Nepal, l'area del disastro Nepal, l'area del disastro

Nepal, cresce il numero delle vittime. Oltre 20 mila bambini senza acqua potabile

A più di una settimana dal crollo del ghiacciaio ai piedi dell’Himalaya, il numero delle vittime accertate è salito a circa 1.300, più di 5.600 sono i dispersi. Restano ancora bloccati nei tunnel idroelettrici, 900 operai. Nel frattempo, si aggravano le condizioni igienico-sanitarie nei centri d’accoglienza, l’Unicef lancia l’allarme: decine di migliaia i minori che non hanno accesso alle risorse idriche

Federico Tonini – Città del Vaticano

“Dove posso trovare dell’acqua pulita da dare a mio figlio?”. È la domanda che tormenta migliaia di genitori, costretti a vivere, da più di una settimana, tra il fango e le macerie del bacino fluviale del Bhotekoshi-Trishuli, in Nepal. È drammatico l’allarme che giunge dall’Unicef: sono almeno 22mila i bambini rimasti senza acqua potabile e servizi igienici essenziali. Intanto, Il bilancio delle vittime si aggrava ulteriormente, è di circa a 1.300 il numero dei morti accertati, con 5.600 dispersi, comprese alcune persone nella zona del Tibet e i circa 600  turisti stranieri, che si trovavano nella regione per compiere il cammino spirituale sui monti sacri.

Nepal, il salvataggio di due superstiti
Nepal, il salvataggio di due superstiti   (ANSA)

Il rischio epidemie

Il sovraffollamento nelle case d’accoglienza, adibite a rifugi temporanei, e il danneggiamento delle reti idriche sta inoltre aumentando velocemente il rischio di malattie trasmesse dall’acqua contaminata, con il pericolo di conseguenti epidemie, per il momento ancora prevenibili. Si sono trasformate, dunque, in vere e proprie corse contro il tempo le varie operazioni di soccorso, che si stanno scontrando duramente contro la difficoltà di rimuovere tonnellate di fango. Anche l’esercito nepalese, assieme a esperti arrivati da India, Cina e Corea del Sud, è al lavoro costante per raggiungere circa 900 operai che, durante la piena, sono rimasti bloccati nei tunnel sotterranei delle centrali idroelettriche di Langtang, Chilime e Rasuwagadhi. Oggi, 4 settembre, due di loro sono stati estratti miracolosamente in vita, e le immagini dei militari che li trasportano in spalla hanno fatto il giro del Paese in pochi minuti. “Ci sono altre persone vive là dentro”, ha affermato con sicurezza uno dei sopravvissuti, prima di essere portato d’urgenza all’Ospedale di Katmandu. Finora solo un corpo è stato recuperato. Ciò nonostante, si spera ancora di trarre in salvo da quel singolo tunnel almeno altri 39 operai.

Le operazioni di soccorso
Le operazioni di soccorso   (AFP or licensors)

L’impegno delle Nazioni Unite

E mentre si affievoliscono le speranze di trovare ancora dei sopravvissuti nei villaggi devastati, centinaia di famiglie induiste hanno iniziato a celebrare funerali simbolici. I sacerdoti collocano sagome di paglia e accendono il fuoco, un rito officiato nella speranza di dare pace alle anime dei parenti dispersi. Gli elicotteri, nel frattempo, continuano a lanciare aiuti di prima necessità. L’Onu ha inviato kit igienici, flaconi per la depurazione e taniche pieghevoli da 10 litri a circa 19mila persone. Man mano che l’accesso all’acqua migliorerà verranno potenziati ulteriormente i trattamenti di depurazione e controllo della qualità.  

“Ripristinare l’accesso all’acqua potabile non è un lavoro che si fa in una settimana”, avverte Alice Akunga, rappresentante Unicef in Nepal, evidenziando la chiara necessità di dover ricostruire, in un breve futuro, le giuste infrastrutture per prevenire un prossimo disastro.



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04 settembre 2026, 12:41