Gaza, cinque palestinesi uccisi nei raid. Blitz israeliano a Gerusalemme Est
Francesco Citterich – Città del Vaticano
Dalla Striscia di Gaza a Gerusalemme Est, la tregua resta un filo sempre più sottile. Se nella Striscia la violenza torna a colpire anche i civili, con cinque palestinesi uccisi in raid israeliani, tra cui due bambini, nella parte orientale di Gerusalemme la pressione si manifesta attraverso incursioni militari, arresti, chiusure e coprifuoco. Due scenari diversi, ma legati da una stessa escalation che continua a investire i territori palestinesi nonostante il cessate-il-fuoco a Gaza.
Piccole vittime
A Gaza City, un drone ha colpito un veicolo uccidendo Youssef Aqila e la figlia Wafaa, di sette anni, che secondo il ministero dell'Istruzione palestinese stava tornando a casa dopo essere uscita con il padre per acquistare il materiale didattico in vista dell'inizio dell'anno scolastico. Un altro bambino, di sette anni, è stato ucciso quando l'artiglieria israeliana ha colpito un'aula che ospitava palestinesi sfollati a Deir al-Balah, nel centro della Striscia.
Gli attacchi si inseriscono in un quadro nel quale il cessate-il-fuoco in vigore dall'ottobre 2025 non ha significato la fine delle operazioni militari israeliane. Il bilancio delle vittime palestinesi continua infatti a crescere anche dopo la tregua: secondo le autorità sanitarie di Gaza, nelle ultime 24 ore considerate nel loro rapporto sono stati uccisi sette palestinesi e altri 30 sono rimasti feriti. Israele sostiene che le proprie operazioni siano rivolte contro Hamas e contro minacce alla sicurezza. Ma per la popolazione della Striscia la distinzione tra operazioni contro combattenti e conseguenze sui civili resta drammatica, in un territorio già devastato dalla guerra e nel quale milioni di persone continuano a vivere tra macerie, sfollamento e una gravissima crisi umanitaria.
Gerusalemme e Cisgiordania
E mentre a Gaza sono i raid a scandire la giornata, a Gerusalemme Est il segnale della pressione arriva dalle strade. All'alba, secondo quanto riferito dall'agenzia palestinese Wafa, le forze israeliane sono entrate ad Anata e nel vicino campo profughi di Shuafat, a nord-est della città, con mezzi militari e bulldozer. Le truppe avrebbero chiuso gli ingressi alle due aree, impedendo ai residenti di entrare e uscire, e annunciato il coprifuoco attraverso altoparlanti. Durante l'operazione, sempre secondo Wafa, i militari hanno perquisito abitazioni e negozi e arrestato diversi palestinesi, tra cui almeno una donna. Le forze israeliane avrebbero inoltre danneggiato o distrutto le principali condutture idriche di Anata, privando la zona di un'infrastruttura essenziale. Il governatorato di Gerusalemme ha definito quella che considera un'operazione israeliana una «aggressione militare sistematica», mettendola in relazione con l'incursione su larga scala condotta il mese scorso nel campo profughi di Qalandia, a nord di Gerusalemme.Il campo di Shuafat e Anata si trovano in una delle aree più sensibili della Gerusalemme palestinese. Le operazioni militari, le chiusure degli accessi e le restrizioni alla circolazione hanno un effetto che va oltre la durata dell'incursione: significano interrompere gli spostamenti quotidiani, l'accesso al lavoro e ai servizi, e aggravare una situazione già segnata da forti tensioni. È qui che i due episodi si incontrano. A Gaza, il volto della guerra è quello dei bombardamenti e delle vittime, compresi i bambini. A Gerusalemme Est, è quello dei soldati nelle strade, delle case perquisite, degli arresti, dei varchi chiusi e del coprifuoco. Non è la stessa forma di violenza, ma è la stessa geografia del conflitto.
La tensione, del resto, non si limita a Gaza e Gerusalemme. Anche in Cisgiordania gli ultimi giorni sono stati segnati da nuovi episodi di violenza. Lunedì due palestinesi sono stati uccisi in circostanze diverse mentre cresce la violenza dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi. Secondo l’agenzia Reuters, l'aumento degli attacchi dei coloni si accompagna all'espansione degli avamposti israeliani e a una crescente pressione sulle comunità palestinesi.
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