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I disordini ad Haiti I disordini ad Haiti

Haiti nella la morsa delle gang: nessun luogo è più sicuro

La strage in una chiesa, con 47 morti, evidenzia l'espansione del potere dei criminali oltre Port-au-Prince

Francesco Citterich – Città del Vaticano

È stata una delle immagini più drammatiche della crisi che sta divorando Haiti: una chiesa trasformata in un luogo di morte, persone in fuga, case incendiate, famiglie costrette a nascondersi. A Kenscoff, sulle colline alle porte della capitale del Paese caraibico, i Port-au-Prince, un'incursione di uomini armati ha provocato almeno 47 morti e 22 feriti. Decine di persone sono state rapite. E tra le vittime, secondo fonti delle Nazioni Unite, ci sono anche bambini. La violenza è esplosa nella notte tra il 23 e il 24 agosto, quando una coalizione di gang ha attaccato la comunità di Kenscoff. Gli uomini armati hanno dato fuoco alle abitazioni e colpito i civili. Alcune delle persone che cercavano riparo nella chiesa sono state raggiunte e uccise. Secondo le ricostruzioni, 22 persone sono state assassinate all'interno del luogo di culto. Un rifugio che, in una situazione normale, avrebbe dovuto rappresentare protezione e sicurezza, è diventato invece uno dei luoghi della strage. Ed è proprio questo  l'aspetto più emblematico della tragedia: ad Haiti non esistono più luoghi davvero sicuri. Le gang non controllano soltanto interi quartieri della capitale. Si spingono nelle aree periferiche e nelle campagne, conquistano nuove strade, minacciano comunità che fino a poco tempo fa erano considerate relativamente tranquille. Kenscoff, con la sua posizione sulle alture e la vicinanza alla capitale, è diventata uno degli obiettivi della loro espansione. 


Il territorio trasformato in geografia di paura

La nuova strage arriva infatti dentro una crisi molto più ampia, che da anni sta mettendo in discussione la stessa capacità dello Stato haitiano di garantire sicurezza ai propri cittadini. Le organizzazioni criminali hanno trasformato il territorio in una geografia di paura, fatta di posti di blocco, rapimenti, estorsioni, omicidi e sfollamenti. Intere famiglie sono costrette a lasciare le proprie case e a spostarsi da una zona all'altra, spesso senza sapere dove potranno trovare protezione. Il numero degli sfollati interni ha superato 1,4 milioni di persone, secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni. È una cifra che fotografa meglio di qualsiasi altra la dimensione della crisi: più di un haitiano su dieci è stato costretto ad abbandonare la propria abitazione a causa della violenza e dell'instabilità.

Il rafforzamento delle gang criminali

E mentre la popolazione fugge, le gang continuano a rafforzare il proprio potere. Port-au-Prince è in larga parte sotto il loro controllo e la violenza si è progressivamente estesa oltre la capitale. Il risultato è un Paese nel quale la presenza dello Stato appare sempre più fragile e nel quale polizia e istituzioni faticano a proteggere le comunità aggredite. La strage di Kenscoff mostra proprio questo salto di qualità: la violenza non è più confinata ai quartieri più poveri e vulnerabili della capitale. Arriva nelle comunità periferiche, entra nelle case, colpisce i luoghi di culto e trasforma gli spazi destinati alla protezione in bersagli. Dopo l'attacco, la rabbia della popolazione è esplosa anche contro le autorità. Gli abitanti di Kenscoff hanno denunciato l'assenza di una protezione adeguata e chiesto un intervento immediato delle forze di sicurezza. Il sindaco Jean Massillon aveva già lanciato ripetuti allarmi sull'avanzata delle gang verso la zona. Ma le richieste di aiuto, secondo le testimonianze raccolte dopo la strage, non sono state sufficienti a impedire l'attacco.


I civili vittime della violenza

Le conseguenze delle ripetute violenze ad Haiti sono enormi. Nel primo semestre del 2026, migliaia di persone sono state uccise e altre migliaia ferite. Le Nazioni Unite hanno descritto la situazione come un'emergenza di sicurezza sempre più grave, mentre la violenza continua ad alimentare anche una crisi umanitaria fatta di fame, sfollamenti e difficoltà di accesso ai servizi essenziali. A pagare il prezzo più alto sono i civili. Donne, bambini e anziani si trovano intrappolati tra le gang e l'incapacità delle istituzioni di garantire sicurezza. I bambini, in particolare, sono esposti non soltanto agli attacchi e agli sfollamenti, ma anche al rischio di essere reclutati dai gruppi armati. La violenza diventa così un meccanismo che si autoalimenta: distrugge le famiglie, interrompe la scuola, cancella le opportunità e rende sempre più facile per le gang reclutare nuovi giovani.

La speranza del ritorno alla democrazia

La comunità internazionale cerca da tempo una risposta. Una forza multinazionale sostenuta dalle Nazioni Unite dovrebbe contribuire a rafforzare le forze di sicurezza haitiane e a contrastare le organizzazioni criminali. Ma il dispiegamento procede lentamente e le risorse rimangono insufficienti rispetto alla dimensione del problema. Intanto le gang continuano a occupare terreno. E la crisi ha ormai anche una dimensione politica. Haiti si prepara a elezioni attese da anni, ma l'insicurezza rende estremamente difficile immaginare un processo elettorale normale. Senza un livello minimo di sicurezza, senza la possibilità per i cittadini di muoversi liberamente e senza istituzioni capaci di controllare il territorio, anche il ritorno a una piena vita democratica resta appeso a un filo.

Nessuna sicurezza

La strage di Kenscoff diventa così qualcosa di più di un nuovo episodio della lunga sequenza di massacri che ha segnato Haiti. È il simbolo di uno Stato che rischia di perdere definitivamente il controllo di una parte crescente del proprio territorio e di una popolazione che non sa più dove cercare rifugio. Una chiesa, in questa tragedia, diventa l'immagine più potente. Un luogo nel quale cercare salvezza viene violato dalla violenza. Fuori, le case bruciano. Dentro, le persone vengono uccise. Intorno, decine di famiglie sono costrette a fuggire. È la fotografia di Haiti oggi: un Paese stretto nella morsa delle gang, con oltre un milione e mezzo di persone sfollate, istituzioni fragili e una popolazione che vive in una condizione permanente di paura. La strage di Kenscoff dimostra ancora una volta che, per molti haitiani, la domanda non è più soltanto come fermare la violenza. È dove trovare un posto in cui sentirsi al sicuro.

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30 agosto 2026, 12:30