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Immagine di un centro di raccolta dati (Shutterstock) Immagine di un centro di raccolta dati (Shutterstock)

Dai papiri agli archivi digitali, storia dell'eccesso d'informazione

"Un saper leggero", il recente libro dello studioso catalano di storia dei media Xavier Nueno, analizza il fenomeno dell'iperproduzione di dati e dell'angoscia dell'archiviazione dai tempi remoti al giorno d'oggi

di Giovanni Cerro

Lo scrittore e saggista francese Pascal Quignard immaginava un paradosso: "Così, quando si sarà dato fuoco a tutti i libri di questo mondo, la biblioteca sarà più presente che mai. In un certo senso, sono i libri che vengono scritti a impedire che la biblioteca si espanda alle dimensioni del mondo". In questo apparente controsenso – la biblioteca che si fa più viva quanto più brucia – è inscritto il tema del recente libro di Xavier Nueno, Un saper leggero. Breve storia dell’eccesso di informazione (Einaudi, 2026, traduzione di Monica Rita Bedana, postfazione di Philippe Roger).

Il mito della biblioteca

Studioso catalano di storia dei media, Nueno ricostruisce la parabola culturale del fenomeno dell’eccesso di informazione servendosi proprio del grande mito della biblioteca, di cui si sono occupati, tra gli altri, Umberto Eco e Luciano Canfora. La sua tesi è che la nostra angoscia di essere sopraffatti dai dati – che oggi imputiamo all’uso delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale – non sia affatto nuova, ma risalga addirittura all’invenzione della scrittura e torni a ripresentarsi in forme più acute ogni volta che una nuova tecnologia trasforma il modo di generare e diffondere i testi.

Il lato oscuro del sogno

Nueno ricorda che circa il 90 per cento dell’informazione umana è stata prodotta negli ultimi decenni, dopo l’avvento di internet. E aggiunge che la “nuvola”, il cloud in cui depositiamo queste informazioni, lungi dall’essere immateriale, è una colossale infrastruttura fisica costituita da data center con costi reali e gravosi per le comunità, non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale e ambientale. È questo il lato oscuro del sogno di “conservare tutto”: l’illusione di un archivio totale, che promette di strappare per sempre ogni cosa all’oblio.

Dallo scriba egizio in poi

Tuttavia, l’assillo per l’eccesso di dati ha radici remote. Già nel II millennio avanti Cristo uno scriba egizio, oppresso dai troppi papiri accumulati nella biblioteca del faraone, lamentava di non riuscire a trovare parole nuove per descrivere l’aurora e, soprattutto, per tessere le lodi del sovrano: "Se solo potessi pronunciare parole che nessuno conosce, in un nuovo linguaggio, libero da ripetizioni!". Lo stesso sgomento attraversa sia la tradizione biblica, sia la cultura letteraria latina e greca: l’Ecclesiaste ammonisce che "non si finisce mai di scrivere libri e il molto studio affatica il corpo" (12, 12), mentre Seneca si rivolge a Lucilio dicendo che la "moltitudine dei libri distrae l’animo". E nel De tranquillitate animi, di fronte all’incendio che ad Alessandria distrusse quarantamila volumi, lo stesso Seneca non ne piange la perdita: quella biblioteca, osserva, era stata allestita per ostentare il potere di chi la possedeva, non per accrescere la saggezza di chi avrebbe potuto leggere quei testi. Sulla stessa scia, nel II secolo Luciano di Samosata rivolge la sua satira tagliente contro i bibliomani ignoranti, capaci di ammassare libri su libri e di discettare per giornate intere della loro rilegatura o della calligrafia usata dai copisti, salvo non curarsi mai di leggerne il contenuto.

La vertigine dell'eccesso

La differenza con l’antichità, chiarisce Nueno, è dunque di scala, non di quantità: l’eccesso non dipende dal numero dei documenti esistenti, ma dallo scarto tra la massa dei testi disponibili e ciò che la mente umana è in grado di leggere e ricordare nell’arco di una vita. È una soglia che cambia al variare dell’epoca storica: se in passato la vertigine dell’eccesso riguardava soltanto una ristretta cerchia di eruditi, oggi interessa chiunque abbia in tasca uno smartphone.
All’inquietudine dell’eccesso si accompagna l’inquietudine opposta: la paura di perdere le informazioni. È proprio da questa paura che nasce l’ossessione di custodire e tramandare ogni traccia della conoscenza umana. Che quel timore non sia infondato lo dimostra la storia della trasmissione dei testi: degli autori latini ci è giunta forse una minima parte e a decretarne la perdita – nota Nueno – non sono stati né il fuoco né il fanatismo, ma l’indifferenza.

La cura appassionata

A contrastare quel disinteresse è la cura appassionata di chi ha a cuore quei testi: è proprio un simile attaccamento a strappare i classici alla dispersione ed è di questa cura che Petrarca è diventato l’emblema. Il padre dell’umanesimo arrivò persino a scrivere lettere agli autori antichi, da Cicerone a Virgilio a Omero, come se fossero ancora vivi, per riannodare con loro un legame di amicizia che il tempo aveva spezzato. Dell’Institutio oratoria di Quintiliano possedeva soltanto "sparse membra", un manoscritto mutilo e lacero, e attese invano che ne riaffiorasse la versione integrale: sarebbe riuscito a rintracciarla, nel 1416, Poggio Bracciolini, un autentico "cacciatore di libri", come lo ha definito Stephen Greenblatt. Segretario apostolico rimasto senza incarichi dopo la deposizione dell’antipapa Giovanni XXIII, Poggio sfruttò le lunghe pause del concilio di Costanza (1414-1418) per frugare nelle biblioteche dei monasteri vicini, dove da secoli giacevano dimenticati i codici degli antichi: fu proprio nell’abbazia di San Gallo che ritrovò il testo completo di Quintiliano, prima di riportare alla luce, nel 1417, il De rerum natura di Lucrezio. I contemporanei lo celebrarono come un salvatore, perché allora “scoprire” un libro significava anzitutto recuperarlo.

