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Nepal, le squadre di soccorso tra la macerie Nepal, le squadre di soccorso tra la macerie

L’alluvione in Nepal, sale drammaticamente il numero di morti e dispersi

Nelle aree devastate dall’acqua continua incessantemente il lavoro dei soccorritori che lottano contro frango e infrastrutture distrutte per raggiungere i villaggi isolati. I timori ora sono per lo sbarramento naturale che si è creato sul fiume Bhotekoshi che rischia di cedere

Francesco Citterich - Città del Vaticano

Il bilancio delle vittime dell’alluvione che ha colpito il Nepal e la regione himalayana del Tibet continua inesorabilmente a salire. Sono 633 i corpi recuperati finora, ma il numero cresce di ora in ora mentre, nelle aree devastate, il lavoro dei soccorritori non conosce sosta. Arrivare dove c’è ancora qualcuno da salvare è molto arduo, e sono tremila i dispersi. Strade cancellate, ponti distrutti, frane, e corsi d’acqua trasformati in torrenti impetuosi rendono ogni spostamento estremamente difficile. Le squadre di emergenza avanzano come possono, spesso in condizioni proibitive, cercando di raggiungere villaggi e abitazioni isolate. Dietro ogni porta potrebbe esserci qualcuno che aspetta ancora di essere portato in salvo, ma fango, detriti, infrastrutture distrutte e nuovi rischi idrogeologici rallentano ogni intervento.


Una nuova minaccia

E mentre si scava tra le macerie, si cercano i dispersi e si tenta di riaprire un varco attraverso un territorio devastato, il pericolo arriva ancora una volta dall’acqua. Sul fiume Bhotekoshi si è formato un nuovo lago: una massa d’acqua che, in una situazione già drammatica, rischia di trasformarsi in un’ulteriore minaccia. Il timore è che il livello continui a salire, esercitando una pressione sempre maggiore sulla barriera naturale che trattiene l’acqua. Un equilibrio fragile, che potrebbe spezzarsi rapidamente e alimenta la paura di un nuovo cedimento. È un’emergenza dentro l’emergenza. Da una parte i soccorritori continuano a cercare chi manca all’appello. Dall’altra devono monitorare un fenomeno che potrebbe aprire un nuovo fronte di pericolo. Le autorità devono tenere sotto controllo il livello dell’acqua, valutare la stabilità della barriera e prepararsi a intervenire nel caso in cui la situazione dovesse peggiorare. Ma operare in queste condizioni significa farlo in un territorio dove la stessa infrastruttura necessaria ai soccorsi è stata gravemente danneggiata. Il fango rende difficili gli spostamenti. Le frane interrompono i collegamenti. I ponti non sono più percorribili. E in alcuni punti è l’acqua stessa a impedire ai soccorritori di avanzare.

La tragedia dei dispersi

Intanto, nelle zone più colpite, la popolazione resta sospesa tra l’attesa e la paura. C’è chi aspetta notizie di un familiare. Chi cerca un riparo. Chi non sa se potrà tornare nella propria casa. E chi guarda il livello dell’acqua salire, consapevole che la minaccia potrebbe non essere ancora finita. Il dramma, dunque, non è soltanto quello delle vittime già accertate. È anche quello di chi è ancora disperso, di chi è isolato e di chi continua a vivere sotto la minaccia di nuove frane, nuove piene, nuovi cedimenti.

Adesso l’obiettivo è uno solo: guadagnare tempo, mettere in salvo quante più persone possibile e impedire che quella barriera naturale diventi l’origine di una seconda, drammatica ondata. Per chi è ancora intrappolato, ogni minuto può fare la differenza. Per chi sta soccorrendo, ogni metro conquistato è una battaglia. E per chi vive a valle, il livello dell’acqua resta un conto alla rovescia che nessuno può permettersi di ignorare.

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29 agosto 2026, 11:08