La mostra al Meeting di Rimini riscopre Léon Harmel, industriale

Nel Padiglione della Compagnia delle Opere al Meeting di Rimini, una mostra riscopre la figura dell'industriale francese che nella seconda metà dell’Ottocento fece della dottrina sociale cristiana un criterio concreto di gestione dell’impresa. Dalla partecipazione degli operai alle forme di welfare, un’esperienza che contribuì alla riflessione sociale del tempo di Leone XIII e conserva una sorprendente attualità

di Silvia Guidi

“Se i cattolici industriali di allora invece o oltre che regalare i campanili o le panche alle chiese avessero preso sul serio l’enciclica, può darsi che il rapporto tra la Chiesa e la mentalità comune sarebbe stato profondamente diverso“. Don Luigi Giussani sta parlando della Rerum Novarum durante un corso alla Cattolica di Milano, e non può fare a meno di citare anche Léon Harmel, l’imprenditore francese vissuto a cavallo fra Otto e Novecento che fece della dottrina sociale della Chiesa la sua regola di vita e la bussola da seguire nella gestione della sua azienda. Un uomo di cui oggi pochi conoscono la storia, anche se la sua amicizia con Papa Leone XIII fu determinante per la nascita dell’enciclica più famosa di Papa Pecci, la Rerum Novarum, appunto. Il desiderio di tornare ad attingere dalla sua esperienza e dai suoi insegnamenti ha fatto nascere la mostra “Léon Harmel: la profezia di una impresa” allestita nel Meeting per l’amicizia fra i popoli in corso a Rimini, all’interno del Padiglione della Compagnia delle Opere. E una serie di incontri, dibattiti, seminari.

Un’utopia realizzata

Vivere il lavoro come vocazione, come responsabilità, non è impossibile. Harmel ne era talmente convinto da realizzarlo. Non in un contesto protetto, nel progetto pilota di una moderna piattaforma di economia circolare, ma nell’occhio del ciclone della “tempesta perfetta” della prima rivoluzione industriale, nella seconda metà dell’Ottocento.
Quel mondo cupo, inquinato e annerito dai fumi delle ciminiere che racconta Charles Dickens nei suoi romanzi, dove erano ampiamente diffusi sfruttamento del lavoro (anche minorile) senza limiti, tutela della salute totalmente assente o gravemente insufficiente, povertà endemica.
All’imprenditore di origine belga, naturalizzato francese, nato nel 1829 e morto durante il primo conflitto mondiale è dedicato uno dei due percorsi espositivi — l’altro è la mostra dedicata ad Agostino di Ippona "Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova" — visitati da Papa Leone XIV, sabato scorso, accompagnato da uno dei curatori, Ubaldo Casotto. Nella seconda metà dell’Ottocento e fino alla prima decade del secolo breve, il lanificio Harmel a Val-de-Bois, nella Marna, fu la prova che la possibilità di bene, in un’impresa, non è un’utopia.

Il lanificio Harmel a Val-de-Bois.
Il lanificio Harmel a Val-de-Bois.

Il lavoro non è una merce

“Il lavoro dell’uomo — scriveva Harmel, che nei suoi testi non faceva mistero di ispirarsi alla dottrina sociale della Chiesa e di seguire ciò che la sua esperienza di fede gli indicava come giusto — non è una merce ma un atto umano. Si offenderebbero la legge morale e l’equità se il salario arrivasse al punto di non assicurare più il pane quotidiano”.
Le leggi del mercato devono essere studiate attentamente per far funzionare un'attività commerciale, ma non devono mai diventare un idolo a cui sacrifica qualsiasi cosa. Come la salute e il benessere di altri esseri umani, troppo spesso schiacciati — allora come adesso — sotto il peso di una miseria che blocca il fiorire della vita. Una schiavitù invisibile, ma non meno violenta di quella che prevede catene e fruste.
“La legge di Dio obbliga — ripeteva Harmel, denunciando la piaga della povertà dilagante tra i lavoratori nella sua epoca — a fare di più di quanto esige la regola della domanda e dell’offerta”. Non solo parole; dichiarazioni di intenti seguite da — molti e sorprendentemente “moderni” — fatti. Nella sua impresa introdusse i consigli di fabbrica per favorire la partecipazione degli operai alla gestione, benefit aziendali ante litteram, welfare, diremmo adesso, come assegni familiari, congedo di maternità e cassa mutua per l’assistenza. Rese obbligatorio il riposo festivo e abolì il lavoro notturno, oltre a ridurre l’orario di lavoro senza ridurre la retribuzione.

