Da Vulci al Museo Etrusco di Villa Giulia, le molte vite della Tomba François
Maria Milvia Morciano - Città del Vaticano
I monumenti non appartengono a una sola epoca. Hanno più vite. Alcuni, come le tombe, sembrano destinati a concludere la loro storia quando il loro ingresso viene chiuso. Eppure talvolta la loro vicenda più lunga comincia proprio allora, nell'attesa di tornare alla luce. La Tomba François, scoperta nel 1857 dall'archeologo fiorentino Alessandro François nella necropoli di Ponte Rotto, a Vulci, è uno degli esempi più straordinari. Nata tra il 340 e il 320 a.C. per celebrare il prestigio della famiglia Saties, una delle più importanti dell'aristocrazia vulcente, oggi inaugura un nuovo capitolo con l'acquisizione delle sue pitture da parte dello Stato italiano e il nuovo allestimento permanente del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, affiancato dalla mostra “Il ritorno degli eroi”. Non è soltanto il ritorno di uno dei massimi capolavori della pittura etrusca, ma la ricomposizione, almeno in parte, di una storia che nei secoli si è frammentata tra scavi, collezioni private, musei europei e studi archeologici.
Vulci, quando il mito diventa storia
Nel IV secolo a.C. Vulci è una delle città più importanti dell'Etruria meridionale. È un momento di profondi cambiamenti, nel quale la crescente espansione di Roma ridefinisce gli equilibri dell'Etruria. È in questo clima di crescente pressione romana che le aristocrazie locali affidano anche ai monumenti funerari il compito di affermare il proprio ruolo e tramandarne l'eredità. La Tomba François si distingue proprio per questo. Le grandi pitture non raccontano soltanto il destino del defunto, ma costruiscono una vera dichiarazione di identità. Gli episodi del ciclo omerico convivono con la tradizione storica di Vulci: da una parte il sacrificio dei prigionieri troiani presso la tomba di Patroclo, con la presenza dei demoni etruschi Vanth e Charun; dall'altra la liberazione di Celio Vibenna per mano del fratello Aulo e di Macstarna, identificato dalla tradizione con il futuro re di Roma Servio Tullio.
“È veramente mitistoria”, osserva la direttrice del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Luana Toniolo. “La storia antica è rivista anche attraverso il filtro del mito”.
Non si tratta dell'adozione di un semplice repertorio mitologico. Il linguaggio della grande pittura greca, probabilmente mediato anche dall'ambiente campano, viene reinterpretato per celebrare il prestigio della gens dei Saties e il ruolo di Vulci in una stagione cruciale della sua storia.
Il prestigio di una famiglia
Tra le immagini più celebri compare Vel Saties, proprietario della tomba, avvolto nella preziosa toga picta color porpora mentre assiste al rito augurale compiuto dal giovane Arnza, pronto a liberare un uccello dal cui volo sarà tratto il responso divino. Anche se il tempo ha attenuato i colori, quella porpora intensa continua a raccontare il rango, la ricchezza e il potere del personaggio.
“Vista la rappresentazione del generale, vista la ricchezza del corredo, era sicuramente una delle famiglie più importanti di Vulci”, spiega Toniolo. “Non dimentichiamo che la necropoli di Ponte Rotto era la necropoli delle famiglie più importanti della città”.
Accanto ai protagonisti della storia e del mito scorrono il lungo fregio animalistico, il più esteso dell'antichità finora conosciuto, e figure di sorprendente forza espressiva. La tensione drammatica delle scene, il volto inquietante di Charun armato del martello e la presenza silenziosa della figura alata di Vanth continuano ancora oggi a colpire l'osservatore.
Una storia ricomposta
La seconda vita della Tomba François comincia il 1° maggio 1857. Alessandro François e Adolphe Noël des Vergers riportano alla luce uno dei più grandi cicli della pittura antica. Pochi anni dopo le pitture vengono staccate da Pellegrino Succi e il corredo funerario si disperde attraverso vendite e collezioni, raggiungendo diversi musei europei.
Per oltre un secolo e mezzo le pitture restano nella disponibilità della famiglia Torlonia, proprietaria dei terreni sui quali era stata scoperta la tomba. L'acquisizione da parte dello Stato italiano conclude questa lunga vicenda e apre una nuova stagione di studi e di fruizione pubblica.
La mostra “Il ritorno degli eroi” racconta questa storia. Prima di raggiungere le sale dedicate alle pitture, un'introduzione multimediale avvolge il visitatore e lo accompagna nella scoperta della tomba e del suo contesto. Due cippi iscritti, rinvenuti nel dromos e dedicati a sepolture femminili, introducono l'ingresso, richiamando uno degli aspetti distintivi della società etrusca, nella quale le donne godevano di una posizione più visibile rispetto ad altre culture del Mediterraneo antico. Oltre la soglia, le pitture sono ricollocate seguendo la planimetria dell'ambiente principale dell'ipogeo, restituendo, per quanto possibile, la percezione dello spazio originario.
Attorno a questo nucleo si ricompone anche il contesto storico. La mostra riunisce parte del corredo funerario grazie ai prestiti del Louvre, del British Museum, dei Musei Reali di Bruxelles e del Museo cantonale di Losanna, insieme alla copia ottocentesca di Carlo Ruspi proveniente dai Musei Vaticani e ai preziosi disegni realizzati da Nicola Ortis subito dopo la scoperta e conservati presso l'Istituto Archeologico Germanico di Roma. Sono documenti che restituiscono anche la vivacità dei colori che il tempo ha inevitabilmente attenuato.
Una storia che continua
“È un giorno epocale”, sottolinea Luana Toniolo. “Si tratta di uno dei più grandi capolavori dell'antichità, in particolare del mondo etrusco, che ora diventa patrimonio pubblico dello Stato”. La prima vita della Tomba François si concluse quando l'ipogeo fu chiuso, custodendo per sempre i suoi morti. La seconda iniziò il giorno della sua scoperta. Oggi se ne apre un'altra. Le pitture erano nate per custodire la traccia di pochi. Dopo oltre ventitré secoli continuano a fare la stessa cosa, ma per una comunità molto più ampia.
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