Aftermath of earthquakes in Venezuela

Venezuela, aumentano i morti. La popolazione stremata non perde la speranza

Mentre le operazioni di soccorso continuano senza sosta, sale il bilancio ufficiale delle vittime: quasi 2.000 morti e 5.000 feriti. Ospedali al collasso e sfollati sempre più numerosi. Tra le macerie trovati vivi un bambino di due anni ed una ragazza di 23: ma per le squadre di ricerca è lotta contro il tempo

Federico Piana- Città del Vaticano

Klieber Moran era schiacciato da pesanti detriti quando una squadra di soccorso giordana l’ha individuato e tratto in salvo. Nel complesso residenziale Los Corales Garden 1 di La Guaira, l’area più colpita dal terremoto che ha messo in ginocchio il Venezuela, si è levato un applauso di gioia e liberazione. Dopo sei giorni sotto le macerie, quel bambino di 2 anni era ancora vivo, ferito ma vivo. Come viva era Andrea Canonico, una giovane venezuelana di 23 anni, che i soccorritori hanno tirato fuori da sotto le macerie di un palazzo di La Guaira, dopo 48 ore di ricerche e scavi infiniti. Storie a lieto fine che danno speranza ad una popolazione provata e sofferente anche se il trascorrere delle ore non gioca a favore dei soccorritori. Le probabilità di trovare persone vive sotto gli edifici collassati si  stanno assottigliando in modo considerevole, assicurano i  responsabili del coordinamento degli aiuti.

Cadaveri sotto le macerie

Tra i calcinacci e la polvere adesso si trovano  sempre più spesso cadaveri che fanno aumentare il bilancio ufficiale dei morti: finora ne sono stati contati 1.943 mentre i feriti hanno superato i 5.000. Ma sono cifre da calcolare per difetto, considerato il fatto che le comunicazioni sono ancora difficili e molti dati aggiornati non riescono a raggiungere i centri di raccolta governativi. A spaventare sono anche altri numeri, quelli delle persone scomparse: sebbene le autorità non abbiano diffuso cifre ufficiali, alcune organizzazioni umanitarie stimano che il numero possa oscillare tra i 40.000 ed i 50.000,  calcolo che comprenderebbe non solo coloro i quali sono ancora intrappolati sotto le macerie ma anche chi ha fatto perdere le proprie tracce a causa del caos seguito al terremot

Emergenza acqua potabile

Nelle città e nei sobborghi ormai completamente rasi al suolo, la mancanza d’acqua potabile è diventata una vera e propria emergenza. Il rischio più concreto è quello della diffusione rapida di colera, epatite A ed E, infezioni della pelle. E a quasi nulla servono gli interventi preventivi dei sanitari disponibili nelle zone colpite dal sisma perché sono pochi e messi sotto pressione da un sistema sanitario che l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito al collasso.

Sanità al collasso

Dati relativamente recenti hanno svelato che gli ospedali resi parzialmente inagibili dalle potenti scosse della prima ondata di mercoledì scorso sono almeno 38 mentre anche gli altri nosocomi scontano il sovraffollamento dei reparti, la carenza di medici ed infermieri, la scarsità di farmaci e materiale sanitario. Poi c’è il dramma nel dramma: molti obitori sono talmente traboccanti di corpi che le salme vengono addirittura accatastate all’aperto, rallentando l’identificazione e il riconoscimento da parte delle famiglie che non possono procedere nemmeno ad una degna sepoltura.

Sfollati allo sbando

Un altro numero che sta crescendo, e che desta grande preoccupazione, è quello degli sfollati. Secondo Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari sarebbero 12.700, accolti in rifugi di fortuna come tende improvvisate, scuole, palestre, edifici pubblici e chiese. Hanno bisogno di tutto, raccontano gli operatori umanitari che li accudiscono e li sostengono: «Alloggi temporanei più sicuri; acqua potabile; servizi igienici e docce; cibo distribuito con continuità; assistenza sanitaria. Certamente la fase dell’emergenza non finirà con la conclusione delle ricerche sotto le macerie».

Bambini in pericolo

Come in tutte le crisi umanitarie i soggetti più esposti sono sempre i bambini. L’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, ha fatto sapere che sono 680.000 quelli che hanno bisogno di un’immediata assistenza umanitaria. «Nelle settimane successive a un disastro — spiega l’organizzazione — i fanciulli sono tra i più vulnerabili: sono esposti al rischio di traumi, lesioni e al collasso dei servizi essenziali da cui dipendono. Per aiutarli bisogna agire in fretta».

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01 luglio 2026, 14:19