Ercolano in mostra, dalla meraviglia al convivio
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
La prima sala si presenta come un insieme fitto ed eterogeneo: statue e busti, frammenti di pitture, piccoli bronzi, oggetti preziosi e d’uso quotidiano si affollano nei due armadi alle pareti, senza distinzioni di funzione o provenienza. È l’evocazione di una Wunderkammer, una camera delle meraviglie: quarantadue reperti provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano, molti raramente esposti. Una scelta volutamente antitetica al metodo archeologico, che sottrae inizialmente gli oggetti ai loro contesti e alle loro funzioni.
È da qui che comincia “Ercolano. L’arte di vivere”, nelle sale monumentali di Castel Sant’Angelo. Oltre settanta reperti per un progetto nato dalla collaborazione fra l’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma e il Parco archeologico di Ercolano, curato da Massimo Osanna, Federica Colaiacomo, Luca Mercuri e Francesco Sirano.
Lo stupore della scoperta
La scelta della Wunderkammer non è soltanto un espediente scenografico. Rimanda alla meraviglia suscitata dalla riscoperta della città. Era il 1710 quando furono intercettati casualmente i resti del teatro antico; nel 1738, per volontà di Carlo di Borbone, iniziarono le esplorazioni sistematiche, condotte attraverso pozzi e cunicoli nel banco vulcanico. Da quella città ancora sepolta affioravano marmi, statue, pitture, bronzi, suppellettili: un patrimonio inaspettato che destò enorme interesse in tutta Europa. La prima sala sembra recuperare qualcosa di quello stupore originario, riunendo frammenti di un mondo secondo una varietà volutamente estranea all’ordine classificatorio.
Al caos degli armadi delle meraviglie segue il caos della distruzione. Nella sala successiva irrompe il Vesuvio, responsabile della fine di Ercolano e, paradossalmente, della sua eccezionale conservazione. Alla ricostruzione immersiva dell’eruzione si affiancano le immagini che, soprattutto fra Sette e Ottocento, trasformarono il vulcano in uno dei grandi spettacoli del Grand Tour: le eruzioni notturne rese celebri da Pierre-Jacques Volaire, la tempera di Giacomo e Antonio Baseggio del 1784, la Burrasca al chiaro di luna nel Golfo di Napoli di Joseph Rebell del 1822. Il disastro antico diventa, secoli più tardi, spettacolo del sublime per viaggiatori e artisti europei.
Una città torna a vivere
Superata la catastrofe, accade però qualcosa di diverso: gli oggetti cominciano quasi a tornare al loro posto. La mostra abbandona la logica della meraviglia e ricompone attraverso le cose i gesti di ogni giorno. I depositi piroclastici del 79 d.C. hanno conservato non soltanto architetture, pitture e suppellettili, ma alimenti e materiali organici altrove scomparsi.
Così davanti alle pagnotte carbonizzate l’immagine dipinta del venditore di pane sembra perdere improvvisamente la distanza della rappresentazione. Quel pane esiste ancora. Accanto compaiono le teglie appartenenti a una serie di venticinque stampi rinvenuti nel forno di Sextus Patulcius Felix; poi mortai, pentole e casseruole, cereali e legumi. Non occorre soltanto immaginare che cosa si mangiasse: in alcuni casi ne abbiamo davanti i resti materiali.
Ed è proprio la compresenza di testimonianze diversissime a restituire consistenza alla città: ciò che decorava una casa insieme a ciò che serviva per cucinare, conservare, versare, mangiare. A questo racconto concorrono anche i grandi schermi: musiche, immagini, ricostruzioni e sequenze in movimento rendono visibili ambienti e gesti evocati dai reperti, traducendo visivamente le conoscenze accumulate dalla ricerca archeologica su Ercolano.
Il tempo della tavola
Il percorso procede dalla cucina al vino e quindi al convivio, spazio privilegiato di relazioni sociali, rituali e manifestazione dello status. Una meridiana in marmo ricorda la misura del tempo diurno, cadenzato dai tre momenti dell’alimentazione – ientaculum, prandium e cena – mentre vasellame e utensili in ceramica, vetro, bronzo e argento riportano alla tavola e ai suoi gesti. Il banchetto univa il piacere del cibo alla conversazione e alla musica, diventando anche strumento di autorappresentazione per chi lo offriva.
Ciò che resta
È qui che il titolo "L’arte di vivere" acquista concretezza. La sorprendente sopravvivenza delle cose dà infine misura di ciò che Ercolano ha conservato: un recipiente, un utensile, uova, legumi e pagnotte che portano ancora i segni impressi prima della cottura. L’eruzione che cancellò la città ha preservato tracce straordinarie della vita ordinaria.
Alla fine bisogna quasi cercarla: fra coppe, bicchieri e utensili disposti su un tavolino compare una minuscola figura di scheletro, uno degli oggetti meno vistosi e insieme più incisivi dell’intera mostra. È la larva convivialis, che durante il banchetto ricordava ai commensali la brevità dell’esistenza e, secondo una concezione legata all’orizzonte epicureo, invitava proprio per questo a godere del cibo, del vino e della compagnia. Duemila anni dopo è ancora lì.
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