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Un momento dell'incontro sul "Cantico dei Cantici" Un momento dell'incontro sul "Cantico dei Cantici"

De Mendonça: il Cantico dei Cantici risveglia l'amore

Un dialogo tra due poeti, il cardinale José Tolentino de Mendonça e Davide Brullo, il 24 agosto al Meeting di Rimini, ha fatto conoscere e ha approfondito il testo biblico nei suoi significati più profondi. Letture a cura dell’attore Giampiero Bartolini, moderazione di Annalisa Teggi

Eugenio Murrali – inviato a Rimini

Ascoltare e rileggere il Cantico dei Cantici è già una prima risposta all’invito di Papa Leone XIV. Come ha ricordato il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, richiamando il discorso del Pontefice ai partecipanti al Meeting di Rimini: “Papa Leone vi ha detto che al centro della proposta cristiana c’è la responsabilità di svegliare in ciascuno il desiderio. Noi siamo qui a parlare del Cantico dei Cantici per svegliare il desiderio di essere amati e di amare”. È fondamentale, allora, tornare a questo grande testo biblico, difficile, in un tempo in cui, come dice il titolo della sociologa Eva Illouz, si parla della “fine dell’amore”. Citando il celebre poema di W.H. Auden, de Mendonça ha affermato che come cristiani abbiamo la “responsabilità di dire la verità sull’amore”.

Il “rischio” di amare

La forza del Cantico dei Cantici è nella sua capacità di toccare in profondità, con nuda verità il cuore umano. “Come ricorda Papa Leone in Magnifica Humanitas – ha osservato il cardinale –, noi siamo in un momento nuovo della storia, perché per la prima volta le macchine imitano l’uomo nel discorso dell’amore. Le macchine non sentono l’empatia, l’affetto, l’amicizia, l’amore, ma sono capaci di simulare”.  E ha proseguito: “Nelle loro solitudini tanti credono che sia più facile rimanere sequestrati dalle macchine, che provare, rischiare, rapporti autentici d’amore”. Di qui il bisogno di "risvegliare il desiderio di essere amati e di amare".

Il cardinale José Tolentino de Mendonça e il poeta Davide Brullo
Il cardinale José Tolentino de Mendonça e il poeta Davide Brullo

Una nudità che brucia

Per il poeta Davide Brullo “la Bibbia e il Cantico in particolare sono il nostro testo, sono il nostro abito, che però non ci riveste, ma ci denuda”. Questa nudità, osserva, “ovviamente brucia”. Il poeta si interroga, si domanda se questo Cantico non sia altro che pura bellezza, inspiegabile, che chiede al poeta, a Dante stesso, ad esempio, di mettersi alla ricerca di parole nuove per dire l’indicibile, di forzare il verbo “come se fossi un ladro che enrtra dalla finestra”. Ecco che il Cantico diventa per Brullo “un inseguimento, una razzia, una grande caccia, oppure, una sequela”.

L’altissima dignità dell’essere umano

Il cardinale de Mendonça ha sottolineato come spesso il Cantico sia sembrato sorprendente per gli interpreti, un libro nel quale “la parola Dio è balbettata soltanto una volta”, un libro che parla della bellezza fisica, nel dettaglio, anche sensoriale, un libro, infine, che non appare in continuità con la poesia biblica e il suo lessico. E ha ripercorso alcune tra le molte ipotesi sulla sua genesi, da quella egiziana, a quella mesopotamica, a quella di canto dei matrimoni in area palestinese. Ha ricordato che l’enigma resta, ma che non bisogna mai dimenticare, interpretando questo testo, il suo contesto, il fatto che sia inserito nella rivelazione biblica. Ecco che allora se ne comprende il significato profondo: il Cantico ci insegna l’altissima dignità dell’essere umano.

L'incontro "Il Cantico dei Cantici"

La reciprocità

“Quando leggiamo il Cantico dei Cantici – approfondisce il cardinale – è impossibile non piangere di fronte a questo miracolo di bellezza, di verità che è l’essere umano”. Dalle sue parole apprendiamo inoltre la reciprocità dell’amore tra l’uomo e la donna, anche in un tempo in cui non c’era un rapporto sociale simmetrico tra i due sessi. Il Cantico dei Cantici va contemplato come “un’icona di amore”.

L’intimità

Con il Cantico si impara anche il senso profondo dell’intimità, quel che appartiene solo all’amato e all’amata, ma allo stesso tempo quell’amore è “cosmico”, ha una risonanza che lo trasforma in un cantico delle creature. L’amore è una nuova creazione, una nuova generazione.
Il cantico di amore, spiega de Mendonça, fa dell’uomo e della donna dei principi, ma allo stesso tempo ne fa dei mendicanti che cercano, che si cercano, nella loro insufficienza radicale: l’amore come ferita, ricerca, ascolto, solitudine condivisa, come preghiera.

Un inno della vulnerabilità

Il Cantico è libro sensuale e divino allo stesso tempo. La ragione è, per il cardinale, nel fatto che “niente è così disarmato e disarmante come l’amore, nella sua verità. È l’accettazione dell’incompiutezza, della vulnerabilità. È capire che la vita si costruisce nell’ospitalità dell’altro o non si costruisce”. Questa povertà estrema, accettata come la più alta gioia “ci aiuta a capire Dio, perché come dice San Paolo, Gesù essendo ricco si è fatto povero per riempire ognuno di noi della propria ricchezza.

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24 agosto 2026, 18:30