Ascolta le parole di Andrea Dallabianca, il presidente della Compagnia delle Opere.

Non un pensatore, ma un “realizzatore”

“Il nome di Léon Harmel — scrive Rosanna Marsala in uno dei suoi saggi sull’azienda “a gestione cristiana” di Val-de-Bois — si può certamente associare alla vicenda storica del cattolicesimo sociale francese dell’Ottocento. Imprenditore e riformatore sociale, Harmel ebbe un ruolo determinante nell’apertura della Chiesa alle problematiche della società moderna. Non fu un teorico in senso stretto, né un pensatore politico, bensì un realizzatore. Eppure la sua figura e la sua opera meritano una specifica attenzione. Sia perché rappresentativo, sul piano della sua stessa biografia personale, di un’epoca di grande transizione intellettuale e sociale, sia perché fu il primo a realizzare nella sua fabbrica laniera la corporazione cristiana”.
Sorretto, in ogni sua scelta, sottolinea la studiosa “da una sostanziale fiducia nella sua gente, Harmel crede che la ricostruzione di una nuova solidarietà di vita può venire solo dal basso; per questo si rivolge direttamente agli operai e al popolo. Fu sempre convinto della necessità di un forte movimento operaio cristiano che acquistasse influsso sulla legislazione e sull’amministrazione, che costruisse dal basso in alto una vita solidale sulla base professionale e che non avesse semplicemente di mira gli interessi economici, ma si proponesse di raggiungere l’autonomia della classe operaia, ricostruita con le sue stesse forze”. Un’ idea, continua Marsala, “perseguita per tutta la vita”.

La stanchezza? Si può ignorare

Generoso con gli altri, esigente con sé stesso; la tabella di marcia delle riunioni quotidiane, come documentano le testimonianze dei suoi collaboratori, procedeva sempre a ritmo serrato. La stanchezza può essere tranquillamente ignorata, se ne vale la pena, scrive nelle sue note personali; si può benissimo vivere facendo finta che non ci sia. Harmel ha continuato ad affrontare una quantità di lavoro impressionante anche nei momenti più duri della sua vita; anche quando, rimasto, vedovo, si troverà a crescere da solo otto figli. “Caro santo Padre — scrive a Pio IX — essere del proprio tempo, comprendere il proprio tempo, vivere con il proprio tempo ci è sempre sembrato indispensabile mezzo per poter lavorare efficacemente a renderlo migliore”. I legami con il successore, Papa Pecci, saranno ancora più stretti. “Il pensiero di Leone XIII sulla situazione del lavoro — scrive Lorwerth Prothero — è stato o influenzato dalla fabbrica e dagli scritti di Léon Harmel”.

Ventimila operai in pellegrinaggio a Roma

Il Papa, affermò il cardinale Benoît-Marie Langénieux dopo l’uscita della lettera enciclica più nota di Papa Pecci “ci ha permesso di dichiarare solennemente che l’enciclica era il ringraziamento per i pellegrinaggi degli operai francesi”.
Nel 1891, al pellegrinaggio di ringraziamento a Roma per la Rerum novarum si iscrissero in ventimila. In quell’occasione il Papa commentò: “Harmel, voi siete uno di quelli che mi procura più consolazione”. E ancora: “Quest’uomo mi ha procurato i migliori giorni del mio pontificato. Se tutte le fabbriche fossero come la sua, come tutto andrebbe bene!”.

Léon Harmel.
Léon Harmel.

Una visita storica che interpella e richiama alla responsabilità

“Aver potuto accogliere Sua Santità nell’area CdO e averlo accompagnato nella visita della mostra dedicata all’imprenditore Léon Harmel è un grande dono per la nostra Compagnia. È un avvenimento che segna il nostro anniversario per i primi quarant’anni di vita — ha detto il presidente della Compagnia delle Opere Andrea Dellabianca a seguito della visita di Leone XIV al Meeting di Rimini, sabato scorso, ringraziando il Papa “per le parole di sapienza dottrinale che ci regala attraverso il suo Magistero. In particolare — continua Dellabianca — attraverso la lettera enciclica Magnifica Humanitas. Facciamo nostro l’invito di Sua Santità: “Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni”. Ogni giorno con il nostro impegno di donne e uomini cercheremo di accendere e promuovere i sogni e le visioni di quanti lavorano con noi perché come diceva Léon Harmel “quello che è buono per un operaio è buono per un’impresa”. Questo vuole essere il nostro contributo per generare una società sempre più animata dall’amore, dalla pace e dalla fraternità”.
 

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24 agosto 2026, 18:12