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Papa Leone XIV e un cavallo donato da un allevatore polacco (@Vatican Media). Papa Leone XIV e un cavallo donato da un allevatore polacco (@Vatican Media).

Dall’arca di Noè alla colomba: gli animali nelle riflessioni dei Papi

Nel giorno della festa di Sant’Antonio abate, protettore degli animali, riproponiamo alcune parole dei Pontefici su questi esseri viventi, molti dei quali popolano le pagine delle Sacre Scritture

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

La Chiesa ricorda oggi Sant’Antonio abate che è solitamente raffigurato con accanto un maiale e al collo una campanella. Tale rappresentazione iconografica è legata al fatto che l’antico Ordine ospedaliero degli “Antoniani” allevava maiali all'interno dei centri abitati. Il grasso di questi animali veniva usato per ungere gli ammalati colpiti da un morbo che in seguito verrà chiamato “fuoco di Sant’Antonio”. Nel giorno della sua festa liturgica si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici. 

L’alleanza di Dio con ogni essere vivente

Nella Bibbia è ricorrente il riferimento agli animali. Ripercorriamo alcune riflessioni dei Pontefici su questi esseri viventi cominciando da una parola che ne comprende molti: l’arca, che per l’Antico Testamento è il simbolo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Sul significato dell’arca si sofferma Papa Giovanni Paolo II, il 21 febbraio del 1988, durante la visita alla parrocchia romana di Santa Prisca.

Giovanni Paolo II, l'alleanza con tutti gli animali usciti dall’arca

“Ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente . . . uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca” (Gen 9, 9-10). In queste parole del Libro della Genesi sentiamo una chiara eco del primo capitolo dello stesso Libro, nel quale Dio sottomette al dominio dell’uomo tutto il creato. ...Dal Libro della Genesi si può dedurre che il diluvio biblico, che devastò la terra e tutto ciò che esisteva in essa, tranne gli esseri salvati nell’arca di Noè, fu il castigo per un altro diluvio, quello del peccato (cf. Gen 6)...

Gli animali e la morte

L’uomo si distingue dagli altri esseri viventi anche per la consapevolezza di fronte a questioni cruciali, come quelle sulla morte e sul senso della vita. È quanto sottolinea Papa Leone XIV all’udienza generale del 10 dicembre 2025.  

Leone XIV e il rapporto con la morte per gli animali

Che cosa è dunque la morte? È davvero l’ultima parola sulla nostra vita? Solo l’essere umano si pone questa domanda, perché lui solo sa di dover morire. Ma l’esserne consapevole non lo salva dalla morte, anzi, in un certo senso lo “appesantisce” rispetto a tutte le altre creature viventi. Gli animali soffrono, certamente, e si rendono conto che la morte è prossima, ma non sanno che la morte fa parte del loro destino. Non si interrogano sul senso, sul fine, sull’esito della vita. Nel constatare questo aspetto, si dovrebbe allora pensare che siamo creature paradossali, infelici, non solo perché moriamo, ma anche perché abbiamo la certezza che questo evento accadrà, sebbene ne ignoriamo il come e il quando.

Come pecore in mezzo ai lupi

 “Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi”. Su queste parole rivolte da Gesù agli apostoli è incentrata la catechesi di Papa Francesco all’udienza generale del 15 febbraio 2023.

Francesco: Gesù non ci chiede di saper affrontare i lupi

Gesù dice così: «Io vi mando come pecore in mezzo a lupi» (v. 16). Non ci chiede di saper affrontare i lupi, cioè di essere capaci di argomentare, controbattere e difenderci: no. Noi penseremmo così: diventiamo rilevanti, numerosi, prestigiosi e il mondo ci ascolterà e ci rispetterà e vinceremo i lupi: no, non è così. No, vi mando come pecore, come agnelli – questo è l’importante. Se tu non vuoi essere pecora, non ti difenderà il Signore dai lupi. Arrangiati come puoi. Ma se tu sei pecora, stai sicuro che il Signore ti difenderà dai lupi. Essere umili. Ci chiede di essere così, di essere miti e con la voglia di essere innocenti, essere disposti al sacrificio; questo infatti rappresenta l’agnello: mitezza, innocenza, dedizione, tenerezza. E Lui, il Pastore, riconoscerà i suoi agnelli e li proteggerà dai lupi. Invece, gli agnelli travestiti da lupi vengono smascherati e sbranati.

