Nei villaggi affacciati sul Golfo di Huon, nelle vicinanze della città di Lae, il secondo centro urbano della Papua Nuova Guinea, cresce la preoccupazione Nei villaggi affacciati sul Golfo di Huon, nelle vicinanze della città di Lae, il secondo centro urbano della Papua Nuova Guinea, cresce la preoccupazione  (AFP or licensors)

Papua Nuova Guinea, dove la corsa all'oro minaccia il mare

Il caso Wafi-Golpu va ben oltre i confini della Papua Nuova Guinea. È il simbolo di una sfida globale destinata a intensificarsi nei prossimi anni: conciliare la crescente domanda di oro, rame e minerali strategici con la salvaguardia degli ecosistemi e dei diritti delle popolazioni che li abitano

Francesco Citterich - Città del Vaticano

Nelle profondità della remota provincia di Morobe, nel nord est della Papua Nuova Guinea, un territorio caratterizzato da fitte foreste pluviali, corsi d'acqua incontaminati e una biodiversità tra le più ricche del Pacifico, sta prendendo forma uno dei più controversi progetti minerari del pianeta. A guidarlo sono due giganti dell'estrazione mondiale: la statunitense Newmont, il maggiore produttore di oro al mondo, e la sudafricana Harmony Gold, unite nella joint venture Wafi-Golpu Project per lo sfruttamento di uno dei più ricchi giacimenti di oro e rame conosciuti.

L'industria mineraria contro la tutela della natura

Il progetto promette miliardi di dollari di investimenti e rilevanti effetti finanziari per il Paese dell’Oceania. Ma dietro le prospettive di sviluppo si profila uno scontro destinato a segnare il futuro della Papua Nuova Guinea: quello tra l'industria mineraria e la tutela di uno degli ecosistemi marini più preziosi del Pacifico. Al centro della controversia c'è il destino degli enormi quantitativi di rifiuti prodotti dall'estrazione. Secondo un rapporto del Jubilee Australia Research Centre, organizzazione indipendente impegnata nella tutela dei diritti ambientali e delle comunità locali, non disponendo di un'area sulla terraferma ritenuta idonea per lo stoccaggio degli scarti minerari – costituiti da rocce frantumate e ai prodotti chimici utilizzati per separare oro e rame dal materiale grezzo – le società prevedono la costruzione di una condotta lunga circa 100 chilometri per trasportare i residui dell’attività estrattiva fino al mare aperto, dove verrebbero poi scaricati sui fondali oceanici. La tecnica prevista è nota come Deep Sea Tailings Placement (DSTP), ovvero lo smaltimento degli scarti minerari in acque profonde. Una praticarara che divide il mondo scientifico e che rimane estremamente poco diffusa: secondo il rapporto del Jubilee Australia Research Centre, è adottata in appena 15 miniere nel mondo, proprio a causa delle numerose incertezze sui suoi effetti a lungo termine.

Le cifre dell'impatto

Le cifre danno la misura dell'impatto. Gli autori dello studio stimano che i materiali destinati ai fondali abbiano un peso complessivo equivalente a 35 torri Eiffel. Non si tratta di semplici detriti rocciosi: i residui conterrebbero infatti quantità non completamente note di metalli pesanti e sostanze tossiche, tra cui arsenico, piombo, nichel, mercurio e zinco, sostanze che potrebbero disperdersi nell'ambiente marino, accumularsi nei sedimenti e risalire lungo la catena alimentare. Secondo il rapporto, uno degli aspetti più critici riguarda il coinvolgimento delle popolazioni locali. Le comunità costiere che vivono di pesca artigianale e dipendono quasi esclusivamente dalle risorse marine per alimentazione e reddito non avrebbero espresso un consenso libero, preventivo e informato, principio ormai riconosciuto a livello internazionale quando grandi opere incidono sui territori tradizionalmente abitati. Dal canto suo, la joint venture respinge ogni accusa. In una nota ufficiale, Wafi-Golpu Project sostiene che il ricorso allo scarico sottomarino rappresenti «la soluzione più sicura e la più ecologicamente e socialmente responsabile», frutto di anni di studi geologici, oceanografici e di valutazioni ambientali che, secondo l'azienda, dimostrerebbero la sicurezza del sistema.

Non si placano le proteste

Rassicurazioni che, da sole, non bastano però a placare le proteste. Nei villaggi affacciati sul Golfo di Huon, nelle vicinanze della città di Lae, il secondo centro urbano della Papua Nuova Guinea, cresce la preoccupazione. Pescatori, leader comunitari e organizzazioni religiose temono che milioni di tonnellate di residui possano alterare in modo irreversibile gli habitat marini, contaminare le popolazioni di pesci e mettere a rischio una biodiversità che rappresenta uno dei patrimoni naturali più importanti dell'intero Pacifico. Per molte famiglie il mare non è soltanto una risorsa economica: è il fondamento della sicurezza alimentare, della cultura e dell'identità delle comunità costiere. Un eventuale deterioramento dell'ecosistema significherebbe compromettere il futuro di migliaia di persone. Il caso Wafi-Golpu va ben oltre i confini della Papua Nuova Guinea. È il simbolo di una sfida globale destinata a intensificarsi nei prossimi anni: conciliare la crescente domanda di oro, rame e minerali strategici — indispensabili per la transizione energetica, l'elettrificazione e le nuove tecnologie — con la salvaguardia degli ecosistemi e dei diritti delle popolazioni che li abitano. Una domanda resta aperta: fino a che punto il prezzo dello sviluppo può essere pagato dagli oceani.

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16 agosto 2026, 09:27