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Ponte Mammolo, l’attesa del Papa in una parrocchia multietnica e vicina ai poveri

Vigilia dell’arrivo di Leone XIV nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù, dove domani, 15 marzo, si conclude il ciclo delle cinque visite parrocchiali in avvicinamento alla Pasqua. Poco distante dal carcere di Rebibbia, la comunità esprime tutta la propria creatività pastorale che spazia dal sostegno ai senza fissa dimora alla scuola di italiano per stranieri, dalle case famiglia per donne vittime di violenza all’oratorio. Il parroco: proviamo a essere Chiesa in uscita

Antonella Palermo - Roma

Fermata metropolitana Rebibbia. A poche centinaia di metri c’è la Casa circondariale omonima. Percorrendo un vialetto che attraversa una piccola zona verde si arriva alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo, nella periferia nord-est della capitale, sulla via Tiburtina. Il quartiere, prevalentemente operaio e multietnico, risente molto di una precarietà che ha origine nel forte disagio abitativo e in vere e proprie forme di sfruttamento degli stranieri. Qui, dove la comunità ecclesiale si pone come spazio di integrazione e creatività pastorale, il Papa domani pomeriggio, 15 marzo, concluderà le visite domenicali che lo hanno portato finora, in questo tempo di avvicinamento alla Pasqua, in quattro realtà parrocchiali romane.

Essere preti di periferia

Il richiamo della strada come area di spaccio e furto facile è molto forte per tanti giovani. A confermarlo l’unico prete italiano che collabora in questa chiesa, don Domenico Romeo, una vita a servire nelle periferie di Roma, da Casal Bruciato a Tor Vergata al Tufello: “Essere preti in queste zone vuol dire andare a raccogliere gli ultimi, quelli con grande difficoltà, cercando di aiutarli a camminare da soli, fare in modo che ritrovino una dignità perduta. Qui ci sono diverse storie di disagio, dove spesso manca la presenza dei genitori e se c’è non è ben guidata, quindi anche i genitori hanno bisogno di una mano”. Lui si definisce “una chiusura lampo tra la scuola e il quartiere”. Insegna infatti Religione in due istituti e avverte tutta la responsabilità di questo ruolo. “Cerchi di aiutare i ragazzi a vivere la parrocchia affinché la strada non diventi per loro una cattiva maestra. Purtroppo è capitato con alcuni, la strada spesso è la via più breve per fare soldi”.

La parrocchia, uno spazio di amicizia
La parrocchia, uno spazio di amicizia

Aiutarli e basta non è sufficiente, a lungo andare diventa sterile, ammette don Domenico. Bisogna ascoltare la gente, i giovani. Lui il dialogo cerca sempre di mantenerlo attivo, soprattutto tra chi è di religione musulmana e chi è cristiano: “C’è molto rispetto. Ci si sofferma sulle domande comuni a tutte le fedi: perché sono nato, da dove vengo e dove devo andare. Non è facile, ma ci sono anche tantissime soddisfazioni. Gli stessi ragazzi a cui insegno sono quelli che incontro nel quartiere, a cui si apre l’oratorio, perché lo si apre anche per chi è di diverse religioni. Aiuta a comprendere, una volta che saranno grandi, che il vero linguaggio è l’amore”.

Quarant’anni fa la visita di Giovanni Paolo II

Quarant’anni fa venne in visita qui Giovanni Paolo II. All’epoca il quartiere era meno popolato, forse meno problematico, dice qualcuno. Sull’uscio della canonica una graziosa signora novantenne, Bianca Mastino, con l’energia di una ragazzina. Oltre trent’anni spesi qui come volontaria: “Ne sono fiera. Io voglio continuare a lavorare perché il Signore mi ha aiutato tanto nella mia vita”. Ne ha fatte tante: dall’assistenza agli ammalati alla mensa Caritas. La voce si rompe al ricordo di tre persone a cui è stata vicina fino a quando sono morte: “Sentivo che era quello che il Signore mi chiedeva di fare. E l’ho fatto volentieri”. Adesso si adopera a preparare il pane per la vigilia dell’arrivo del Papa: “Mi piace tanto Leone, mi piace ascoltarlo perché già con la sua voce ti attira. Poi quello che dice è vicino alla gente. È il settimo Papa che vedrò, è un’emozione che non glielo so spiegare”.

