santo Padre è venuto, adesso dipende da noi”

Francesca Sabatinelli – inviata a Yaoundé

Adesso dipende dal Camerun e dal suo popolo, che dovrà riflettere sui messaggi che il Papa gli ha consegnato e capire come mettere in atto ciò che ha detto. Monsignor Andrew Nkea Fuanya, presidente della Conferenza episcopale del Camerun e arcivescovo di Bamenda, che ha accompagnato Leone XIV in tutte le tappe della sua visita nel Paese della Africa centrale, parla di una opportunità meravigliosa, che ha reso felice tutto il popolo, fatta di messaggi forti che ora i camerunensi dovranno trasformare in fatti, in speranza per il futuro, in una pace duratura e stabile.

Eccellenza, che bilancio fa di questi giorni vissuti con Leone XIV?

Veramente il mio cuore è pieno di gioia per la visita del Santo Padre. In Camerun abbiamo vissuto momenti molto difficili. Prima di tutto, otto anni di crisi nella zona anglofona, poi anche i problemi post-elettorali, lo scorso ottobre, quando si sono svolte le presidenziali, e abbiamo avuto tanti problemi dopo il voto. Ma Il Papa è venuto come la pioggia per calmare le cose, per dare la speranza a tutti i camerunensi. Lui ha portato, soprattutto a Bamenda, un messaggio per la pace, ha parlato a tutta la popolazione, ed è stato veramente un messaggio che il popolo ha accolto con gioia. Poi è andato a Douala e ha parlato ai giovani. Qui il 60% della popolazione è sotto i 30 anni, è la maggioranza. Ma in tanti non hanno lavoro, non guardano al futuro con speranza. Il messaggio del Papa ha dato un incoraggiamento ai giovani e la speranza che il domani sarà meglio di ieri. E siamo stati molto contenti di questo messaggio diretto ai ragazzi. A Yaoundé, invece, ha parlato a tutte le autorità, civili e della società tradizionale, ha parlato dell'unità, ha chiesto di rispettarsi gli uni con gli altri, ha chiesto di amare. Se ci amiamo l’un l’altro la società vivrà meglio. È stata veramente una grande benedizione quella che lui ha portato in Camerun.

Il Papa ha usato parole anche molto forti nei suoi discorsi, ha toccato argomenti delicati, come quello della corruzione. Che tipo di impatto, secondo lei, queste parole hanno avuto sulla società?

Cominciamo con Bamenda perché ha sofferto molto e cominciamo anche con Bamenda anche perché io vengo da lì. Basti pensare una cosa, che ancor prima che il Papa parlasse, ancora prima che arrivasse, per la prima volta i separatisti e il governo hanno parlato con lo stesso linguaggio, hanno detto la stessa cosa. E' la prima volta in 10 anni che mandano lo stesso messaggio alla popolazione. Prima se il governo diceva "sì", da parte dei separatisti erano un "no", e viceversa. Questa è la prima volta in dieci anni che separatisti e governo hanno parlato la stessa lingua e questo per confermare che c’eravamo tutti ad accogliere il Papa, tutti pronti ad aprire i cuori per ascoltare e accettare il suo messaggio. Questo è già un miracolo, che ha avuto un grande impatto.

Noi come Chiesa abbiamo riflettuto sul come non far cadere questo messaggio del Papa. Abbiamo già pensato a un "Catechismo per la pace di Leone XIV", ora dobbiamo lavorare su questo messaggio e capire come fare per implementare quello che ha detto il Santo Padre. Lui è appena partito, noi dobbiamo cominciare subito a ragionare su come mettere in atto le sue parole, la sua partenza segna l’inizio del nostro lavoro.

Il secondo aspetto importante è stato il suo messaggio verso le autorità. La corruzione è come un tumore qui in Africa e il Papa ha avuto il coraggio di denunciare la corruzione davanti a tutto il mondo. Io spero che valga la pena, che ascoltando il suo messaggio anche solo una persona possa cambiare il cuore. Non è possibile che nella folla di 1.500 persone nessuno cambierà. Non è possibile. Se una persona sola cambia il cuore, vuole dire che il messaggio ha avuto un impatto sulla comunità.

Lei ha parlato ora di quello che la Chiesa deve cominciare a fare subito per far camminare il messaggio del Papa. Però cosa temete, quali sono gli ostacoli che potrebbero fermare il vostro lavoro?

L’egoismo. L’egoismo, sia da parte del governo che dei separatisti. Posso dire senza paura che ci sono persone che non vogliono la pace, che non vogliono la fine di questa crisi, perché approfittano di questa difficoltà. Questo è il grande ostacolo. Noi possiamo fare tante cose per portare la pace, ma ci sono persone che non la vogliono perché hanno interessi personali. Coloro che non vogliono neanche il dialogo perché approfittano della situazione. Noi conosciamo già questi ostacoli, dobbiamo vedere come fare per andare ad isolarli, però ce ne sono tanti. Ciò che abbiamo davanti a noi è egoismo, interessi personali, coloro che non vogliono ci sia il dialogo o che finisca la crisi, perché loro ci mangiano sopra.

La gioia che noi abbiamo in cuore è molto grande. Il Santo Padre è venuto, adesso dipende da noi. Lui ci ha promesso di continuare a pregare per noi e noi anche pregheremo per lui.

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19 aprile 2026, 09:00