In Zambia la lotta all'Hiv rischia di fermarsi dopo vent'anni di successi
Federico Piana - Città del Vaticano
Una visita prenatale di routine, poi la scoperta della sieropositività. E il mondo che crolla addosso ad una giovane donna zambiana che non sa se il bimbo che porta in grembo alla fine ce la farà. Ma la svolta è dietro l’angolo: l’accesso alla terapia antivirale, alle cure mediche regolari e al sostegno psicologico consentono una gravidanza tranquilla, senza scossoni. Il suo bambino nasce sano. E soprattutto sieronegativo.
Storie di successo
A decine di chilometri di distanza, nell’entroterra rurale dello Zambia, un ragazzo di una comunità sperduta non conosce quella giovane connazionale fortunata. Condivide con lei la disperazione per la stessa infezione da Hiv, diagnosticata con estremo ritardo perché, in quella parte del Paese africano, anche fare un semplice test può provocare discriminazione ed isolamento. Dopo aver iniziato la terapia antivirale ed aver ricevuto consulenza, sostegno morale e spirituale da un gruppo locale, la salute del ragazzo è migliorata. Ora è tornato a lavoro, continua a sostenere economicamente la sua famiglia e ha iniziato ad incoraggiare gli altri membri della sua comunità a sottoporsi ai test in fase precoce.
Grave pericolo
La giovane donna ed il ragazzo della comunità sperduta adesso corrono un grave pericolo: trasformarsi in sbiadite fotografie nell’album dei ricordi dello Zambia e non continuare a rappresentare il risultato di un impegno di successo contro l’Hiv che dura da anni. Sopratutto da quando, nel 2003, gli Usa avevano varato il “Piano di emergenza del Presidente degli Stati Uniti per la lotta contro l’Aids” (Pepfar) che in tutto il mondo ha contribuito a salvare 25 milioni di vite. Centinaia di miglia nello Zambia.
Rischio declino
Ma ora le cose rischiano di cambiare, in peggio. «All’inizio del 2025, il governo statunitense ha congelato e poi drasticamente ridotto parte dei propri aiuti esteri. Sebbene in seguito sia stato consentito di proseguire alcune terapie salvavita contro l’Hiv grazie a deroghe limitate, molti programmi di prevenzione, sensibilizzazione e di coinvolgimento delle comunità sono stati interrotti o ridimensionati. Ciò ha avuto ripercussioni sul nostro Paese, che dipende fortemente dai finanziamenti del Pepfar». Suor Astridah Chibale è coordinatrice del settore salute del Segretariato cattolico, organismo della Conferenza episcopale zambiana: sa di cosa parla. E ha il coraggio di farlo. Con in mano i più recenti dati di Unaids — il Programma congiunto delle Nazioni Unite sull'Hiv/Aids — e di altre organizzazioni internazionali, rivela al nostro giornale che il drastico assottigliamento dei finanziamenti finora ha colpito oltre 11.000 operatori sanitari; 32 centri di accoglienza e benessere al servizio delle popolazioni più vulnerabili sono stati chiusi; il programma Dreams, che forniva servizi e sostegno contro l’Hiv, è stato interrotto; i programmi rivolti alle ragazze adolescenti, alle giovani donne, alle lavoratrici del sesso e ad altre popolazioni più esposte sono stati notevolmente ridimensionati; i test per scoprire la malattia sono diminuiti del 21 per cento.
Diplomazie al lavoro
Anche se non si è arrivati ancora al collasso totale, la diplomazia zambiana sta mettendo in campo tutte le proprie risorse politiche per evitare che i risultati positivi ottenuti finora, come la consistente riduzione delle infezioni e della mortalità, possano essere archiviati. Se accadesse sarebbe un disastro per la nazione dell’Africa australe con una delle epidemie di Hiv/Aids più gravi di tutto il continente.Gli Stati Uniti e lo Zambia, entra nel dettaglio suor Chibale, stanno discutendo un nuovo accordo pluriennale di finanziamento sanitario che copra non solo l’Hiv ma anche la tubercolosi, la malaria e altri programmi sanitari. Ma i negoziati sono in fase di stallo. «I funzionari statunitensi affermano che i finanziamenti proseguono su base provvisoria in attesa della firma di un accordo formale, mentre il governo dello Zambia ha sollevato obiezioni su alcune disposizioni che, a suo avviso, legherebbero l’assistenza sanitaria a più ampi interessi strategici ed economici».
Risorse minerarie in cambio di aiuti
Recenti inchieste giornalistiche internazionali hanno portato alla luce documenti interni che proverebbero la volontà di legare lo sviluppo degli aiuti sanitari all’accesso incondizionato alle risorse minerarie nazionali. «Nel complesso, la risposta all’Hiv in Zambia non si è interrotta ma è sottoposta a una notevole pressione finanziaria. Le principali preoccupazioni immediate sono mantenere i programmi di prevenzione, non far migrare gli operatori sanitari qualificati e garantire che il trattamento a lungo termine per la numerosa popolazione che convive con l’Hiv non subisca interruzioni».
Continuare ad investire
Per il momento non ci sono dati evidenti che il taglio statunitense alle sovvenzioni economiche stia provocando un aumento della mortalità. «Tuttavia, esperti e ricercatori sono convinti che il numero dei decessi potrebbe salire nei prossimi anni se dovessero continuare le interruzioni delle cure e la riduzione dei servizi di prevenzione». La Chiesa locale, riconoscendo che l’Hiv/Aids rappresenta una grave crisi globale, chiede di continuare a investire nella prevenzione, nel trattamento e nella ricerca, di garantire un accesso a prezzi accessibili ai farmaci salvavita, di rafforzare la solidarietà internazionale affinché i progressi compiuti contro l’epidemia non vengano vanificati.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui.