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Olena Kovryk con i suoi figli prima della guerra Olena Kovryk con i suoi figli prima della guerra

Ucraina. La storia di Olena e suo figlio, caduto a Bakhmut

Il racconto di Olena, madre del poliziotto Taras Kovryk, morto nel febbraio 2023. Una testimonianza di dolore, memoria e speranza che si trasforma in impegno a sostegno delle famiglie dei caduti e dei dispersi

Svitlana Dukhovych – Città del Vaticano

"Per me, come per ogni madre, era il figlio migliore". È con queste parole che Olena ricorda suo figlio Taras Kovryk, nato nel 1988 nel villaggio di Hlyboka, nell'Ucraina occidentale. La sua è una storia che attraversa gli anni della migrazione, della guerra e del lutto, ma anche della forza con cui una madre sceglie di custodire la memoria del proprio figlio e di trasformare il dolore in servizio agli altri. Nel 1999 Olena lasciò l'Ucraina per cercare lavoro in Italia. Una scelta dettata da difficili condizioni economiche, nella speranza di garantire un futuro migliore ai figli. Taras crebbe lontano dalla madre, svolse il servizio militare, entrò nella polizia e nel 2014 partecipò alle operazioni nell'est del Paese. Dopo il ritorno continuò il suo servizio nelle forze dell'ordine.

Olena Kovryk negli studi di Radio Vaticana
Olena Kovryk negli studi di Radio Vaticana

La scelta di partire

L'invasione russa su larga scala cambiò nuovamente il corso della sua vita. Nel marzo 2022 Taras fu inviato nelle città di Bucha, Irpin e Hostomel per le operazioni di sminamento. Fu lì che vide gli effetti più drammatici della guerra. "Quando tornò, era profondamente cambiato. Quello che aveva visto lo aveva segnato nel profondo", racconta Olena. Nonostante avesse una moglie e un figlio di otto anni, decise di partire volontariamente per il fronte. Alla madre che cercava di dissuaderlo rispose con parole che ancora oggi custodisce nella memoria: "La gente fugge dalla guerra". Ma lui replicò: "No, lì sono molto più utile". Quella scelta nasceva anche dall'esperienza vissuta accanto ai bambini rimasti orfani nella regione di Donetsk. "Quei bambini non hanno più nessuno", le disse, spiegando le ragioni della sua decisione.

L'ultima telefonata

Il 14 febbraio 2023 madre e figlio parlarono al telefono fino a notte fonda. Taras sapeva che la sua unità sarebbe stata inviata nella zona di Bakhmut. "Mamma, due settimane fa sono arrivati qui duecentocinquanta uomini. Dopo una settimana ne erano rimasti vivi solo cinquanta", le confidò. Il giorno successivo la rassicurò ancora: "Stiamo andando in prima linea. Ci sentiamo sabato". Quella telefonata non arrivò mai. Dopo giorni di angoscia, ricerche e speranze, Olena partì dall'Italia per raggiungere l'Ucraina. Per settimane cercò il figlio negli ospedali e si aggrappò all'ipotesi che fosse stato fatto prigioniero. "Non volevo credere al peggio. Ero convinta che Taras fosse vivo", racconta.

Taras Kovryk al fronte
Taras Kovryk al fronte

Il dolore e la memoria

Durante quei giorni di attesa Olena si rivolse anche alla Croce Rossa e partecipò, insieme ad altre famiglie, a un incontro con Papa Francesco. A Bari, davanti alle reliquie di San Nicola, affidò la sua preghiera a un'unica richiesta: "Che mi restituissero mio figlio, vivo o morto". Pochi giorni dopo il corpo di Taras venne recuperato. "Il mio grido di madre si sentiva, mi dissero, per chilometri", ricorda. Un dolore che, con il tempo, ha trovato sostegno nella famiglia e nella comunità.

Taras Kovryk con la moglie e il figlio prima di arruolarsi
Taras Kovryk con la moglie e il figlio prima di arruolarsi

Trasformare il lutto in speranza

Oggi Olena ha fondato nella sua comunità un'associazione che riunisce madri e mogli dei militari caduti. Ogni anno, in occasione della Festa della Mamma, organizza momenti di incontro, preghiera e memoria per aiutare chi vive la stessa sofferenza. Si è inoltre impegnata perché tutti i ventidue commilitoni di Taras caduti il 18 febbraio 2023 ricevessero un'onorificenza statale, poi effettivamente conferita. Il suo pensiero va soprattutto alle famiglie che attendono ancora notizie dei propri cari. "Penso spesso alle madri che vivono ancora nell'incertezza: non esistono parole per questo dolore, si sopravvive soltanto". È da questa esperienza che nasce il suo appello più forte. "Una madre mi ha detto: ti prego, non lasciarmi sola, chiamami, ho bisogno di parlare. Per questo sono convinta che la vicinanza, la memoria e l'umanità abbiano una forza immensa".

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09 luglio 2026, 09:00