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Il popolo provato di Bamenda che fa festa per Leone

Canti e danze, musica dal ritmo travolgente, applausi fragorosi ad esprimere la gioia per l'arrivo del Papa in questa zona del nord-ovest del Camerun, ferita da tensioni e violenze

Salvatore Cernuzio - Inviato a Bamenda

La solennità in Africa non è fatta di pomposi riti liturgici, di preziosi paramenti, di incenso e ministri all’altare. La solennità in Africa sono le signore con pochi denti e un sorriso largo, le parrucche sul capo e addosso i grand bouboue o le tuniche con disegni tribali e il volto del Papa, che cantano “Holy Father” o che danno aria alle vuvuzela (indelebile ricordo dei Mondiali del 2010). Sono gli uomini che, madidi di sudore, picchiano ininterrottamente sul balafon - una sorta di xilofono di legno - per tenere il ritmo ai compagni che accennano passi di danza. Sono i fiori di diverso colore, sono i drappi un po’ decadenti su scalinate e colonne, sono le gigantografie più giganti possibili del volto di Gesù e del Papa, sono i cartelloni che invocano una pace duratura per questa terra lasciata un po’ ai margini e, certamente, ignorata dalle cronache internazionali. E allora è stato, in questo senso, solenne l’Inconto per la Pace che Leone XIV ha presieduto questa mattina nella Cattedrale di San Giuseppe, nella zona di Big Mankon a Bamenda, ribattezzata dal Papa "the city upon a hill", "la città sul monte, splendida agli occhi di tutti".

Folla fuori dalla Cattedrale di San Giuseppe a Bamenda
Folla fuori dalla Cattedrale di San Giuseppe a Bamenda   (@Vatican Media)

"Messaggero di pace"

Il Pontefice – partito in mattinata con un aereo da Yaoundé (circa 50 minuti il volo) - ha voluto inserire nel ricco programma del viaggio africano anche la tappa nella capitale di questa regione del Nord-Ovest del Camerun, principale centro urbano e culturale dell’area anglofona, segnata da sangue e violenze. La cosiddetta “Guerra di Ambazonia”, una storia complicatissima che affonda le sue radici nel colonialismo e tira pure in mezzo questioni di separatismo e federalismo. A vedere questa gente cantare e danzare, sorridere e saltellare, sembra tuttavia che gli unici problemi nella vita siano il caldo atroce, la terra scarlatta che entra in occhi e narici, le zanzare così robuste da riprodurre lo stesso rumore dei droni. Invece la guerra c’è, come pure c’è la precarietà, l’aridità, la povertà visibile nei negozi e nelle case, molte delle quali nient’altro che ossature di mattoni rossi. Oggi, però, c’è anche il Papa, "messaggero di pace", come recitano i cartelloni sparsi lungo i viali polverosi della città. La gente è convinta che possa dare davvero impulso a questo processo. Già la tregua di tre giorni annunciata dai gruppi separatisti è parsa ad alcuni come un segno di Dio, nonostante la città resti sotto massima sorveglianza.

Il lascito del Papa

Un boato ha accolto l’ingresso del Papa nella cattedrale, sovrastata da una vetrata con i volti di San Paolo VI e San Giovanni Paolo II. In generale tutto l’evento è stato caratterizzato da una certa “rumorosità” tra il riverbero di gridate e applausi della gente rimasta all’esterno a seguire l’incontro dai maxi schermi e le accese reazioni di questa variopinta platea, divisi per gruppi, riconoscibili da ciò che portavano sulla testa: un fazzoletto, uno zulu ricamato, un tagelmust o un copricapo con piume o addirittura fili essiccati ricavati dalla coda di un elefante, come nel caso dei Fon, i “re” dei villaggi di Bamenda. Applausi fragorosi hanno scandito le diverse testimonianze prima del discorso del Papa, manifestazioni di commozione e anche qualche risata, come per la battuta sulla poligamia da parte del capo tradizionale supremo di Mankon, Fon Angwafor III. In silenzio tutti hanno ascoltato il Papa leggere in inglese il suo discorso, durante il quale più volte il Pontefice ha alzato il tono della voce per evidenziare la parola "pace" e i moniti contro "chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso". Grida di stupore hanno invece accompagnato il volo di una colomba bianca che il Papa, fuori sul sagrato di San Giuseppe, ha spinto verso il cielo. Un gesto simbolico per invocare la pace che si spera possa diventare un’azione concreta.

Donne esultano all'arrivo di Papa Leone XIV
Donne esultano all'arrivo di Papa Leone XIV   (@Vatican Media)

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16 aprile 2026, 13:30