Le devastazioni causate dall'alluvione in Nepal e Tibet Le devastazioni causate dall'alluvione in Nepal e Tibet

L’Himalaya che cambia volto: la tragedia oltre il disastro

Dalla destabilizzazione dei ghiacciai alle alluvioni improvvise: così il cambiamento climatico può trasformare una calamità naturale in una catastrofe collettiva

Francesco Citterich – Città del Vaticano

Ci sono tragedie che si consumano in pochi minuti, ma che raccontano processi iniziati molto prima. Quella che ha nei giorni scorsi colpito il Nepal e la regione himalayana del Tibet appartiene a questa categoria. Una massa di ghiaccio e roccia si è staccata dalle alte quote, innescando una violentissima onda di piena che ha percorso il sistema del fiume Bhotekoshi e del Trishuli, trascinando con sé acqua, fango, massi e detriti. In poche ore, interi tratti di valle sono stati devastati, infrastrutture spazzate via e comunità isolate. Le vittime accertate sono al momento 734, ma ci sono oltre 3000 dispersi. Le verifiche sono ancora in corso e il già drammatico bilancio, inevitabilmente, è destinato ad aumentare a causa della evoluzione della situazione sul terreno.


La difficoltà nell'intervenire

Ma già oggi la domanda non è soltanto che cosa sia accaduto. È anche perché eventi di questo tipo stiano diventando una minaccia sempre più concreta per chi vive in montagna.  La prima risposta, naturalmente, è quella dell'emergenza. Cercare i dispersi, raggiungere le persone isolate, mettere in sicurezza le aree più esposte, ripristinare i collegamenti. Ma proprio la rapidità con cui questa catastrofe si è sviluppata mostra quanto sia difficile intervenire quando la montagna cambia improvvisamente volto. L'acqua è arrivata con una velocità impressionante: in alcuni punti del Bhotekoshi  i livelli del fiume sono cresciuti di diversi metri in appena mezz'ora. Strade, ponti e stazioni di monitoraggio sono stati danneggiati o distrutti, rendendo ancora più complicate le operazioni di soccorso.

Il pericolo ancora presente

C'è poi un secondo elemento che rende questa tragedia particolarmente inquietante. Il pericolo potrebbe non essere ancora finito. I detriti trasportati dalla piena possono aver ostruito temporaneamente il corso del fiume, formando una sorta di diga naturale. Se una massa d'acqua accumulata dietro questo sbarramento dovesse liberarsi improvvisamente, potrebbe prodursi una nuova ondata devastante verso valle. È il paradosso delle catastrofi in ambiente montano: il primo evento può generarne altri, trasformando un'emergenza in una sequenza di emergenze. Per questo le autorità e gli scienziati stanno monitorando con attenzione la situazione e valutando il rischio di ulteriori esondazioni.


Non una fatalità

Ma sarebbe un errore fermarsi alla cronaca dell'evento e considerarlo soltanto come una fatalità della natura. L'Himalaya è un ambiente estremo per definizione: montagne altissime, pendii ripidi, vallate strette, fiumi impetuosi e comunità che spesso vivono lungo gli stessi corridoi naturali attraverso cui si muovono acqua e detriti. In queste condizioni anche un fenomeno relativamente circoscritto in quota può trasformarsi rapidamente in un disastro a decine di chilometri di distanza. Gli studi condotti negli ultimi anni mostrano inoltre come gli eventi legati alla criosfera possano assumere una dinamica a cascata, nella quale il crollo di ghiaccio o roccia, lo svuotamento di un lago, una frana e una piena finiscono per alimentarsi reciprocamente. 
È qui che la crisi climatica entra nel racconto, ma con una necessaria cautela. Non basta attribuire automaticamente ogni singolo disastro al riscaldamento globale. Anche in questo caso gli scienziati stanno ancora cercando di stabilire con precisione la sequenza degli eventi e quale ruolo abbiano avuto temperature, fusione della neve, condizioni del ghiacciaio, caratteristiche del terreno e altri fattori. L'International Centre for Integrated Mountain Development ha sottolineato che è troppo presto per determinare quanto il cambiamento climatico abbia contribuito specificamente alla catastrofe. Ma lo stesso organismo avverte che il riscaldamento sta modificando rapidamente ghiacciai, neve, permafrost e versanti dell'Hindu Kush Himalaya, aumentando la complessità dei rischi. Il problema, dunque, non è soltanto che i ghiacciai si ritirano. È che il loro ritiro può modificare l'intero sistema montano. La formazione e l'espansione di laghi glaciali, la perdita di stabilità dei versanti, la degradazione del permafrost e la maggiore disponibilità stagionale di acqua possono creare condizioni nuove, difficili da prevedere sulla base dell'esperienza del passato. Nel 2024, per esempio, nella regione dell'Everest un fenomeno analogo aveva mostrato come una cascata di processi geologici e glaciali potesse trasformare un evento in quota in una devastante colata di acqua e detriti verso valle.

I collegamenti tra i fenomeni atmosferici

Questa è forse la lezione più importante che arriva oggi dal Nepal: non possiamo più pensare ai rischi naturali come fenomeni isolati. Un ghiacciaio, un fiume, una frana, un lago e una comunità non sono elementi separati, ma parti dello stesso sistema. Prevenire significa quindi osservare la montagna nel suo insieme, investire in reti di monitoraggio, sistemi di allerta precoce, protezione delle infrastrutture e piani di evacuazione. E significa farlo anche oltre i confini nazionali, perché l'acqua non si ferma davanti a una frontiera: l'evento che nasce sulle montagne può colpire in successione territori diversi e richiedere una risposta coordinata tra Nepal, Cina e gli altri Paesi dell'area.

Il cambiamento climatico, emergenza concreta

L'Himalaya è così diventato uno dei luoghi in cui gli effetti del riscaldamento globale possono tradursi con particolare rapidità in emergenze concrete. L'aumento delle temperature non significa soltanto avere meno ghiaccio nel lungo periodo: in determinate condizioni può anche significare avere ghiaccio più instabile e maggiore quantità d'acqua disponibile per alimentare eventi estremi. Quando queste dinamiche si combinano con valli strette, versanti ripidi e comunità concentrate lungo i fiumi, le conseguenze possono essere devastanti. Nel fango che ricopre oggi quelle valli c'è quindi qualcosa di più della conseguenza di un singolo collasso glaciale. C'è il segnale di un equilibrio naturale che sta cambiando. Stabilire con precisione quanto il riscaldamento globale abbia contribuito a questo specifico evento richiederà tempo e ulteriori studi. Ma il quadro generale è già chiaro: in un Himalaya sempre più caldo, i rischi legati alla destabilizzazione dei ghiacciai diventano una minaccia crescente per chi vive, lavora o viaggia alle loro pendici. E la catastrofe dei giorni scorsi potrebbe essere, ancora una volta, un drammatico monito sulla rapidità con cui la crisi climatica può trasformare un evento estremo in una tragedia umana. Un avvertimento che, in un mondo sempre più vulnerabile, non può più essere ignorato.

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30 agosto 2026, 11:30