Ungheria, la sfida di Peter Magyar all’eredità di Orbán
Francesco Citterich - Città del Vaticano
La trasformazione politica dell’Ungheria è entrata in una nuova fase. Dopo la riforma dei media pubblici, la creazione di un organismo indipendente contro la corruzione e la riapertura del dialogo con l’Unione europea, il governo guidato da Peter Magyar ha segnato un altro passaggio simbolico nella rottura con l’epoca di Viktor Orbán: la rimozione del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, considerato una delle figure più vicine all’ex premier e al sistema politico costruito negli anni dal partito Fidesz.
Una svolta istituzionale
Il Parlamento ungherese ha infatti approvato un emendamento costituzionale che sancisce la conclusione anticipata del mandato del capo dello Stato, segnando una svolta istituzionale di forte valore politico. La modifica è stata possibile grazie alla maggioranza dei due terzi di cui dispone il partito Tisza, la forza politica con cui Magyar ha vinto le elezioni legislative e che ora possiede anche il potere di intervenire sulla Costituzione nazionale. Il nuovo premier ha promesso una radicale inversione di rotta rispetto al modello della cosiddetta “democrazia illiberale” promosso da Orbán negli ultimi sedici anni.
Magyar aveva presentato la proposta di modifica costituzionale all’inizio di luglio, motivandola con la crescente perdita di fiducia della società ungherese nei confronti di Sulyok, accusato di non aver ostacolato la deriva autoritaria e gli scandali che hanno caratterizzato il lungo governo di Orbán. La proposta è arrivata a meno di tre m esi dalla vittoria elettorale del partito Tisza e rappresenta uno dei primi interventi istituzionali del nuovo esecutivo. Con l’approvazione dell’emendamento, Sulyok si trova ora davanti a due possibilità: accettare la decisione e firmare la conclusione del proprio mandato oppure affrontare una procedura di impeachment con l’accusa di aver violato la Costituzione. In Ungheria il presidente della Repubblica ricopre un ruolo prevalentemente rappresentativo, ma dispone comunque di alcuni poteri rilevanti, tra cui la possibilità di rinviare al Parlamento le leggi già approvate, rallentandone l’entrata in vigore. La sua rimozione consente quindi a Magyar di ridurre gli ostacoli istituzionali alla realizzazione delle riforme promesse durante la campagna elettorale.
Ridisegnare l'assetto dello Stato
Le iniziative del governo e del Parlamento ungherese per ridisegnare l’assetto dello Stato e superare l’eredità dei sedici anni di governo Orbán, tuttavia, non si limitano alla sostituzione del presidente della Repubblica. L’emendamento costituzionale approvato prevede anche la revisione di alcune istituzioni create durante l’era Fidesz, l’introduzione di un limite di età di settant’anni per i giudici della Corte costituzionale e un tetto massimo di dodici anni alla durata dei mandati parlamentari. La misura riguardante la Corte costituzionale potrebbe portare al pensionamento anticipato di diversi giudici nominati durante i governi Orbán, mentre il limite ai mandati parlamentari punta a impedire la permanenza indefinita nelle istituzioni di figure politiche che hanno dominato la scena nazionale per anni. Tra queste anche Orbán stesso, recentemente rieletto alla guida di Fidesz nonostante la sconfitta elettorale. Già a giugno il Parlamento aveva approvato una modifica che riduceva la durata massima dei mandati del primo ministro, con l’obiettivo dichiarato di evitare che una singola persona possa mantenere troppo a lungo il controllo del potere esecutivo.
Sul fronte esterno
La partita ungherese, però, non riguarda soltanto gli equilibri interni. Il nodo centrale resta quello dello Stato di diritto e del rapporto con l’Unione europea. Per anni il governo Orbán è stato criticato dalle istituzioni comunitarie per una serie di riforme che, secondo Bruxelles, avrebbero indebolito l’indipendenza della magistratura, limitato il pluralismo dei media e ridotto l’efficacia dei meccanismi di controllo democratico. Il nuovo corso promosso da Magyar punta invece a ricostruire il rapporto con le istituzioni europee. Nel maggio scorso il premier aveva raggiunto un’intesa con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea e appartenente, come Magyar, alla famiglia politica del Partito popolare europeo, per lo sblocco di circa 16 miliardi di euro di fondi comunitari destinati all’Ungheria e rimasti congelati a causa delle preoccupazioni sul rispetto dei principi dello Stato di diritto.
Il rapporto con l'Ue
L’accordo, tuttavia, è vincolato al raggiungimento di risultati concreti. Budapest dovrà dimostrare progressi nelle riforme istituzionali, nell’attuazione delle misure anticorruzione e nella tutela dell’autonomia del mondo accademico. Proprio su questi aspetti restano ancora sospesi circa due miliardi di euro di finanziamenti europei che Bruxelles non ha finora autorizzato. La sfida di Magyar sarà dunque trasformare le promesse politiche in cambiamenti verificabili. La rimozione di Sulyok rappresenta un segnale forte di discontinuità, ma il successo del nuovo corso dipenderà dalla capacità del governo di costruire istituzioni realmente indipendenti e di convincere l’Europa che la svolta ungherese non sia soltanto un cambio di leadership, ma una trasformazione strutturale del sistema politico.
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