I poveri, primi a pagare lo scotto delle guerre

“Non ci sarà modo di dirgli tante cose ma ci basta sapere che è Cristo insieme a noi, per noi la cosa primaria è questa. Per noi il Papa è Gesù che viene in mezzo ai poveri”. Domenico Colloraffi, coordinatore della Caritas parrocchiale, dice che sì, i poveri qui sono tanti, stranieri, persone che hanno perso il lavoro, che bussano per chiedere un aiuto economico, alimentare. “Ci aiuta una farmacia, una pizzeria. In base alle loro esigenze cerchiamo di dare sostegno, paghiamo le bollette, li accompagniamo, se hanno bisogno del Caf…”. “Quando escono con i vestiti abbinati sono veramente dei signorini”, ammette Massimo Di Folco, coordinatore del servizio docce organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio; indica il locale dove si distribuiscono gli abiti usati per gli indigenti e gli spogliatoi dove oltre un centinaio di senza fissa dimora, due volte al mese, possono lavarsi. In 26 anni sono passate di qua circa 32 mila persone. Non solo utenti, ci tiene a precisare, perché questo è un luogo per parlare, per condividere un problema, di salute, legale. “Qui si chiacchiera, ci si incontra. Si gioca a pallone, a basket. È un posto tranquillo, non si sta fuori con la minaccia di qualcuno che magari vuole farti del male. Si acquisisce quella serenità, quella quotidianità che spesso si è persa”. Considerato il tempo di guerra attuale, aggiunge, la visita del Papa è un dono ulteriore: a pagare lo scotto delle guerre sono infatti sempre i più poveri, e lo pagano più pesantemente.

Istantanee di vita parrocchiale
Istantanee di vita parrocchiale

Il vicino carcere

C’è chi la pena la sta pagando nel vicino carcere. La parrocchia non può non tener conto di questo luogo di reclusione che insiste nel territorio: due anni fa per Pasqua la comunità si è impegnata per regalare una colomba artigianale a ciascun detenuto, racconta il parroco don Franz Refalo. Lo scorso Avvento, invece, ha acquistato la pasta prodotta nell’istituto minorile di Casal Del Marmo che poi è stata venduta ai parrocchiani, i quali a loro volta l’hanno regalata ai più bisognosi. Ma il progetto a lungo termine che più sta a cuore al sacerdote, di origine maltese, riguarda la possibilità di mettere su dei monolocali per aiutare, in modo transitorio, i ristretti che beneficiano di permessi. C’è collaborazione, sottolinea don Franz, con la Casa circondariale: alcuni operatori sono infatti catechisti: “E questo è bello; la nostra, in fondo, è una comunità operaia ma molto sensibile alle necessità degli altri e capace di organizzarsi con una vicinanza concreta, vera. Questo aiuta a realizzare la vocazione di una Chiesa in uscita, che non è ripiegata su se stessa”.

Percorsi di liberazione

Anni fa c’era una donna arrivata dall'Europa dell’Est che diceva di non avere più motivo per vivere. Era costretta a prostituirsi. Ci fu una suora che riuscì ad accoglierla in casa. Quella donna si è laureata, oggi conduce un Caf, grazie all’aiuto delle Serve di Maria Riparatrice e delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù, impegnate in parrocchia per sostenere le vittime di violenza. A raccontare, commossa, quello che da 25 anni è un vero e proprio percorso di liberazione, è suor Lucia Buraro. Di Giubileo in Giubileo, mamme in difficoltà, donne incastrate in abusi domestici o nella trappola delle dipendenze riacquistano in due case famiglia un senso dello stare al mondo, un’autostima, una dignità. Nel Lazio, una rete di 35 strutture del genere incoraggia questo operato per una promozione umana a tutto tondo.

Il volontariato in parrocchia
Il volontariato in parrocchia

La scuola di italiano, per ritrovare fiducia e inclusione

È al pomeriggio che gli spazi parrocchiali si animano, soprattutto arriva chi usufruisce, in questi locali, di lezioni di italiano offerte dai volontari. A coordinare la scuola, che fa parte della Rete Scuole Migranti e che conta oltre ottanta iscritti, è Francesco Serra che spiega quanto imparare la lingua sia fondamentale per gli stranieri “perché aiuta a essere coscienti dei propri diritti e li induce a provare anche ad esercitarli”. Per tanti immigrati lasciare le proprie terre è stato traumatico: qui si instaura un rapporto di stima, di fiducia. Anni addietro le provenienze erano per di più dall’est Europa; oggi la maggior parte sono asiatici, soprattutto bengalesi, e peruviani. Proprio una coppia del Perù con tre figli, di cui uno adolescente che si sta preparando per ricevere il Battesimo nella notte di Pasqua, è stata scelta per l’offertorio alla Messa di domani pomeriggio con il Papa. Con loro ci sarà anche una famiglia filippina, esemplare per la costanza con cui da anni partecipa all’Eucarestia mattutina quotidiana. “Molte donne hanno vissuto a Roma tanto tempo senza purtroppo quasi mai avere una interazione con il mondo esterno alle loro dimore – precisa Serra -, adesso sono molto più aperte e noi contribuiamo a sensibilizzare per una sempre maggiore inclusione e autonomia”. Chissà che non sia proprio questa lingua basica, a tratti esitante e lacunosa, quella che farà breccia nel cuore del Papa: l’alfabeto di chi cerca un appiglio, un maestro di amore.

L'intervista di Marco Guerra al parroco, don Franz Refalo

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14 marzo 2026, 09:09