I teatri condominiali italiani nella lista dei patrimoni Unesco
Eugenio Murrali e Fabio Colagrande - Città del Vaticano
Dieci teatri italiani sono stati iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Otto di essi si trovano in una regione “ad altissima densità” teatrale, la Marche, uno in Umbria, uno in Emilia-Romagna. Sono i cosiddetti “teatri condominiali”, sale nate tra il XVIII e il XIX secolo in un particolare momento di sperimentazione architettonica durante il quale si definisce il modello del “teatro all’italiana”. "Le famiglie più abbienti , anche di piccole comunità – spiega l'architetto Carlo De Mattia, presidente della Fondazione Design Terrae, che valorizza la cultura nell'area di Macerata –, contribuivano alla vita cittadina, finanziando la costruzione di piccole strutture teatrali, quindi in genere le proporzioni e le dimensioni non sono estese, ma arriviamo anche a teatri con quattro o cinquecento posti, così come ce ne sono di minuscoli".
Il riconoscimento
L’iscrizione è avvenuta domenica 26 luglio, durante la 48ma sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale. Con il sito seriale “Il Sistema dei teatri condominiali all’italiana nell’Italia centrale fra il XVIII e il XIX secolo” salgono a 62 i beni culturali del bel paese registrati nella lista UNESCO, numero che conferma l’Italia come il Paese più rappresentato. I dieci teatri di cui si compone il sito sono: in Emilia-Romagna il Teatro Angelo Mariani (Sant’Agata Feltria); nelle Marche il Teatro Gentile da Fabriano (Fabriano), il Teatro Giovanni Battista Pergolesi (Jesi), il Teatro Ventidio Basso (Ascoli Piceno), Teatro Serpente Aureo (Offida), Teatro dell’Aquila (Fermo); Teatro Lauro Rossi (Macerata), Teatro Feronia (San Severino Marche), Teatro Bramante (Urbania); in Umbria il Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti (Spoleto).
Nella stessa sessione, l’UNESCO ha riconosciuto anche i "Teatri dell’Amazzonia", – il Teatro Amazonas di Manaus e il Theatro da Paz di Belém – , come Patrimonio mondiale.
Si tratta di un sito seriale brasiliano legato alla stagione della Belle Époque e al boom della gomma. La notizia rafforza l’idea del teatro come bene culturale identitario, non solo come architettura. Insieme ai teatri condominiali italiani, mostra quanto il teatro possa raccontare una comunità e la sua memoria.
Perché condominiali?
La particolare definizione di “condominiali”, per i luoghi teatrali italiani presi in condiderazione dall'UNESCO, deriva dal fatto che questi edifici sono stati costruiti da società condominiali, partenariati tra istituzioni pubbliche e gruppi di privati cittadini, spesso membri della borghesia emergente. "Non solo piccoli teatri – chiarisce De Mattia –, ma perfino lo Sferisterio di Macerata ha avuto dei consorti per sostenere economicamente la costruzione di quell'edificio". Questi piccoli gruppi di cittadini abbienti offrivano il loro contributo alla comunità, acquistavano palchi, finanziavano l'edificazione di questi luoghi di spettacolo e cultura, centrali oltretutto per lo sviluppo sociale ed economico delle comunità. "Era un fatto di vanto – aggiunge De Mattia–, era un modo per alimentare un sano campanilismo che come italiani ci appartiene in pieno e che diventava un fregio per tutte le famiglie". Guardare, ma anche essere guardati.
Il teatro all'italiana
I teatri condominiali sono stati importanti, inoltre, per la definizione del modello del teatro all'italiana, che "nasce da un'evoluzione– approfondisce De Mattia–, da un cambiamento radicale rispetto alla tradizione costruttiva del teatro elisabettiano. Il teatro all'italiana si riconosce facilmente per un andamento tendenzialmente a ferro di cavallo in pianta su più ordini di palchetti, molto spesso in legno, per ragioni acustiche".
L'architetto – il cui padre Giancarlo De Mattia ha restaurato uno dei dieci teatri entrati nella lista Unesco, il "Lauro Rossi" di Macerata – nota che la visita a un edificio teatrale è un'esperienza affascinante e ricca. "Persino la struttura portante dell'organismo teatrale –conclude – è una macchina interessante da esplorare. In particolare, a Macerata, è rimasta quella originaria". E conclude: "Il teatro spesso è uno scrigno che ti permette di conoscere ancora più a fondo la storia e la realtà".
L'esempio di Jesi
Per Lucia Chiatti, direttore generale della Fondazione Pergolesi Spontini, il riconoscimento dell'Unesco è un "passaggio importante di consapevolezza". Parlando del Teatro Giovanni Battista Pergolesi di Jesi, risalente alla fine del Settecento, ricorda che la città ha "vissuto sempre questo teatro come un elemento di identità, come un valore e come un luogo in cui il pubblico si riconosce". Al Pergolesi la natura di "teatro condominiale" resiste con forza proprio nella sua vocazione a essere un teatro di comunità, che valorizza e porta avanti la professionalità delle maestranze artigianali del territorio, producendo lirica, ma che ospita anche la stagione sinfonica, la stagione di prosa e un grandissimo mondo associativo, anche amatoriale.
"Noi realizziamo a chilometro zero i nostri allestimenti – spiega Chiatti –, anche per terzi, sia nelle coproduzioni, sia in altri casi perché lavoriamo per delle fiere, per altre attività, in realtà anche distanti dal mondo dello spettacolo, dal vivo". Grande attenzione è riservata ai giovani, attraverso concorsi, produzioni contemporanee, percorsi formativi e opportunità professionali per artisti e tecnici. Centrale anche l'impegno per l'inclusione e l'accessibilità, con progetti che coinvolgono persone con disabilità, studenti e associazioni locali.
Un'arte necessaria
Riflettendo sulla necessità del teatro oggi, Lucia Chiatti ricorda il Festival Pergolesi-Spontini di quest'anno, il cui titolo è Accordi disarmanti. "Io credo – afferma – che proprio in questo contesto storico la musica possa favorire il dialogo e che la sua forza unificatrice disarmi, perché la musica ci toglie quelle barriere, quelle difese che a volte abbiamo di fronte alla verità o di fronte anche alla possibilità di incontrare gli altri".
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