Un'immagine di Gesù buon pastore.
Un'immagine di Gesù buon pastore.

Un agnello condotto al macello

Essere umili come l’agnello. Papa Paolo VI durante la Via Crucis dal Colosseo al Palatino il 27 marzo del 1970 associa l’innocenza a questo animale.

Paolo VI: Gesù era l’agnello di Dio

Quando incontriamo un bambino che soffre, quando osserviamo qualcuno che alla sofferenza fisica o morale aggiunge lo strazio d’una domanda cieca, che sembra rimanere senza risposta: perché? perché questo disordine, perché questo inesplicabile oltraggio al diritto fondamentale dell’esistenza, vivere bene, quando senza apparente ragione infierisce l’esperienza del male? Mistero, sì, mistero è per noi il dolore innocente; ma l’incontro che facciamo di questo mistero nel divino Crocifisso, in Lui, il supremo, il vero innocente (Cfr. Luc. 23, 41) arresta almeno la bestemmia che verrebbe alle nostre labbra. Anche Gesù era innocente, era un agnello, era l’agnello di Dio, che umile, debole s’è lasciato condurre al macello.

Maria e la testa del serpente

Il serpente è il primo degli animali che viene nominato nel libro della Genesi ed è anche il simbolo del peccato. Papa Pio XII nel radiomessaggio all’Azione cattolica italiana, l’8 dicembre 1953, sottolinea che la Vergine Maria ha sconfitto una volta e per sempre l’antico tentatore, Satana.

Pio XII: Maria ha calpestato la testa del serpente

Già, dopo il misero caso di Adamo, il primo annunzio su Maria, secondo la interpretazione di non pochi Santi Padri e Dottori, ci parla di inimicizie fra Lei e il serpente nemico di Dio e dell'uomo. Come è per Lei essenziale di esser fedele a Dio, così di esser vincitrice del demonio. Senza nessuna macchia Maria ha calpestato la testa del serpente tentatore e corruttore. Quando si avvicina Maria, il demonio fugge; così come scompaiono le tenebre, quando spunta il sole. Dove è Maria, non è Satana; dove è il sole, non è il potere delle tenebre.

Un dettaglio del gruppo statuario del Laocoonte
Un dettaglio del gruppo statuario del Laocoonte   (© Musei Vaticani)

La colomba col ramo d’ulivo

La scena del diluvio e dell’arca è al centro dell’omelia pronunciata da Papa Benedetto XVI durante la Messa del crisma il primo aprile del 2010. Un animale, in particolare, è un simbolo di pace.

Benedetto XVI e la colomba, simbolo della pace

Attraverso la storia della colomba col ramo d’ulivo, che annunciava la fine del diluvio e così la nuova pace di Dio con il mondo degli uomini, non solo la colomba, ma anche il ramo d’ulivo e l’olio stesso sono diventati simbolo della pace. I cristiani dei primi secoli amavano ornare le tombe dei loro defunti con la corona della vittoria e il ramo d’ulivo, simbolo della pace. Sapevano che Cristo ha vinto la morte e che i loro defunti riposavano nella pace di Cristo. Si sapevano, essi stessi, attesi da Cristo, che aveva loro promesso la pace che il mondo non è in grado di dare. Si ricordavano che la prima parola del Risorto ai suoi era stata: “Pace a voi!”.

Una colomba, simbolo di pace.
Una colomba, simbolo di pace.

Nel suo ingresso nella Città Santa, pochi giorni prima della propria Pasqua, Gesù non cavalca un cavallo ma un umile asinello: come si legge nei Vangeli, "è il re della pace, è colui che viene a portare la pace". Questa scena evangelica si lega ad un’altra immagine: quella del Buon Pastore che si carica sulle spalle la pecorella smarrita. Anche se ci perdiamo, Gesu ci viene a cercare. E ci prende in braccio, come ha fatto con quella pecorella.

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17 gennaio 2026, 09:00