Israele bombarda il sud del Libano, tra le vittime anche due neonati
Cecilia Seppia – Città del Vaticano
La fragile tregua in Libano è ormai nuovamente al collasso. Nelle prime ore di oggi, lunedì 7 settembre, una serie di violenti raid aerei condotti dalle Forze di difesa israeliane (Idf) ha devastato il villaggio di Kfar Remman situato nel distretto meridionale di Nabatiyeh già presa d'assalto nei giorni scorsi. Il bilancio provvisorio è drammatico: almeno 11 morti e 13 feriti, con un pesante coinvolgimento di civili e personale medico sanitario. Due i neonati ai quali, in questo ennesimo bombardamento, è stata strappata la vita.
La dinamica degli attacchi
Secondo quanto riferito dal Ministero della Salute libanese e dall'agenzia statale Nna, l'aviazione israeliana ha preso di mira il cuore del centro abitato con due attacchi distinti. Il primo ha completamente distrutto una palazzina residenziale di tre piani. Sotto le macerie dell'edificio, che ospitava intere famiglie, potrebbero esserci altre persone che mancano all'appello e i soccorritori stanno cercando di scavare. I feriti all'interno della struttura sono almeno 13, inclusi bambini e donne. Poco dopo, un secondo raid condotto tramite un drone ha centrato in pieno un'autovettura in transito verso l villaggio. L'impatto ha ucciso due paramedici dell'Associazione scoutistica islamica Risala, organizzazione di soccorso affiliata al partito sciita Amal, e provocato il ferimento di altri due operatori. L'offensiva dell'Idf non si è fermata a Kfar Remman: bombardamenti a tappeto hanno colpito anche le vicine località di Arab Salim, Nabatieh al-Fawqa e Deir al-Zahrani, dove un immobile è stato rasato al suolo subito dopo un ordine di evacuazione immediata lanciato dall'esercito israeliano.
La reazione della popolazione
"Vivevamo in costante ansia per i bombardamenti alla periferia, ma ora hanno colpito il cuore della nostra città e non abbiamo potuto fare niente", ha dichiarato Fouad Chakaron, residente a Kfar Remman, davanti ai resti della palazzina. La rabbia locale è rivolta anche contro l'accordo quadro siglato lo scorso giugno tra Libano e Israele. Il sindaco del villaggio, Abdullah Farhat, ha parlato apertamente di "un massacro nel pieno senso della parola", denunciando che i leader politici "hanno firmato intese diplomatiche, ma il prezzo di sangue lo stiamo pagando noi sul campo, non solo oggi, ma ogni giorno".
Il contesto strategico e il collasso della tregua
L'azione militare israeliana giunge pochi giorni dopo la dichiarazione dell'Idf di aver assunto il "controllo operativo" della collina strategica di Ali Taher. Si tratta di un'altura cruciale che domina l'intera area e le principali vie d'accesso alla città di Nabatiyeh. I comandi israeliani hanno giustificato la nuova ondata di raid definendola una rappresaglia necessaria a seguito del lancio di due droni d'attacco da parte dei militanti di Hezbollah contro le truppe di Tel Aviv posizionate nella zona di sicurezza. Secondo quanto riferito dalle Idf in una nota, il drone era stato abbattuto dai militari della Brigata che operano nella zona e non aveva provocato feriti. "Si è trattato di una palese violazione del cessate il fuoco da parte dell'organizzazione terroristica Hezbollah", si legge nel testo, da qui, appunto, il massacro odierno. Di fatto, l'accordo mediato dagli Stati Uniti per il progressivo ritiro israeliano in cambio del disarmo di Hezbollah a nord del fiume Litani è lettera morta: Hezbollah rifiuta di cedere le armi e Israele pone il disarmo totale dell'intero Paese come condizione vincolante per fermare i bombardamenti.
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