Dagli schedari a noi

Ritrovare i testi, però, era solo metà del compito: bisognava anche saperli padroneggiare. Già nell’antichità e all’inizio dell’età moderna leggere voleva dire anche 'estrarre': si trattava dell’ars excerpendi, la pratica di ritagliare da un testo le frasi degne di essere mandate a memoria per raccoglierle e ordinarle sotto i topoi, i 'luoghi comuni': le rubriche tematiche – quali l’amicizia, la morte, la virtù – che permettevano di ritrovarle all’occorrenza. Con l’introduzione della stampa, la mole dei testi crebbe a dismisura e da queste tecniche ebbe origine lo schedario vero e proprio, fatto di schede mobili riordinabili a piacere: un antenato diretto, nota Nueno, dei programmi informatici odierni. Fu in questo passaggio che il sapere divenne qualcosa di modulare, separabile dal contesto e ricombinabile all’infinito: nacque, cioè, quella che oggi chiamiamo informazione. Con essa iniziarono ad affiorare domande a noi familiari: chi custodisce gli archivi e con quali criteri il sapere viene ordinato, selezionato e reso accessibile?

L'enciclopedia come rimedio

Se fin qui a prevalere era stata la pulsione a conservare e accumulare, con l’Illuminismo emerse la spinta contraria, quella a ridurre, che divenne un vero e proprio programma. L’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert ebbe successo, sostiene Nueno, anche perché si presentava come rimedio all’eccesso, come una bussola per orientarsi tra i “troppi” libri in circolazione. Prendeva forma un nuovo ideale di sapere essenziale e maneggevole, in cui il lettore tratteneva le poche pagine valide e scartava il resto. Questo impulso a ridurre, però, poteva rovesciarsi in impulso a distruggere, come mostra il romanzo utopico L’An 2440 di Louis-Sébastien Mercier (1771). Nella Parigi del futuro i cittadini hanno bruciato volontariamente quasi tutti i libri del passato riducendo le immense sale della biblioteca reale a un piccolo gabinetto di pochi volumi: l’accumulo acritico dei testi era ormai considerato un ostacolo per il progresso della civiltà. Per Nueno la differenza rispetto al fanatismo consiste in questo: nel rogo utopico di cui parla Mercier si brucia per selezionare, non per annientare; si elimina il superfluo per salvaguardare l’essenziale, non per cancellare la conoscenza. Questa ambiguità, che porta il gesto di selezionare a tramutarsi in quello di distruggere, toccò il culmine durante la Rivoluzione francese, quando si diedero alle fiamme interi archivi e si arrivò a proporre di bruciare i libri dell’ancien régime: distruggere il passato veniva rivendicato come un atto di progresso, ma nasceva dalla preoccupazione che quel passato potesse soffocare il presente; così lo slancio verso il futuro e la paura della catastrofe finivano per coincidere.

Il libri di Montaigne

La via d’uscita che Nueno propone non pretende di vincere la sovrabbondanza delle informazioni, ma di insegnare a convivere con essa con misura. Contro la biblioteca universale dell’erudito, che ambisce a possedere tutto, e contro quella ristretta dello specialista, che si concentra su un unico campo di indagine, Nueno predilige la biblioteca dell’amateur, di chi cioè ama una materia senza pretendere di dominarla: aperta, disordinata, fatta di pochi libri cari e riletti, che non cerca di controllare l’eccesso ma di ridimensionarne l’importanza. Il maestro di questo modo di leggere è Montaigne: nello studio ricavato all’ultimo piano di una torre, con le sentenze dei suoi autori prediletti incise sulle travi del soffitto, il pensatore francese aveva radunato quasi mille volumi, ma sosteneva di leggere soltanto per diletto. "Se questo libro mi annoia, ne prendo un altro", confessa in uno dei suoi saggi. Per Montaigne la verità si raggiunge filtrando le letture attraverso il proprio giudizio e la propria esperienza: meglio una testa "ben fatta" che una testa "ben piena".

Leggere per sottrazione

In questa prospettiva, Nueno riprende dallo scrittore e psicoanalista francese Pierre Bayard l’idea di "de-lettura": ciò che conta non è tanto ricordare i libri quanto dimenticarli, perché di essi conserviamo solo frammenti plasmati dalla nostra immaginazione. La vera conoscenza non è sepolta nei testi, ma nasce nell’incontro tra il lettore e ciò che legge. Il volume si chiude nel segno di un paradosso: ogni libro è, in fondo, un modo per sfoltire una biblioteca, per "rendere inutili" tutte le opere che si sono dovute leggere per scriverlo; e la sola ragione valida per aggiungerne uno nuovo sta proprio nei troppi libri che già esistono. Più i libri si accumulano, osserva l’autore, più ha senso scriverne uno capace di ridurli. La via indicata da Nueno, di fronte agli archivi sterminati e alla promessa digitale di conservare tutto, non è né accumulare né distruggere, ma riscoprire quell’arte del "saper leggero" – leggere per sottrazione, dimenticare, alleggerire – che resta per lui l’unico modo per non lasciarsi seppellire dall’informazione.

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01 settembre 2026, 17:00