Sud Sudan, "il Paese più giovane al mondo" tra attacchi e future elezioni
Valerio Palombaro - Città del Vaticano
Il bilancio delle vittime dell'attacco di giovedì nello Stato di Warrap, nel nord-ovest del Sud Sudan, è salito ad almeno 25 morti e 20 feriti. Alcuni giovani armati hanno attaccato una stazione di polizia nella zona e successivamente hanno rubato più di 200 capi di bestiame, scatenando uno degli attacchi intercomunitari più sanguinosi dell'anno nella regione. Tra le vittime c'è il colonnello Anyuat Akol, comandante della stazione di polizia locale, insieme a membri delle forze di sicurezza e civili, come ha dichiarato all'agenzia Efe il ministro dell'Informazione di Warrap, Paul Deng. Quest'ultimo attacco giunge appena un giorno dopo un'altra ondata di violenza sempre nello Stato di Warrap, che ha causato 14 morti. All'inizio di questa settimana, oltre 20 persone sono state uccise in scontri intercomunitari separati nella regione del Grande Tonj.
A 15 anni dall'indipendenza
L'incidente è avvenuto proprio nella ricorrenza dei 15 anni di indipendenza del Sud Sudan, avvenuta il 9 luglio 2011. Nel “giovane” Paese africano dovrebbero tenersi il 22 dicembre le prime elezioni, come annunciato dalla Commissione elettorale centrale, ma gli scontri che insanguinano alcune regioni proiettano un alone di incertezza su questo importante appuntamento già rinviato più volte in passato. Le tensioni e gli scontri armati, che ormai da mesi fanno crescere i timori sulla tenuta degli accordi di pace che nel 2018 posero fine alla sanguinosa guerra civile, sono particolarmente accesi nello Stato di Jonglei, situato nel nord-est, e dove sono presenti ingenti risorse petrolifere.
Proseguono gli scontri sul terreno
L’opposizione armata vicina all’ex vicepresidente Riek Machar, figura chiave degli accordi di pace ma attualmente sotto processo e agli arresti domiciliari, ha rivendicato domenica la conquista della città strategica di Walgak Payam, a seguito di un’offensiva che ha causato la morte di almeno 44 soldati governativi e di diverse figure politiche locali. Tra questi anche un commissario della contea di Akobo, James Kueth Makuach, che si trovava a Walgak Payam dopo la riconquista da parte dell’opposizione della località nei pressi del confine con l’Etiopia (Akobo). A confermare la sua uccisione è stato lunedì sera il governo sud sudanese, dando conto delle tensioni nella contea, epicentro negli ultimi mesi di aspri combattimenti e dove sono stati nominati commissari sia da parte dell’opposizione che del governo. Quella di Akobo è infatti considerata dall’opposizione una roccaforte, ma il governo del presidente Salva Kiir ha nominato un commissario nonostante gli accordi di pace del 2018 non prevedessero l’assegnazione di questa posizione ai suoi rappresentanti. Secondo fonti dell’opposizione, l’intensità dell’offensiva militare ha costretto al ritiro le truppe fedeli al presidente Kiir, di etnia Dinka, segnando una delle più significative conquiste sul campo di battaglia negli ultimi mesi.
Uno scontro di potere che lacera il Paese
I combattimenti nello Stato di Jonglei sono sintomatici dello scontro di potere che sta lacerando nuovamente il Sud Sudan, tra le fazioni vicine al presidente Kiir e quelle più legate all’ex vicepresidente Machar. I due rivali ai tempi della guerra civile, uniti dagli accordi di pace ma oggi tornati ai ferri corti. La lettura del conflitto dal punto di vista politico appare facile: da una parte le forze governative fedeli al presidente Kiir; dall’altra quelle dell’opposizione vicine a Machar. Ma in Sud Sudan i conflitti sono complessi perché non ruotano solamente sugli schieramenti politici bensì entrano in gioco alleanze di tipo etnico. E i gruppi etnici scelgono di sostenere l’una o l’altra fazione per una miriade di motivazioni.
In attesa delle elezioni
Il clima rischia di incendiarsi con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale. Lo scorso primo luglio l'Assemblea nazionale di transizione del Sud Sudan ha approvato emendamenti all’accordo di pace del 2018 che eliminano l'obbligo di completare una Costituzione permanente e un censimento della popolazione prima delle elezioni. La delegazione dell’Ue insieme alle ambasciate di Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Giappone, Paesi Bassi, Norvegia, Svizzera e Regno Unito hanno espresso «profonda preoccupazione» per le modifiche apportate all’accordo di pace del 2018 dal governo «senza il pieno consenso di tutti i firmatari» invitando «tutte le parti a impegnarsi per una cessazione immediata delle ostilità». Ma le tensioni già attraversano altre regioni del Sud Sudan: è salito a 19 morti e 14 feriti il bilancio delle vittime degli scontri scoppiati il 6 luglio nell’area meridionale della contea di Tonj, a circa 200 chilometri dalla capitale Giuba. Secondo la stampa locale, questi episodi di sangue rientrano in un ciclo di violenze e rappresaglie che interessa l’area dalla fine del 2025. E a pesare sarebbe anche la persistente crisi umanitaria che colpisce il Paese africano.
La crisi alimentare è destinata ad aggravarsi
A fine giugno l’ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha lanciato un nuovo allarme: la crisi alimentare in Sud Sudan è destinata ad aggravarsi fino alla fine del 2026 a causa del perdurare dei conflitti, degli shock climatici estremi, del collasso economico e della grave carenza di finanziamenti. «Le prospettive climatiche, unite agli sfollamenti, alle epidemie e alla diminuzione dei finanziamenti umanitari, rischiano di aggravare ulteriormente l’insicurezza alimentare e la malnutrizione, soprattutto nelle aree già più vulnerabili», ammonisce il rapporto. Quasi 8 milioni di persone, ovvero il 55 per cento della popolazione, soffrono di insicurezza alimentare acuta.
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